Paolo Isotta.

LA VIRT DELL'ELEFANTE.

Parte 2.

La musica, i libri, gli amici e San Gennaro.

2014 Marsilio Editori, Venezia.
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
CAPITOLO 16.
...
.
...
San Gennaro mi guida per i labirinti del Corriere. I salotti di destra, peggio di quelli di sinistra. I pazzi alla Scala e o carrettone. Nemico della Patria! Una direttrice col complesso d'inferiorit. 'A Cinese. La battaglia di Singara, 348 p. Ch. Orazio Mula. Franco Serpa. Ciro Visco. L'Albergo dei Poveri di Napoli. Renato Fasano. Fedele d'Amico fa la guerra santa contro Fasano e spacca l'Accademia di Santa Cecilia. Romano Gandolfi e il nobile milanese. La Salamine di Maurice mmanuel, un capolavoro che ci guarda dai millenn. Musorgskij e il Boris nella versione di Rimskij-Korsakov. Rodion Scedrin.
.
Nella primavera del 1979 venni assunto al Corriere dal grande direttore Franco Di Bella grazie all'intervento di Giovanni Testori. Il famoso Courir sarebbe stato destinato ad altro incarico. Ci fu una reazione violentissima: i Salotti milanesi, per conto di Nono, Abbado e Pollini, la organizzarono con una precisione militare. Il Corriere fece un giorno di sciopero; ci fu una raccolta di firme della Cultura italiana. Quante ne ebbi! La moglie di Pollini, la signora Marilisa, si mise in campagna per ottenerne. Circa un anno prima, come ho gi esposto, c'era stata una retata nell'ambiente lirico ordinata da un Pubblico ministero ansioso di apparir protagonista, il dottor Fico, convinto che soprintendenti e direttori artistici ricevessero immense provvigioni dagli agenti teatrali.  questo fatto di oggi piuttosto che di allora: basta vedere che cosa contenga il carniere di determinate agenzie londinesi e che cosa sia il cartellone di certi teatri italiani e non. Era stato arrestato anche il maestro Siciliani. La signora Pollini si rec da lui per avere la sua firma. Naturalmente, Maestro, Lei  libero!. Propriamente, signora, sono in libert provvisoria!. Poi, sotto de Bortoli, vi fu un'altra raccolta di firme per protestare contro una mia espressione su Luigi Nono: de Bortoli arriv a sollecitarle, le firme, per pubblicarle tutte insieme come se fossero state l'urina che nei pressi del tempio di Ammon stava a depositarsi per diventare il liquido che consentiva la fabbricazione della porpora.

La mia situazione si blocc. Di Bella mi raccomand di non farmi vedere al Corriere ancorch il mio contratto di assunzione fosse valido di fronte alla legge. Ogni 27 del mese si presentava da me il ragionier Cislaghi, dell'amministrazione, che mi portava, in contanti e in nero, lo stipendio. Avevo infatti allora un pied--terre a Milano che adoperavo per motivi di adempimento contrattuale: del contratto, cio, che volevo venisse rispettato. Questa situazione dur un anno. Poi trattative condotte da Alessandro Pedersoli con somma bravura ci permisero di arrivare a un accordo. L'idea fu mia: io rinunciavo a esercitare quella che squallidamente si definisce la critica musicale militante per assumere la responsabilit di creare l'argomento della cultura musicale, che non esisteva al Corriere come su nessun altro giornale italiano. Circola invece la stupida versione, anche da ultima raccolta, che io mi fossi impegnato a esercitare la critica musicale da Roma in gi. Scrivevo in terza pagina e facevo elzeviri e pagine intere. Fu la mia salvezza: con la mia preparazione di allora non sarei mai stato un buon critico. Tanti anni dopo, al momento giusto, lo feci per volere di Paolo Mieli. Questo storico finissimo e amico affettuoso come divenne direttore prese contatto con me per aiutarmi e valorizzarmi: e col darmi anche la responsabilit di recensore comp un vero atto di coraggio perch sapeva benissimo che gliene sarebbero venute seccature infinite. Infatti il precedente direttore Ugo Stille avrebbe voluto fare lo stesso ma la contemplazione, appunto, dei fastid ne lo dissuase. Un altro grande direttore, poco capito e poco apprezzato, che govern per un breve periodo,  stato Stefano Folli, commentatore politico principe.

Quando ebbi perso Colombo come collaboratore, de Bortoli mi costrinse a tenere un vice che gode della disistima generale oltre che della mia: costui venne preso tanto per placare Cesare Romiti, che da presidente della societ editrice sperava di passare alla storia nella qualit di colui che avrebbe fatto tornare Abbado a Milano. Una volta mi invit a colazione insieme con Carlo Fontana e mi minacci accusandomi di essere un ostacolo obbiettivo ai suoi piani: e io gli risposi che non osasse mai pi. Nel difendere questo vice dalle manifestazioni di disprezzo che giungono da ogni parte, de Bortoli fa scenate, alza la voce tanto che lo sentono fino a Gallarate: a testimonianza della sua cattiva coscienza. Io sono convinto che tra poco, pochissimo tempo, sar per me una gioia rievocare questi avvenimenti e debbo per forza citare un altro passo dell'Eneide. Scampati i Troiani alla tempesta del I libro, Enea cos si rivolge loro: O socii neque enim ignari sumus ante malorum / o passi graviora, dabit deus his quoque finem. / Vos et Scylleam rabiem penitusque sonantis / accestis scopulos, vos et Cyclopea saxa / experti: revocate animos maestumque timorem / mittite: forsan et haec olim meminisse iuvabit. (199-203). Traduce il Canali: Compagni - poich conosciamo le passate sventure, voi / che ne avete sofferte altre peggiori, un dio esaurir anche queste. / Sfidaste la furia di Scilla e gli scogli dal cupo / fragore, e provaste le rupi ciclopiche: rinfrancate / gli animi, scacciate il mesto timore: forse / un giorno vi sar dolce rievocare le presenti vicende.

Romiti insedi questo personaggio, il vice, a me imposto in violazione contrattuale da de Bortoli, perch lo aveva raccomandato Francesca Camerana, entrata per matrimonio nella famiglia Agnelli e divenuta una Ninfa Egeria torinese, vero bas-bleu e grande abbadiana: e bisognerebbe leggere che cosa dice nel Testamento politico il Cardinale di Richelieu della donna saccente. Questa signora, nientemeno direttore artistico di nientemeno che Lingottomusica (gi il nome la dice lunga), appartiene alla famiglia Gentile, ossia discende dal sommo Giovanni: quando insegnavo a Torino la conobbi e le dissi: Ma Lei lo sa che Suo nonno  stato il pi grande filosofo del Novecento?. Lei trova? mi rispose aggricciando il labbruzzo. Aveva il torto inespiabile di esser stato assassinato a Firenze il 15 aprile 1944 dai gappisti comunisti su mandato, a quel che sembra, di Concetto Marchesi, il latinista resistente e comunista, perch si temeva che il suo alto invito alla concordia nazionale fosse per determinare falle nel monolito resistenzial-comunista.

L'assassinio di Gentile matur all'interno di un verminaio d'infamie. Il libro di Luciano Mecacci La ghirlanda fiorentina, uscito nell'aprile del 2014, mette in rilievo che proprio la capacit di Gentile di additare un'uscita dalla guerra alla stessa Repubblica Sociale col promuovere la concordia nazionale, lo rendesse un bersaglio necessario addirittura per gli inglesi. Dice Mecacci esistere una coincidenza d'interessi fra i Gap e i serviz segreti inglesi, giacch l'Inghilterra voleva la guerra totale.

Dalla tragedia della storia sono costretto a tornare alle mie meschine vicende al Corriere. Ma prima voglio aggiungere qualcosa che meschino non : e riguarda il mio rapporto con Ferruccio de Bortoli. Sulla base di una stima reciproca, esso  stato alterno perch sovente ambedue ci siamo fatti condizionare dall'ambiente esterno che tendeva a seminare zizzania. Poi c' stato il suo meraviglioso comportamento nel 2013 alla crisi con la Scala. Nell'aprile del 2014 torn fra di noi un'inspiegabile tensione; ma lui volle incontrarmi. Quest'incontro  stato meraviglioso giacch dopo pi di vent'anni che ci conoscevamo lui  riuscito a sortire dal nido di ghiaccio e a farmi capire che mi vuole veramente bene. Ci siamo trovati di fronte due uomini nudi, oserei dire, e ci siamo abbracciati. Da quel giorno Ferruccio da amico  diventato un amico del cuore.

E adesso veniamo davvero alle piccole vicende di piccoli uomini.

Tutti mi dicono: la tua vicenda al Corriere non poteva finire che cos, tu sei una grande firma; il Corriere non avrebbe mai rinunciato a te! Io non convengo affatto: sostituito inoltre Di Bella alla direzione da Alberto Cavallari, mi avrebbero buttato nell'immondizia anche se questo avesse comportato per loro una somma per danni da pagarmi. Infatti Cavallari tent di mandarmi via: malmostoso, bevitore dalla sbornia triste, affetto da odium humani generis, questo sventurato desiderava la morte di troppi simultaneamente, a cominciare da Giuliano Zincone, che stava sulla lista nera del PCI per aver rotto il fronte della fermezza contro le Brigate Rosse e aver pertanto salvato la vita di un magistrato rapito a Genova. Cos non la ottenne, la morte, di nessuno. Cavallari era diventato direttore a seguito di una procedura per lui infamante. Il PCI, che controllava anche l'organismo sindacale, aveva preteso che il nuovo direttore, quello destinato a succedere a Di Bella il quale aveva dovuto dare le dimissioni perch il suo nome era stato trovato fra gl'iscritti alla loggia massonica P2, avesse un certificato di antifascismo rilasciato da una personalit esterna: ossia qualcosa del genere di Dichiaro che il dottor Alberto Cavallari  un sincero democratico e antifascista etc.. Di Bella s'era iscritto alla Massoneria perch costretto dall'allora Amministratore delegato Tassan Din. Cavallari accett di farselo rilasciare, il certificato, da un ex presidente della Corte Costituzionale, certo Branca: niente a che vedere col grande filologo e storico della letteratura italiana Vittore, ch'era stato allievo di Giovanni Gentile e a Venezia, una volta ch'ero ospite della Fondazione Cini, mi parl del suo assassinio, dal filosofo presentito.

Cavallari per mesi proib che si pubblicassero miei articoli per fare un piacere al suo amico Edilio Rusconi il quale ce l'aveva con me perch avevo preso in giro un ridicolo libro di una musicologa americana, Karen Monson, su Alban Berg uscito nella collana da me fondata quando ero passato alla Mondadori: costei scriveva che la sua musica  sexy. Poi il mio amico Maurizio Belpietro mi raccont della vita privata di questo predicatore Dio, Patria e Famiglia che era Rusconi: purtroppo non posso ripetere che cosa mi disse perch subirei un processo che gli eredi m'intenterebbero.

E comunque sul tema della critica musicale ho il pi bel documento storico: a data 18 novembre 1938, nei Diari di Umberto Giordano editi nell'aprile 2014 (II volume) c' la seguente annotazione: Alle 15  viene a prendermi Peppino Mul e andiamo in via Toscana 5 dove vi  la riunione del Direttorio sindacato FAS. Musicisti. C' Mul segretario, ci sono io, Molinari, Marinuzzi, Pizzetti, Iacchia, Scuderi, Corti, Blanc per le bande, ecc. ecc. Si discute di parecchi argomenti e specialmente dell'abolizione della critica musicale nei giornali. Come si  gi fatto in Germania. Or occorre riflettere: ciascuno dei partecipanti aveva dato conto di s altissimamente: eppure era stato morso da qualche culex, da qualche zanzara: io comprendo la loro esasperazione sebbene abbia il privilegio d'aver adottato, come si vede in esergo di questo libro, la divisa Culices non timet.

Il povero Di Bella era un lavoratore formidabile. Fuori del lavoro aveva solo la passione del Milan e quella di andare a passare la fine settimana con la gentilissima moglie, una signora che non si dava alcun tono, da Cipriani a Venezia. Persino un conoscitore della vita e del cuore umano quale Di Bella rimase stupito e addolorato perch Arrigo Cipriani, quando egli perdette in quel modo la direzione del Corriere, gli mand una lettera nella quale gli comunicava che non era ospite gradito. Da allora non metto piede in nessun locale di Cipriani nemmeno se sono alla morte per sete.

Io sono stato miracolato. L'accordo si ottenne secondo me per una sola ragione, che adesso per la prima volta ufficialmente rivelo. C'era un antipatico amministratore che fece con me la trattativa economica e redasse materialmente il mio contratto d'assunzione. San Gennaro mi ispir, me ch'ero totalmente sprovveduto in faccende siffatte, di chiedere arrepto tempore, cogliendo l'attimo, a costui di precisare in contratto la percentuale della retribuzione pagata in bianco e quella pagata in nero: allora esisteva questa forma di evasione fiscale ma di certo non veniva convenuta contrattualmente. Ed ecco che accade una cosa incredibile: l'individuo lo scrive di suo pugno e firma! Ripeto, mi avrebbero gettato nell'immondizia se non avessero temuto un ricatto da parte mia, da me che avevo un cos formidabile strumento in mano!

Poi va a capitare questo. Arriva un condono fiscale che si annunciava come terribile e pareva che la Rizzoli fosse per denunciare anche i compensi erogati in nero; onde quell'anno di stipendio, ch'era solo un compenso dovuto, si trasformava per me in un terribile boomerang: il danno sul danno! Andai da questo signore ed egli mi disse solo, rifiutandosi di venirmi incontro, ch i soldi avrebbe dovuto darmeli lui: Paghi il condono, cosa vuole che sia, il venticinque per cento di quanto denunciato!. La somma era per me enorme: io i soldi non li avevo e non sapevo come procurarmeli e l giunge il concorso soccorrevole di San Gennaro e San Toni. Giacch su impulso del grande e caro Toni Cibotto, che ne governava anche la giuria, la Banca Popolare di Lonigo, presso Vicenza, band il concorso Civilt Veneta per un articolo dedicato a tale tema. Il premio era di una generosit persino eccessiva, venticinque milioni di lire. Io scrissi un elzeviro sui Gabrieli, Tintoretto e Veronese e vinsi il premio! Solo che Giulio Nascimbeni, anch'egli giurato, propose di assegnarlo ex aequo vista l'entit della somma; quindi lo divisi, ed era sempre un lusso straordinario, col giovanissimo Vittorio Sgarbi, che avevo gi conosciuto a casa di Mimmo Porzio a Milano: mi aveva subito sorpreso la sua enorme preparazione e a quell'epoca era anche simpatico. Alla cerimonia di premiazione c'era Mariano Rumor, gi insegnante di lettere, e ricordo i suoi occhi enormemente penetranti ed enormemente affettuosi puntati su di me durante il mio discorsetto di ringraziamento. Quindi Toni Cibotto, che ogni anno ringraziavo,  uno dei Santi da me incontrati.

Ferruccio de Bortoli, oggi alla seconda direzione,  stato con me un grande direttore e un grande amico. Io feci qualcosa che non era mai accaduta nella storia della critica musicale: una stroncatura durissima e motivata del Tristano e Isolda diretto da Claudio Abbado al festival pasquale di Salisburgo; e poi lo stesso col Parsifal fingendo, per sfottere, di parlarne bene. Per un direttore del Corriere ne venivano non dico seccature, pericoli maggiori di quelli che non avrebbe provocato una crisi di governo: de Bortoli pubblic i miei articoli senza battere ciglio. Allo stesso modo mi  stato vicino ora che nel 2013 la Scala mi ha dichiarato persona non grata: e ci fa s che io, andando alla Scala col biglietto acquistatomi dal Corriere invece che graziosamente elargitomi dall'ufficio stampa del teatro, sia ancor pi felice. A questo proposito ho una sola cosa da dichiarare: il sindaco di Milano  di diritto il presidente della Fondazione e nella qualit avrebbe avuto il preciso dovere di richiamare il soprintendente Lissner e il vicepresidente Ermolli, costui l'anima nera di tutto, al rispetto delle regole: la Scala  un ente pubblico e i capricci di questi signori non possono entrare nella gestione. Il signorino Pisapia non ha fatto nulla e con ci ha asseverato il parere di tutti, essere egli un poveretto. Vieppi lo  per essersi fatto imporre da Ermolli la scelta del successore di Lissner.

Nel momento della crisi, ovviamente, il cordone sanitario che gi mi circondava s'ampli moltissimo. Io per non m'ero mai fatto illusioni sul cuore umano: Manzoni  sempre stato al sommo della mia ammirazione. Anzi, fu in fondo bello vedere quante meravigliose persone mi fossero nonostante tutto accanto. Fra queste, naturalmente, il maestro Siciliani. Una volta mi disse: Vedrai, andr prima o poi tutto a posto. E quando sar andato a posto, devi dire: Si dispensa dalle visite!. La frase fa riferimento a tutta una societ oggi scomparsa che all'istituto della visita di condoglianza dava gran luogo. Negli annunci mortuar la famiglia di solito scriveva: Si dispensa dalle visite. Non fiori ma opere di bene.

I salotti di destra facevano schifo almeno quanto quelli di sinistra. Per dare un'idea di come certi milanesi di pseudo-destra possano esser cafoni quando Milano, come si vede dai miei amici e parenti,  anche citt del buon gusto, dir dell'avvocato Dragoni. Era costui un ridicolo personaggio che si pavoneggiava sempre avvolto di una nuvola di Pino Silvestre Vidal; era presidente del Conservatorio e dignitario della Societ del Quartetto. Una volta a Natale os inviarmi una sciarpa e un paio di guanti, sfusi, senza nemmeno la confezione del negozio: erano avvolti in carta da pacchi. Come se un estraneo potesse mandarmi pezzi di abbigliamento! Nemmeno i pacchi elettorali di Achille Lauro arrivavano a tanto. Glieli rimandai indietro avvolti nella stessa carta in che me li aveva spediti: ma probabilmente un trappano (zotico) simile non ne avr nemmeno compreso il motivo.

Negli anni Settanta frequentava la Scala una vecchia cariatide insieme con altre amiche, tutte vedove. Costei si faceva chiamare Contessa. Aveva per amante, che doveva pagare carissimo il mantenimento cos ottenuto, un maturo ganimede, come dicevano i giornali degli anni Trenta, una bravissima persona, ritrattista fotografo quando ci riusciva. Costei lo chiamava per cognome, Moreschi, e gli dava in pubblico il Voi: non napoletano, dannunziano. Una volta fecero Le baiser de la fe di Stravinskij, la meravigliosa partitura nella quale l'autore rende omaggio a Cajkovskij. La Contessa credeva fosse di Cajkovskij effettualmente: aveva saltato un passaggio: e mi disse: Che pessima esecuzione! Piena di stonature!. Questo  il livello del pubblico della Scala.

A tal proposito narro un episodio di questi ultimi mesi. Alla Scala non sorvegliano nemmeno se del pubblico facciano parte persone psichicamente disturbate e pericolose per s e gli altri. Cos c' un abbonato il quale inveisce a tutta forza attaccando violentemente all'uscita spettatori che abbiano manifestato qualche dissenso nei confronti delle esecuzioni: ch'egli difende d'ufficio. Viene vicino alla mia poltrona durante gl'intervalli e urla contro di me a squarciagola: Vediamo che cazzate usciranno domani sul Corriere!. Forse il soprintendente della Scala pensa che mi spaventi: invece mi diverto. Lui e la moglie stazionano anche fuori dei ristoranti per aggredire gli spettatori che siano andati a mangiare dopo la recita. Qualche mese fa in piazza della Scala gli dissi: A te t'ha da ven a ppigli 'o carrettone!. Chiese la traduzione, gliela feci: A te ti deve venire a pigliare l'ambulanza del manicomio!. (In napoletano gl'infermieri del manicomio si chiamano Mastrogiorgi). Un'altra delle prove dell'esistenza di Dio  la vendita della Fontana di Trevi che Tot e Nino Taranto fanno a Ugo D'Alessio nella veste dell'italo-americano Decio Cavallo: e quando questi, perfezionato l'acquisto, incomincia a pretendere la propriet delle monetine che nella fontana vengono gettate, viene portato via dai Mastrogiorgi. I due pazzi mi accompagnarono per chilometri urlando tanto da svegliare le strade e invocando l'intervento dei carabinieri. Poi per fortuna incrocio alcune vecchie fanatiche di Bologna ch'erano state anche loro alla recita (una di queste  famosa in tutt'Italia:  quasi novantenne e indossa minigonne, calze a rete e scollature): mi salutano e loro si distraggono passando ad attaccare le fanatiche. Forse sono ancora l.

Beninteso: Milano  la citt che dal 1974 mi d da vivere; quella della grande Scala di altri anni; quella dei miei amici e parenti carissimi. Quindi non faccio che ringraziarla e benedirla.

Debbo aggiungere una cosa. Nel luglio del 2013 ho acquistato il primo computer della mia vita, anche questo per insistenza del Dottore delle Orecchie il quale non ne poteva pi del fatto che m'appoggiassi a lui per far cercarmi ogni minima cosa. Ancora non sono un virtuoso dell'apparecchio ma so usarlo; e cos ho scoperto la rete. Certo, quel che sto per dire appare come la scoperta dell'acqua calda: ma ho capito quanto fossi baggiano a vedere nello strumento il diavolo solo perch bimbi e adolescenti ne sono schiavi come di una droga. La rete, il Google, l'Youtube, sono in s strumenti neutri i quali acquisiscono valore o disvalore quomodo vengano adoperati. A chi  cretino e ignorante, fanno solo peggio; a chi sappia, l'aiutano con gran velocit a sapere. L'invenzione della posta elettronica, vulgo email,  secondo me meravigliosa: evita di usare l'odiato telefono e, almeno tra persone di un certo rango, produce una reviviscenza dell'antico epistolario; non vi sono ancora le epistulae letterarie ma gi uno stile epistolare rinasce. E giacch con alcuni, a cominciare da Muti, corrispondo in latino, chiss...

Piccolo corollario. Mi sono accorto di essere oggetto in rete di una attenzione ossessiva alimentata dall'odio da tutta una cterie, una conventicola di cretini che parlano di me e sanno ogni particolare da me addirittura scordato del mio passato, quante volte io vada a pisciare nell'intervallo delle recite alla Scala e persino quanti pecune (vedi 'A Cinese, nel presente capitolo, pi innanzi: viene dal rarissimo sostantivo italiano pico, dal Tommaseo nemmeno registrato, che vuol dire becco: e significa il pelo degli uccelli quando si fa setoloso) tengo in culo. Quoniam loquaces muti sunt, dice Sant'Agostino nel I libro delle Confessioni: poich blaterano pur essendo muti.  come se l'odio desse loro una ragione di vita e vorrebbero vedermi morto, ossessivamente, appunto: ch se morissi toglierei loro la vivendi causa, la ragione di vita. Comunque non sanno che 'o jabb' cuoglie, 'a jastemmia no (coglie lo scherno, il gabbo, ma non la bestemmia) che in toscano suona caval bestemmiato gli luccica il pelo.

Cambiamo completamente ambito. Era il 1994 quando mi accadde un fatto che narro per far comprendere come noi mutiamo a seguito del trascorrer del tempo e delle rivoluzioni vicissitudinali, secondo le chiama Giordano Bruno. Ho raccontato di quanto da ragazzo fossi bovarista nelle cose di eros e mi innamorassi. Vent'anni fa ero in parte altr'uom da quel ch'i sono (Petrarca): nel senso che, avendo una fortissima gerarchia degli affetti, radicata nell'amicizia in primis, avevo lasciato libero corso alla natura fortemente carnale del mio eros. Per esempio, vi sono parti del corpo che mi eccitano di per s: pi di ogni altra i piedi. Or capita questo: mi trovavo in vacanza in un bellissimo relais di campagna; e vado in piscina. (Qui apro una parentesi: non faccio il bagno in piscina, le piscine le schifo; il Dottore delle Orecchie a tal proposito disse: N'agg' mai vippet' 'nt' 'o bbid 'e ll'ate! (Non ho mai bevuto nell'altrui bid!): ero andato a prendere il sole sul bordo della piscina per bagnarmi alla doccia). Sul bordo una bellissima donna che stendeva i piedi, i pi bei piedi che avessi mai visti: non erano piccoli, come piacciono a certi viziosi, ma di media grandezza, perfetti, rilevati, come quelli delle statue greche virili, coll'alluce un po' pi corto delle altre dita e l'osso dell'alluce leggerissimamente rilevato. Un incanto! Me ne venne un'eccitazione violenta, d'intensit quasi dolorosa. Riuscii ad attaccare discorso: si trattava, tra l'altro, d'una gran signora. Il marito venne: facciamo due chiacchiere e dopo dice: Adesso io vado a riposare e, caschi il mondo, prima delle quattro e mezzo non mi vedete!. Non capii pi niente: a tal punto desideravo quella donna che con lo sguardo le comandai di venire nella mia camera.  stata una delle volte che ho fatto all'amore con pi brutalit, sensualit e godimento.

Molte pagine indietro, quando ho narrato del magnifico comportamento del maestro Ugo Ajello verso di me, ho detto che di un altro ricatto avrei parlato e di un altro e diverso comportamento nei miei confronti. Occorre sapere che per qualche anno il Conservatorio di San Pietro a Majella  stato diretto dalla professoressa Irma Ravinale, una compositrice che si dava arie incredibili per il fatto d'essere stata allieva di Petrassi. In via incidentale, ricordo che Petrassi era una persona meravigliosa, di bont e umilt eccezionali. La sua immagine  stata rovinata dalla cattiva scelta degli allievi, esattamente come Boulez, circondato da una serie di Torquemada da barzelletta, per tali da inquinare l'ambiente colla loro Caccia alle Streghe. Costei veniva da Roma e aveva un complesso terribile d'inferiorit verso Napoli e i napoletani. Cito un caso esemplificatore: noi avevamo una bidella analfabeta chiamata 'a Cinese: non ho mai saputo il suo vero nome. 'A Cinese aveva fatto, tra vivi e morti, ventiquattro figli, e affrontava quotidianamente la dura lotta colla miseria. Per arrotondare vendeva al primo piano collants, calze, biancheria e preservativi; e, come si dice a Napoli, faceva 'o ppoco 'e cummercio, vale a dire che, in quanto piazzista, beninteso, ch non teneva neanche gli occhi per piangere, prestava piccole somme agli allievi. Con quale animo tu vai a denunciare una sventurata simile? La Ravinale lo fece: la povera Cinese vide farsi il vuoto attorno a s e piangeva a calde lagrime. Alcuni di noi l'aiutavamo non poco. Poi ricorreva a un modesto espediente. Quando c'erano gli esami si faceva regalare dai candidati, interni ed esterni, millantando che una sua raccomandazione sarebbe stata infallibile. Poi fece la mezzana ad un insegnante di Roma. Questi aveva una relazione con un ragazzo allora velatissimo e fidanzatissimo con un'altra allieva e che ora, insegnante a sua volta, ottimo pianista e uomo molto colto, non pi inframmettente veli intorno alla sua natura, porta il nomignolo di Petula Clark, una cantante pop degli anni Sessanta. Petula Clark mi ha adesso raccontato che l'insegnante lo ricattava perch egli voleva troncare e 'o metteva 'ncopp' 'a nu puorco (lo metteva sopra un maiale), che vuol dire sputtanare, sputtanare colla famiglia e colla fidanzata: peraltro, una squallida cretina. Mi ricordo che quando costei fece l'esame con me io le diedi la sufficienza minima per disprezzo e dissi: Per non aver pi a che fare con gente come voi lascio il Conservatorio!. Il che fu. E si era poi innamorato perdutamente, l'insegnante romano, di un ragazzo bello come il sole, Gennaro, che aveva un fratello di una bellezza pi riserbata ma notevole, Gaetano. Anche l 'a Cinese metteva la buona parola e portava le imbasciate, ossia i messaggi. A onor del vero l'insegnante romano alla segretezza non teneva affatto: in questo era un antesignano del gay pride, non essendo peraltro neanche un poco effeminato. Le imbasciate venivano fatte solo perch allora i telefoni portatili non esistevano; e credo che, data la bellezza di Gennaro, a casa sua i messaggi si accatastassero. A proposito del suo sopravvivere, 'a Cinese mi disse: Maestro, i' so' pecunara!. I pecune sono in gergo di strada dei peli del culo duri come setole di cinghiale: onde impediscono che un loro titolare sia analmente posseduto. Altra volta dopo aver postami una raccomandazione per un esame mi disse: Maestro, io po' a doppo nun Ve facc' piglia' collera! (che letteralmente vuol dire: Maestro, io poi dopo non Vi faccio pigliare collera!). Nel pronunciare queste parole mi aveva dato un buffetto sul braccio: Nun fa' piglia' collera vuol dire dare una buona mancia e nel caso suo voleva significare regalarmi il suo corpo!

Un altro episodio mi pare probantissimo. Noi avevamo eletto vice-direttore un magnifico musicista e ragazzo intelligentissimo e di polso, il professor Marchese, un trombonista del San Carlo. Era nella facolt del direttore un jus vetandi sulla nomina e la Ravinale lo esercit perch nel Conservatorio da lei diretto non doveva esserci un vice-direttore che esercitava la professione su di uno strumento a fiato, secondo lei, ch'era una piccolo-borghese, infamante: ci voleva un compositore o almeno un pianista.

Ora, tra gli od che il complesso d'inferiorit della Ravinale le generava, c'ero ovviamente io, perch non stavo a farle squasi e chasss, come si chiamano a Napoli i salamelecchi. Ero il maestro Isotta: di compositori discepoli di Petrassi ne facevo un tanto a mazzo e glielo dissi. Io avevo un allievo, un mediocre violoncellista della classe del professor Luca Signorini, che bocciavo ripetutamente. La Ravinale, dopo uno o pi colloqu, ne ricevette una denuncia nella quale costui dichiarava che io lo toccavo nelle parti intime e corteggiavo e che lo avevo minacciato: se non fosse venuto a casa mia non avrebbe mai superato l'esame. Una volta avuta in mano la denuncia, la Ravinale la inoltr alla Procura della Repubblica e al Ministero della Pubblica Istruzione. Il ministro, Gerardo Bianco, si comport magnificamente: tratt la denuncia tamquam non esset. In Procura la cosa pass in mano a una PM la quale mi prosciolse in istruttoria ma non denunci automaticamente l'allievo e i genitori per calunnia come sarebbe stato suo preciso dovere. Io purtroppo mi ero rivolto a un avvocato socio dell'Italia: costui, Massimo Botti, persona perbene ma coglione, doveva essere il primo a credere nella fondatezza dell'accusa e mi supplic di recedere da ogni proposito di denuncia contro l'allievo e la Ravinale. Io scioccamente, pur non convinto, lo accontentai: e questo errore mi venne in pubblico con cento canne di ragione rimproverato da un buon insegnante di composizione, Bruno Mazzotta. Dopo, il complice della Ravinale era troppo prezioso per essere abbandonato a se stesso: per lo che la direttrice fece in modo che fosse promosso agli esami di Armonia complementare e storia della musica da una commissione costituita ad hoc. Anche a Napoli esistono persone di estrema bassezza etica, diciamo poveri disgraziati, e cos erano gli insegnanti che promossero il soggetto de quo. Una delle pi ripugnanti caratteristiche della natura umana  quella che Tacito chiama la cupiditas serviendi, la cupidigia di servire.

La Ravinale competeva con chi era al di sopra di lei e continuava a farlo dopo essere stata sconfitta; non imparava la lezione. Avevamo un bravissimo insegnante di Contrappunto, Carmine Pagliuca, allievo del maestro Gargiulo, detto 'A Fatina 'e Pinocchio perch si pittava i capelli di azzurro. Non c'era Madrigale di Luca Marenzio o di Cipriano, Mottetto o Messa di Palestrina che Pagliuca sconoscesse; ma la Ravinale agli esami quando Pagliuca approvava un compito, ogni volta lo contraddiceva sostenendo che vi fossero errori e rimediando figure 'e mmerda davanti a tutti. Carmine immancabilmente mandava a prendere il testo e mostrava per tabulas che la compositrice era lei a sbagliare: i padri della polifonia avevano fatto le cose che la poveretta qualificava siccome cose vietate.

Altro errore di questa cretina: i suoi allievi privati di Composizione li mandava a fare gli esami di diploma a Napoli ma senza che dichiarassero che li aveva preparati lei. Il grande compositore Francesco d'Avalos (scomparso proprio il giorno di San Filippo Neri, il 26 maggio 2014) presiedeva la commissione della quale facevo parte anch'io: glieli bocciavamo tutti, i privatisti romani, e domandando le cose apparentemente pi semplici, come qualche battuta del primo tempo dell'Eroica o del Preludio del Tristano.

Per la forma di vita (non potr mai chiamarlo essere) pi infame da me conosciuta nella mia esistenza  un femmenella che da avventizio ha sempre fatto il critico musicale su di un importantissimo quotidiano. Qualche mese dopo la morte di mio fratello Riccardo venne rappresentato al San Carlo un Attila di Verdi proveniente dal festival di Carpentras del quale egli aveva fatto l'allestimento. Il femmenella pur di attaccare me se la prese con un morto chiamando l'allestimento bruttissimo. E in fondo anche questo  poco se lo paragono a qualcosa che sono venuto a sapere nel corso della primavera, ossia che due direttori d'orchestra milanesi, celebri e miliardar, hanno rinchiuso le mamme nella Casa di riposo Giuseppe Verdi: senza nemmeno averne il titolo.

Una delle caratteristiche del Cretino  lo zelo. Sempre lo vediamo peccare di questo. Ricordo che Talleyrand, da ministro degli Esteri, ai giovani diplomatici dava le istruzioni e gl'insegnamenti: che invariabilmente si concludevano con Et surtout pas de zle (E soprattutto mai zelo!). Di questo grande uomo citer un altro motto. Una volta Napoleone in vena di confidenze disse che l'assassinio del duca d'Enghien, seguito al suo rapimento, era stato un crimine. Peggio, Maest! Un errore!.1 I suoi straordinar Mmoires mi sono stati regalati nel 2013 da Angelo Cassanelli nell'edizione Plon in due volumi del 1957.

Qui confesso un altro mio peccato: ho tentato anche di fare il narratore e ci si deve certamente alla passione mia per la narrativa. Adesso mi accorgo che riesco a narrare ma solo cose effettualmente accadute; non posseggo nulla della capacit d'inventare orditi e trame che contraddistingue il vero narratore: gli  che i miei tentativi eran dovuti alla constatazione della nullit della narrativa attuale, specie italiana, superpubblicata e superpremiata; ma questa non  affatto una giustificazione:  come se a peccare fossimo autorizzati giacch tanti peccano. E voglio raccontare di un mio tentativo narrativo del quale posseggo solo memoria avendone a suo tempo distrutto persino i documenti. L'Espresso aveva bandito un concorso per un racconto che, se ricordo bene, doveva esser non pi lungo di cinquanta cartelle, e io vi partecipai. Partendo dal Gibbon che ne parla ampiamente avevo scritto Singara. 348 p. Ch.: la narrazione della terribile battaglia di Singara in Mesopotamia nella quale Costanzo Secondo (uno dei miei od, odio passatomi dal Gibbon: non os proibire ci che non voleva ammettere, ossia il Symbolum Nicenum) venne sconfitto da Sapur, il re dei Parti (la cosiddetta Wikipedia  a tal punto inaffidabile da parlarne come di una vittoria romana solo perch Costanzo, more solito, mand a Costantinopoli e a Roma la notizia d'una sua vittoria, la quale consistette soltanto nella cattura e barbara uccisione del figlio di Sapur). Io mi documentai con una precisione straordinaria, ovviamente a partire dalla Salambb di Flaubert; lessi tutti gli storici e persino il libro di Scullard The Elephant in the Greek and Roman World: l'autore  uno storico militare specializzatosi sulla storia bellica dell'elefante. Sono sicuro che delle centinaia di racconti giunti alla giuria il mio fosse di gran lunga il migliore: la narrazione della battaglia ne era il fulcro ma s'inquadrava in una pi ampia descrizione del mondo appena costretto dalla famiglia di Costantino a divenire cristiano. Non mi risposero nemmeno; il concorso venne vinto da una sventurata con un raccontino sulla Madonna e San Giuseppe. Il primo impulso mi venne da una citazione che il Gibbon fa di Ammiano Marcellino: Il pi distinto fra questi schiavi era il ciambellano Eusebio, il quale governava l'imperatore e la corte con potere cos assoluto che Costanzo, secondo il sarcasmo di uno storico imparziale, godeva di un certo credito presso il suo favorito. Apud quem (si vere dici debeat) multum Constantius potuit. (XVIII, 4). Ebbene, questo atroce sarcasmo, davvero tacitiano, si basa su di un errore di lettura: l'edizione moderna pi corretta di Ammiano legge non potuit, posuit, ossia: sul quale Costanzo faceva molto affidamento. Da un errore m'erano nati una passione e un lungo studio.

Ho lasciato l'insegnamento perch gl'impegni al Corriere non mi consentono di fare l'insegnante con la profondit che vorrei. Ho avuto molti ottimi allievi ma il privilegio di avere addirittura due gen, uno a Torino, uno a Napoli. A Torino si tratta di Orazio Mula, attualmente docente di Composizione, uno dei musicisti pi profondi e preparati, oltre che natura musicale eccezionale, che abbia mai incontrati. Ha una cultura sterminata ed  latinista e grecista come ce ne sono pochi. Mula  tra l'altro autore di una breve monografia su Verdi che  la cosa migliore sia stata scritta sul Bussetano dopo il volumetto, edito dalle Eri, di Guido Pannain; e potrebbe fare il critico musicale meglio di me. Adesso sta orchestrando un pezzo straordinario che mi fece conoscere, con una sua interpretazione, Francesco Libetta, la Passacaglia, 44 Variazioni, Cadenza e Fuga sopra il primo tema dell'Incompiuta di Schubert di Leopold Godowskij. Da anni pensavo che quest'opera andasse trasposta per orchestra; in alto loco mi si disse che l'avrei dovuto fare io; ho scelto uno pi degno.

Orazio  straordinario per capacit affettiva. Un anno fa mi don il De amicitia di Cicerone; e siccome gli dissi che non mi bastava mi scannerizz e don l'edizione Le Monnier del 1859 dei Dialoghi di Torquato Tasso, fulgido esempio di prosa italiana: dei quali il ventitreesimo  Il Manso, o vero de l'Amicizia. Non c' volta che abbia avuto a che fare con Orazio senza che ne avessi ricevuto un incremento in affetto o in cultura; in genere in ambo.

Faccio una parentesi per dire che la cosiddetta scuola musicologica torinese  una cosa ridicola. Il povero grande Mila ha messo in cattedra delle personcine. I soli a meritare, anzi a essere di un valore eccezionale, sono Franco Pulcini, lo studioso di Jancek e di ostakovic, che in cattedra non , e Giangiorgio Satragni, dottissimo ma scrittore elegante e perspicuo. , insieme con Franco Serpa e Quirino Principe (ch' anche il pi grande mahleriano vivente), il nostro miglior saggista su Strauss, superiore agli scrittori tedeschi. Poi c' la cara Giulia Giachin. Di recente ho visto scritti di Elisabetta Fava che anche mi pare ottima. Mi si dir: ne hai citati tanti; sar pure cos: ma il pesce fet' d' 'a cap' (puzza dalla testa). Di l da Torino fra i giovani musicologi dei quali ho letto pagine eccellenti c' Bruno Gandolfi che credo insegni al Conservatorio di Milano.

Serpa  un grande filologo classico; e gli si deve anche una bellissima Grammatica latina ch'egli ha tenuta, come di tanti altri suoi lavori, alla macchia. Tra le sue cose fondamentali l'aver edito La polemica sull'arte classica ove riporta le dispute tra Nietzsche, Wilamowitz-Mllendorf e Wagner sull'origine della Tragedia. A Strauss egli ha dedicato meravigliose traduzioni dei testi drammatici, conferenze, saggetti, ma mai un'opera compiuta. Il fatto  che Serpa vive tra contraddizioni spirituali che gl'impediscono di esprimersi, essendo combattuto fra il desiderio del lathe biosas (vivi nell'ombra) e le sue funzioni di cultore dello Spirito (non direi mai di lui uomo di Cultura). Oserei affermare che in lui vi sia anche un egoismo metafisico come quello che Wagner mette in bocca a Fafner, trasformatosi in drago che dorme sul tesoro, nel secondo atto del Siegfried: Ich lieg' und besitz (Giaccio e posseggo). Certo non gli si addice il seguito: Lasst mich schlafen! (Lasciatemi dormire!); giacch, al contrario, il professore  un insonne dal punto di vista dello studio e della curiosit culturale. Generosissimo  solo in quanto didatta: salvo che in questo caso, non vuole che la sua immensa cultura rischi di passare altrui. Ci  giunto fino a esiti che sarebbero comici, come effettualmente lo sono, se non fossero dolorosi per chi ne  il soggetto. Negli anni Settanta, quando dirigevo la collana Rusconi, lo pregai in ginocchio di scrivere un libro su Strauss. Non ci fu niente da fare. Allora, essendo egli anche un grande saggista pucciniano, ripiegai sul chiedergli un libro su Puccini. Evidentemente il professore proietta su Puccini propr grovigl psichici che noi possiamo intravvedere, non conoscere. Alla mia proposta (era venuto a trovarmi a casa) divenne tutto rosso, congestionato, e mi disse: Crede che io sia cretino? Crede che non abbia capito che Lei mi chiede il libro su Puccini per conoscere il mio intimo?. Io potetti solo rispondere che, con tutto il rispetto per il suo intimo, Puccini m'interessava di pi. Al condirettore di collana, Buscaroli, non dissi nulla: n Strauss n (per lui horribile dictu!) Puccini per lui esistono.

A Napoli si tratta di un'altra natura musicale straordinaria, Ciro Visco, attualmente maestro del Coro all'Accademia di Santa Cecilia: nell'ultimo anno egli ha fatto tali ulteriori progressi tecnici e artistici che non  esagerato affermare sia in prima linea europea, insieme con i maestri del Coro della Radio svedese (il primo del mondo, direi) e della Radio bavarese: quindi insieme col Mammasantissima Peter Dijkstra. Egli possiede in sommo grado una qualit ch' solo italiana e la mancanza della quale indebolisce i grandi cori stranieri: il gusto per la ricerca timbrica e per la bellezza del suono. Ancora tre anni fa lo si poteva considerare un qualificato collaboratore di Pappano: per esempio all'inaugurazione di stagione in occasione dei Quattro pezzi sacri di Verdi; oggi Pappano deve ringraziare San Gennaro e San Ciro se Visco dirige il coro in occasione dei suoi concerti e recite operistiche in forma oratoriale.

In via incidentale osservo che Pappano  londinese ed  Sir; per dirige da tanti anni una delle pi importanti orchestre italiane e parla male la nostra lingua; non so se all'estero un italiano che parlasse solo italiano potrebbe ricoprire un posto stabile.

Visco  profondamente napoletano e questo l'aiuta anche nella professione: una volta doveva provare con un coro cinese aggiunto: aveva solo due ore a disposizione e se non avesse parlato in napoletano ai cinesi non sarebbe riuscito a far fare niente: invece cos lo seguirono. Nella primavera del 2013 ha inciso il War Requiem di Britten (pel centenario dell'autore) col direttore Antonio Pappano e il producer inglese del disco gli ha detto: Maestro, per poter ascoltare un Britten fatto cos bene bisognava venire a Roma!. Qualche tempo fa gli  capitato un episodio che vorrei narrare. Dovevano eseguire un'opera della grande compositrice (non allieva di Petrassi) Sofjia Gubajdulina, Il cantico di Frate Sole, che comporta un violoncello solista. Era stato chiamato il violoncellista Mario Brunello, dalle interpretazioni mediocri in punto tecnico e musicale, per l'occasione officiato anche del compito direttoriale. La mattina del concerto c'era una prova che sulla carta durava fino all'una: alle dieci il pezzo era stato eseguito e l'autrice aveva detto all'indirizzo di Visco Wunderbar! Wunderbar! (Meraviglioso! Meraviglioso!); onde il musicista napoletano aveva licenziato il coro dandogli appuntamento direttamente per la sera. Brunello disse al direttore del coro: Cos non si fa, la prova dura fino all'una!: perch la sua personalit si sarebbe appagata di un po' d'osservazioni che avrebbe fatte alla preparazione corale. La sera, al momento di uscire sul palcoscenico per andare a fare il concerto, Brunello non aveva accettato l'In bocca al lupo! di Ciro e si era rifiutato di stringergli la mano. Dopo il concerto, il maestro del Coro  andato da Bruno Cagli, presidente dell'Accademia, e gli ha detto: Prufess, si chistu cc m'o truovo n'ata vota annanz' 'e pede miei, piglio 'o cappiell' e me ne vac'! che vuol dire: Professore, se costui me lo trovo davanti un'altra volta prendo il cappello e me ne vado!. Piglio 'o cappiell' e me ne vac'  espressione resa celebre dal Commendatore che la adoperava soprattutto durante le riunioni al Ministero dello Spettacolo. Cagli ovviamente si mise subito a livello, come si dice a Napoli: uno non corre il rischio di perdere Visco per un Brunello. Ai primi di novembre il segretario artistico di Santa Cecilia ha portato a Ciro una lettera di Brunello, e Ciro ha risposto: Io non so leggere. E neanche Voi, Maestro, sapete leggere!.

Cagli  stato per decenn un amico. Ha buttato tutto al mare pochi mesi fa. Ero stato intervistato da Panorama e avevo detto che quella di Santa Cecilia diretta da Pappano  certo una buona orchestra ma fa ridere il suo rivendicare di essere una delle prime del mondo, quando poi c' quella del Teatro dell'Opera che ha fatto la cura Muti. Dopo l'intervista dovevo andare a un concerto di Santa Cecilia diretto dal bravissimo Chung e mi disse: Se vieni non rispondo della tua incolumit!. Da allora mi fa schifo anche solo sputargli in faccia.

V' un maestro del Coro che si considera uno specialista di Palestrina. Visco Palestrina l'ha avuto dalle mani di Monsignor Bartolucci, e ho detto tutto. C' da pisciarsi sotto quando fa l'imitazione del Palestrina siccome eseguito dal suo collega. Infatti Orazio Mula (la famiglia paterna del quale  originaria di Ragusa; e il miscuglio razziale  dei pi riusciti: la famiglia materna  di origine vicentina e veronese) e Ciro Visco (il quale  un vero figlio d' 'o popolo, del napoletano rione dell'Arenaccia, e se ne vanta) hanno una cosa in comune bench non si conoscano tra loro: uno straordinario senso dell'umorismo.

La cosa pi importante dell'Arenaccia  il Real Albergo dei Poveri fatto costruire da Carlo III (Regium totius Regni pauperum hospitium) su progetto di Ferdinando Fuga: l'edificio pi largo d'Europa, ma il megaterico progetto originario, che prevedeva dimensioni molto maggiori, non venne realizzato.  una sorta d'immensa utopia neoclassica.

Sul War Requiem, che mi sembra un brano retorico e non all'altezza del suo grande autore, voglio aggiungere che negli anni Settanta lo ascoltai per la bacchetta di Fernando Previtali, un grande direttore al quale si deve, tra l'altro, un'incisione storica della Vestale di Spontini e una de La battaglia di Legnano di Verdi. Egli era di Adria, dunque della citt che ha dato i natali anche a Nello Santi, uno dei pi grandi direttori da me incontrati: oltre tutto, uomo di leggendaria simpatia. Previtali si form a Torino con Franco Alfano, e mi raccont Sandro Fuga di aver sostenuto insieme con lui l'esame di Estetica musicale: superato il quale, i candidati fecero un fal dei testi preparator.

Ho parlato dell'Accademia di Santa Cecilia e occorre affrontare il tema della sua pi grave crisi. Ricordo ad abundandum che il presidente ne  anche il direttore artistico e direttore artistico dell'orchestra. E, sempre ad abundandum (nella celeberrima dettatura della lettera, una delle prove dell'esistenza di Dio, Tot dice a Peppino, che scrive: Punto; due punti! Punto e virgola! Mass, fa' ved che abbondiamo! Abondandis in adbondandum!), ricordo che la carica presidenziale  elettiva. Ora, nel 1972 venne eletto presidente Renato Fasano, direttore del Conservatorio. Il maestro Fasano, un musicista distintissimo ma non all'altezza, non dico di Siciliani, nemmeno di Caporali o Mannino o Guido Turchi (morto novantasettenne nel 2010, uno dei migliori compositori dal 1945 a oggi ma purtroppo pigerrimo), era un genio dell'organizzazione musicale. Lo dimostravano le prestigiosissime Vacanze musicali che raccoglievano a Venezia (citt nella quale egli era stato direttore del Conservatorio) in estate il fior fiore della musica; e ancor pi il complesso che dirigeva, I virtuosi di Roma, nato siccome Collegium musicum italicum, specializzato nella musica barocca e preclassica e in ispecie di Vivaldi, il migliore tra i tanti gi allora esistenti. Oggi I virtuosi, se esistessero ancora, sarebbero ricoperti d'improper da parte di tutte le Vestali della Musica Barocca con Strumenti Originali. Il maestro Fasano, napoletanissimo, appartiene inoltre alla schiera delle persone pi simpatiche che io abbia conosciute: aveva uno straordinario senso dell'umorismo ed era intimo amico del maestro Vitale il quale, invitus animo, si faceva tuttavia plagiare da lui. Invitus animo  l'espressione con la quale Philippe de Vitry dichiara di esser acceduto alla cattedra vescovile di Meaux; il che lo costringeva ad allontanarsi da Parigi e dalla Corte, stata tutta la vita il suo mondo. Ho sempre osservato con grandissimo interesse come molti dei compositori medioevali e rinascimentali fossero dei grands commis di Stato, per capirci come dei grandi managers che facevano anche i compositori: eppure la polifonia era dottrina richiedente una sottilissima scienza specifica.

E comunque Fasano non va sottovalutato come musicista: esiste un Orfeo ed Euridice di Gluck da lui diretto con Shirley Verrett e Anna Moffo ch' il pi bello fra quelli incisi. E se si legge la voce a lui dedicata sul Dizionario biografico degli Italiani, dettata da Paola Latini, si resta addirittura sbalorditi per la quantit e la qualit delle iniziative artistiche e culturali da lui promosse: una per tutte, l'edizione degli opera omnia di Monteverdi! Uno dei racconti pi drammatici di Fasano tocc del maestro De Sabata il quale, cessata l'occupazione tedesca di Roma, si nascondeva a San Giovanni in Laterano per paura degli antifascisti che volevano fargli la pelle: e con lui, esempio di amore e coraggio senza pari, era la sedicenne Valentina Cortese. Ora, accademico tra i pi influenti era Fedele d'Amico, un grande critico e storico della musica; il quale aveva carattere contortissimo e, cattolico comunista qual era, si riteneva investito d'una missione salvifica. Egli scaten quella che a lui doveva parere una guerra santa contro Fasano, secondo lui indegno di ricoprire la carica di presidente. E indegno Fasano era, non facendo parte di un mondo fascista trasferitosi eo ipso in quello d'un generone romano comunista ch'era quello di d'Amico nel bene e nel male. Il potere di d'Amico, che s'esercitava anche attraverso il ricatto, ben vero ricatto culturale e morale, non certo criminale, il potere di d'Amico era a quel tempo immenso: cos che egli invit tutti quelli che a vario titolo si trovavano in soggezione nei suoi confronti a dimettersi. L'accademia perse quasi la met degli iscritti, poi rientrati alla spicciolata nei ranghi, ma la cosa non ebbe alcun effetto pratico, orchestra e concerti restando saldamente nelle mani del presidente. Solo che ne ebbe un colpo dal quale, come accademia, non s' mai pi ripresa; essendo diventata un'assemblea risibile in cui solo i mediocri che abbiano qualcosa da chiedere vogliono entrare.

Infatti oggi mi fanno ridere quelli che mi vogliono proporre Accademico. Quarant'anni fa lo fui dai maestri Vitale, Fuga e Pietro Argento e non ottenni il quorum. Ma lo dico perch questa  un'occasione per ricordare Argento. Era un bravissimo direttore d'orchestra, pugliese con tutta la cordialit della sua razza; lui e la moglie mi volevano un gran bene e fu tra quelli che fecero quadrato attorno a Fasano all'epoca dell'aggressione. Ma Argento aveva una cosa straordinaria: il centro del suo successo, anzi il luogo ove esisteva per lui un vero culto, era l'Unione Sovietica. Infatti Pietro Argento era il vero e proprio sosia del Batjuska, il piccolo padre, Giuseppe Vissarionovic Stalin: e le folle sovietiche impazzivano per lui!

Un altro ragazzo voglio ricordare, che mio allievo in senso stretto, n, vista la sua preparazione, lato, pu chiamarsi; ma che ama, lui, qualificarsi mio seguace; e io, non  che sia troppo vanitoso per impedirglielo,  che gli voglio troppo bene. Si chiama Giovanni Pompeo,  di Montescaglioso vicino Matera (mi ha portato a vedere questa citt coi suoi Sassi in luglio il mio carissimo amico Carlo Vulpio e sono restato senza fiato:  uno dei luoghi pi belli e suggestivi del mondo!), paese del quale era feudatario il mio amico d'infanzia, il marchese Luigi Spinelli Barrile. Giovanni non potrebbe essere vice-direttore del Conservatorio di Napoli se la Ravinale fosse ancora viva essendo di professione cornista. Avrebbe potuto andare alla Scala, essendo molto apprezzato dal maestro Muti, e anche fare una carriera di direttore d'orchestra: infatti, sempre col beneplacito della Ravinale, composizione e direzione d'orchestra ha studiato. Ma  cos intelligente da aver fatto una scelta di vita: vivere a Matera  una cosa piacevolissima, l'insegnamento al Conservatorio di Taranto di musica da camera (non corno) consente di vivere discretamente. Giovanni Pompeo  uno dei musicisti pi straordinar che conosca: ha una minuta e analitica conoscenza di tutte le partiture sinfoniche e teatrali: quando si parla con lui bisogna misurarsi la palla perch ti pu pigliare in castagna da un momento all'altro; e magari chiss quante volte con me se n' data la possibilit e lui per affetto non ne ha approfittato.

Un grande maestro del Coro mio intimo amico  stato Romano Gandolfi, per anni alla Scala dopo essere stato al Coln. Sarebbe poi stato il direttore del coro della milanese Orchestra Verdi. E quale Gloria di Poulenc ha diretto dal podio; composizione, questa, rispetto alla quale la stessa Sinfonia di Salmi di Stravinskij impallidisce! E purtroppo Bernstein ha fatto l'errore d'inciderli insieme. (Dell'opera corale di Stravinskij, oltre la giovanile Cantata Le roi des toiles - Zvezdolikij - sulla meravigliosa poesia di Konstantin Balmont, che non si esegue mai, a me, ancor pi dell'Oedipus rex, il capolavoro pare Persphone.) Viveva nel culto di Karajan, onde disprezzava tutti gli altri direttori, eccetto Carlos Kleiber. Mi diceva che il sogno della sua vita sarebbe stato quello di preparare il coro per una Messa di Requiem di Verdi diretta da Karajan. Negli anni Settanta fu costretto a fare infinite esecuzioni della Messa dirette da Abbado. Paolo, non ci puoi credere, ogni volta sembra di avere toccato il fondo, ma la volta successiva  ancora peggio!.

Negli stessi anni la Scala and in tourne al Bolshoi di Mosca. Gandolfi, intelligentissimo, fece l'esatta cosa che aveva fatta Verdi quando era dovuto andare a Pietroburgo per la prima esecuzione della Forza del destino (la versione pietroburgense, ben inferiore a quella definitiva, si esegu anni fa a Santa Cecilia sotto la bacchetta di un direttore dalle grandissime qualit ma ridottosi per pigrizia e strafottenza a essere un ciarlatano, Valery Gergiev). Ossia divise tra i bagagli dei coristi l'intero apparato di pasta, parmigiano, olio, buatte di pomodoro, fornello, scolapasta, etc. Cos non doveva mangiare il terribile montone russo. A quell'epoca il vice-presidente del Consiglio di Amministrazione della Scala era un nobile milanese vanitosissimo, che si dava un gran tono, l'architetto Giuseppe Barbiano di Belgiojoso. Costui era stato messo a tappeto dal montone. Aveva una faccia livida, tanto da indurre Gandolfi a piet. Venga in camera mia che Le rimetto lo stomaco a posto. Il nobile va e cade in estasi. Intanto la pasta  pronta, occorre scolarla. Gandolfi si reca a farlo sul cesso. Ma si scotta e rovescia lo scolapasta. Non si perde d'animo, raccoglie gli spaghetti e li mette nel piatto. Maestro, non ho mai mangiato niente di pi squisito!. La vanit di voler fare il vicepresidente a volte si paga.

Il pi bel ricordo di Romano Gandolfi me lo diede, anche questa volta, Francesco Siciliani. Si era fatto il Wozzeck diretto da Claudio Abbado e il Maestro disse a Romano: Gandolfi, il solo interno come lo fa Lei vale il prezzo del biglietto!. Gandolfi si aspettava gli elog su altro e si offese moltissimo: Ma come mi disse, io ho fatto La forza del destino, il Lohengrin, il Boccanegra, la Bohme, e lui mi fa i complimenti per l'interno del Wozzeck!.

Anche il Bolshoi fece una tourne a Milano. Era guidata dal grande compositore Rodion Scedrin, l'autore della Carmen Suite, dei Concerti per orchestra e d'un nutritissimo catalogo, che aveva una carica elevatissima nel Sindacato musicisti dell'Unione Sovietica. Portarono, fra l'altro, il Boris Godunov di Musorgskij. Ora bisogna sapere che Musorgskij  un gigante della composizione ma  un genio che non  passato per lo stadio del talento: tecnicamente parlando  a volte sprovveduto ma l'ansia creativa  tale che gl'impedisce la rifinitura. Nicolai Rimskij-Korsakov, altro gigante quale compositore in proprio, con una dottrina e un'arte impareggiabili e per il solo amore da lui portato a Musorgskij ha riarmonizzato e riorchestrato il Boris. La sua opera  un monumento. Per da decenn vige in Occidente una corrente volta a dichiarare che il lavoro di Rimskij-Korsakov  un tradimento, scaturiente dalla vilt di un compositore ortodosso (s, Rimskij-Korsakov ha scritto anche uno splendido Trattato di Armonia e uno di Orchestrazione che i partigiani di quest'opinione non sono all'altezza di studiare) verso gli ardimenti d'Avanguardia propr di Musorgskij. Il quale aveva una concezione della storia cos profondamente cristiana e tragica che la parola Avanguardia, se qualcuno l'avesse pronunciata in sua presenza, egli non avrebbe portato la mano alla fondina della pistola, come Goebbels di fronte alla parola Cultura (che di Avanguardia  per taluno sinonimo), ma avrebbe chiamato il confessore per chi l'avesse pronunciata.

Di Rimskij debbo aggiungere una cosa. Sarebbe meraviglioso se, accogliendo un voto di Gennadij Rodestvenskij, un teatro italiano allestisse Servilia, la storia d'una martire cristiana del 67 d.C. In essa, svolgendosi la vicenda nel mondo antico, il compositore con arte ed erudizione meravigliose ricorre agli antichi modi, similmente a quel che fa Maurice mmanuel nella Salamine, che osa mettere in musica I Persiani di Eschilo. L'Opera di mmanuel  di straordinario valore e chiamarla capolavoro non  eccessivo; l'intento, a dir cos, archeologico,  superato dal suo drammatismo, dalla sua concisione, dalla sua originalit stilistica in un linguaggio affine pi a Schmitt che a Ravel. V' canto spiegato, declamazione cantata, declamazione misurata su di una enorme sottigliezza ritmica; essa  accompagnata da un autonomo sviluppo orchestrale di profondissima bellezza. Il linguaggio armonico fa della dissonanza un uso libero d'immensa originalit e combina questo con una coscienza modale che rende il linguaggio ricchissimo: mmanuel dice che l'antica musica greca non conosceva le triadi ma possedeva tre modi maggiori e tre minori i quali rivivono nella canzone popolare francese. Il monologo di Atossa, il racconto del messo e l'apparizione dell'ombra di Dario sono fra le grandi cose del Novecento; i francesi sono i primi a trascurare i loro monumenti musicali: Salamine non si d da decenni: ne fecero negli anni Cinquanta un'esecuzione radiofonica; finir che la allestiremo in Italia visto che non le  toccata nemmeno un'esecuzione al festival delle Opere rare, a Wexford. Io la giudico superiore non solo all'Oedipus rex ma anche a Persphone di Stravinskij.

L'episodio che racconto mi fu narrato da Massimo Mila, il grande storico della musica, uno degli amici pi cari che ho avuto il privilegio d'incontrare nella vita. Aveva una meravigliosa compagna, Anna Giubertoni, che poi spos, ma una moglie, una vecchietta dallo sguardo franco e affettuoso pazzamente innamorata di lui, che lui portava alle prime del Regio perch la fierezza della signora per essere l, davanti a tutti, coll'unico uomo che per lei contasse, era una cosa commovente; le brillavano gli occhi. Quando mor Mila mi disse: Pensa che abbiamo trovato, in un armadio nascosto, l'intera raccolta dei miei articoli ritagliati da lei, e lei non mi aveva mai detto niente!.

Mila, oltre a possedere l'enorme cultura che aveva e a scrivere in un meraviglioso italiano, era uomo scherzevole e pieno di spirito. Il Bolshoi aveva portato il Boris nella versione di Rimskij. Ci fu un ricevimento in onore degli ospiti. Durante il corso di esso Mila and da Scedrin e gli domand come mai l'Opera nazionale russa veniva eseguita non nella versione originale ma in quella revisionata. Scedrin rispose in un modo che un napoletano non avrebbe saputo fare meglio: Vede, Maestro, innanzitutto la nostra Opera nazionale non  il Boris ma l'Eugenio Oneghin di Cajkovskij. In secondo luogo, il Boris versione originale  come il morbillo: si fa una volta sola e poi si fa la versione Rimskij!. D'altronde non c' da meravigliarsi. Basta leggere Il giardino dei ciliegi di Cechov, ch' una tragedia raccontata come se fosse una farsa, con quei personaggi apparentemente immobili e a volte a discettare dei massimi sistemi, per rendersi conto che il popolo pi affine al napoletano  il russo: ancor pi dei monacensi e dei viennesi, i quali ultimi sono simpatici ma pur sempre falsi; nessuno possiede un umorismo simile e hanno contagiato persino gli ucraini, sovente: lo vedo da cameriere o un barista di Kiev che si chiama Basilio (Vassilji), lavora a San Gregorio Armeno e parla napoletano. Infatti io mi trovo a mio agio coi russi pi che con chiunque altro: comprendono le battute per assurdo e le fanno!

Mi correggo: con chiunque altro loquente lingue romanze. Infatti a Milano, a corso Como, ho conosciuto in una trattoria valtellinese (guardate come sono disinvolto all'estero) un cameriere persiano che si chiama Asham.  un bel ragazzo di ventott'anni e parla un italiano perfetto essendo in Italia da soli tre anni. Di lui mi ha colpito non solo il rapporto di amicizia stabilitosi fra noi ma i suoi modi che non sono da gran signore perch sono da principe.

Voglio aggiungere un altro racconto dell'epoca nella quale ero in sonno come critico musicale al Corriere. Era l'inizio del 1990; io mi ero seccato della situazione e mi ritenevo anche non all'altezza come storico della musica; onde decisi d'iscrivermi alla facolt di Giurisprudenza allo scopo d'ottenere in breve tempo la laurea, partecipare al concorso notarile e, vintolo, incominciare da notaio a fare i soldi colla pala, come si dice a Napoli. Il mio ricordo pi bello sono gli esami che sostenevo, ovviamente, senza aver ascoltato una sola lezione (non ne avevo il tempo) ma preparandomi sui libri. Gli esami sono luoghi patetici nei quali puoi vedere tanti uomini d'et presentarsi a sostenerli per i pi var motivi, dai poveri fanatici ai sottufficiali dei Carabinieri e della Finanza i quali desiderano laurearsi per diventare ufficiali. Quindi vedevo i ragazzi studenti guardarmi con ironia come se fossi stato un anziano fuoricorso che si arrampicava sugli specchi alla sua et. Io studiavo con tutta la mia esperienza d'insegnante: e siccome ho fatta mia la divisa di Samuel Butler odio pi un'imprecisione che una menzogna, imparavo il testo a memoria, tutto, note comprese, e mi esprimevo colla precisione di chi sa pesare le parole. Allora ricordo lo sguardo attonito di quei ragazzi che brigavano per un 23 vedendo l'ammirazione o l'odio degli esaminatori di fronte a uno che avrebbe potuto esaminare loro e se ne usciva ogni volta con un 30 e lode, tranne in due occasioni: quando Mario Rusciano, mio amico del cuore, mi esamin per la sua materia, Diritto del lavoro, dandomi 30 e quando sostenni l'esame del Diritto costituzionale: l'esaminatore percep tutto il mio disprezzo per i costituzionalisti che vivono in una adorazione acritica per la nostra pessima Carta costituzionale e, per quanto preparato fossi, mi assegn un misero 28.

1 In realt pare che l'espressione fosse stata pronunciata dall'infame Fouch, nota che mi preme aggiungere a questa terza edizione a seguito dell'indicazione di un amico.
...
.
...
CAPITOLO 17.
...
.
...
Fabrizio Jacoangeli. Zio Buby Jacoangeli. La Scuola e io. Padre Albert Heitlinger. Il mio cinema. Nascono nuovi Santi.
.
Ancora intorno al fatto che l'impegno del Corriere era per me incompatibile col Conservatorio perch non riuscivo a fare bene le due cose, non tornerei indietro sulla mia decisione; ma debbo dire che adesso dal punto di vista della salute sto un fiore e forse avrei la forza per fare tutto. Questo merita un altro racconto. Bisogna sapere che sono sempre stato leggermente ciclotimico e tendente alla depressione. Anni fa andai da un grandissimo neurologo napoletano. Costui aveva un'anticamera come non avevo mai visto: se l'appuntamento era alle sei verso le undici si poteva telefonare alla segretaria per sapere se verso mezzanotte ci si poteva presentare. Questo professore  talmente avido di denaro che, avendo una volta la settimana studio a Palermo, vi si reca in vagone letto per ricevere durante la notte i pazienti sul treno: la segretaria d i numeri di prenotazione sulla carrozza e questo episodio  noto in tutt'Italia: il professore crede evidentemente al proverbio che dice Ogni lassat'  perdut' (Ogni cosa lasciata  persa).

Il grande professore  un prodigio: la sua visita dura non pi di sette minuti, ma ti guarda negli occhi e sa gi tutto. Solo che l'avidit di denaro  pi forte del giuramento d'Ippocrate; poi c' la clinica di propriet da mandare avanti: cos il Neurologo m'imbott di benzodiazepine. Uno psichiatra milanese si accorse che il peggiorato mio stato derivava dall'intossicazione da benzodiazepine: mi mand in una clinica psichiatrica in provincia di Lucca per due periodi di disintossicazione di quindici giorni e dopo di questi migliorai non poco. Per una cura antidepressiva da me fatta si chiama Mars Attacks!, il film di irresistibile e sofisticatissima comicit di Tim Burton. Nel 1996, primavera, ero a Milano in un terribile pomeriggio, con una nuvola nera attorno al capo: Roberto Giussani fu cos carino da accompagnarmi al primo spettacolo pomeridiano e il genio di Burton mi fece star bene.

Il salto di qualit verso la buona salute fu per un altro. Anche da ci che sto per raccontare pu vedersi che cosa sia la protezione di San Gennaro, che dal male fa nascere il bene. Io ebbi un incidente apparentemente banale: scivolai sulla scala mobile dell'aeroporto di Bruxelles e me ne venne una distrazione muscolare al ginocchio destro. Non camminavo pi. Feci infiltrazioni di acido ialuronico, fisioterapia con un povero fisioterapista jettatore: e lo era perch talmente sventurato da portare cattivo augurio: infatti dice il proverbio 'O cane muozzeca 'o strazzato (Il cane morde lo stracciato), l'uomo ch' tanto povero da avere i panni a pezzi: niente. A un certo momento intervenne il professor Fabrizio Jacoangeli, clinico medico professore a Tor Vergata.  questi il mio cugino prediletto, figlio dell'ambasciatore Giuseppe, il fratello maggiore di Mamm. A un certo momento mi dice: Senti, Paolino, per il tuo ginocchio tu devi venire da me e farti pungere!. Io non sapevo che praticasse l'agopuntura; peraltro, se non fosse stata un'arca di scienza come lui a consigliarmelo io nella mia superficialit avrei detto: Ma che sono queste cose del Medio Evo?. Fatto sta che dopo le sedute di agopuntura non solo il mio ginocchio miglior al punto che adesso posso non camminare, correre: ma ne ebbi un giovamento generale incredibile. Scomparve ogni ombra depressiva; il tono generale e l'umore migliorarono enormemente; aumentarono la capacit di concentrazione, la memoria e il desiderio di lavoro; l'interesse per il mondo esterno divenne profondo come mai nella mia vita lo era stato; incominciai persino, io supersedentario, a provare piacere nel viaggiare. Se non avessi avuto l'incidente al ginocchio tutto questo non sarebbe capitato: ecco un altro caso nel quale San Gennaro dal male mi ha fatto nascere il bene!

Fabrizio s' specializzato nella cura dell'anoressia, una terribile malattia ch' anche una vera piaga delle nostre societ. Gli chiesi quale ne fosse la causa e lui mi spieg che queste adolescenti, anzi bambine, che ne sono affette, hanno il terrore della propria incipiente femminilit, la respingono: onde non mangiano, viene loro l'osteoporosi e spesso muoiono di polmonite e d'infarto. Adesso, purtroppo,  in crescita anche l'anoressia maschile!. E la causa di questa?. Si tratta di adolescenti che non accettano la propria natura di omosessuali e cos si ammalano. Se lo dici tu che sei la fons sapientiae che sei non metto lingua. Per sappi che a Napoli questa spiegazione non  valida. A Napoli il ricchione  sempre stato tenuto in pianta di mano!. Adesso Fabrizio mi dice che riesce ad applicare l'agopuntura anche nella cura dell'anoressia.

Fabrizio , oltre che sommo clinico, uno degli uomini pi meravigliosi che ci siano. Non ha preso i caratteri fisici della nostra famiglia bens quelli della madre Mariantonia, a differenza di suo fratello Manuel che forse  in astratto pi bello ma non ha lo stesso fascino: zia Mariantonia mi ha sempre voluto un bene enorme e quando ero ragazzino faceva a maglia dei pullover per me. Il tratto di Fabrizio  esattamente quello che Baldassar Castiglione nel Cortegiano chiama la sprezzatura: vale a dire una sorta di negligenza delle maniere di Corte che mette capo a una semplicit della quale nulla  pi incantevole; insieme con mio padre  il pi gran signore che abbia conosciuto: e per dir forse una nova parola dice il Castiglione, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l'arte e dimostri ci che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi.

All'inizio di questo libro ho raccontato del momento pi terribile che in vita mia abbia dovuto affrontare. A seguito di tale racconto Fabrizio mi ha narrato il suo, di momento terribile. Era un ragazzo di diciannove anni e doveva dare il benservito a una ragazza colla quale aveva un rapporto; costei, come la Vedova del rasoio, gli chiese un ultimo incontro e si present imbottita di barbiturici per ottenere una morte da suicidio in sua presenza. Fabrizio riusc a salvarla; la donna era stata d'inaudita perfidia. Debbo dire che il suicidio, e soprattutto quella torva Operetta chiamata tentato suicidio, allo scopo di nuocere altrui,  una cosa ripugnante. L'essere umano non ha fondo nel male.

Il pap di Fabrizio, l'ambasciatore, che odia il nome Giuseppe e si  sempre chiamato Buby, durante la guerra era ufficiale sommergibilista. Era in immersione nel Pacifico quando accade la pagina pi terribile e vergognosa della nostra storia, l'8 settembre. Loro erano isolati, non sapevano nulla, riemergono e vedono la corazzata giapponese: cos vanno incontro all'alleato nipponico. Mio zio fece due anni di prigionia a Singapore e in Malesia. Morirono quasi tutti i suoi consorti: lui  dotato di tale forza vitale che ne torn fortificato avendo anche imparato il cinese e il giapponese. Volevano infatti farne il nostro primo ambasciatore a Pechino; ma lo  stato a Brasilia e a Parigi, dopo aver attraversato Teheran (ov' nato Fabrizio), Lisbona, Bruxelles. Va ancora tutti i giorni in piscina per tenersi in esercizio; scrive, d consulenze;  uno dei grandi Saggi della Farnesina.

Fabrizio ha un figlio che si chiama Alessandro e ch', insieme con Andrea Musella, il mio cocco.  un ragazzo d'una eccezionale bellezza ma conserva i tratti del gran signore; ed  di animo dolcissimo. Ha vinto meravigliosamente il concorso per avvocato ed esercita presso uno studio, ma so che il suo obbiettivo  di fare l'Avvocato dello Stato.

Mi accorgo di non aver parlato in modo soddisfacente dei miei rapporti con la Scuola. La verit non  tanto che l'impegno al Corriere fosse incompatibile per me con l'insegnamento ma che io trovai nel Corriere il pretesto per lasciarlo. Gli allievi, spalleggiati da insegnanti interni, avevano fatto una raccolta di firme contro di me, alligando che tenevo lezioni troppo difficili e che ero troppo severo agli esami. Dal Ministero mandarono un ispettore, un pugliese coglione (strano!), in proprio insegnante di Fisica. Era, credo, un cattocomunista e mi fece una relazione contrarissima dopo aver udito gli allievi e me pro forma. Figuriamo quanto potevo fottermene; ma l'umiliazione di esser chiamato a giustificarmi era grande. In realt non ne potevo pi dell'impreparazione generale degli allievi: in pratica in luogo di svolgere il corso di storia della musica dovevo fare quello di Armonia e di lingua italiana. L'ultimo anno mi ero ridotto a tentare di far leggere in aula il libro di testo e gli allievi non erano nemmeno capaci della lettura, ad alta o bassa voce che fosse, non dico di capire. Ma la colpa non era loro, o almeno non solo loro. Dalla scuola elementare  stata abolita la lettura e credo lo sia stato anche il dettato. Io poi avevo fatto ancora a tempo a studiare nella scuola umanistica: la scuola democratica, cos la chiama Ernesto Galli della Loggia,  profondamente classista e discrimina coloro i quali provengano da strati sociali meschini o non abbiano possibilit economiche. La scuola umanistica era dura ma offriva condizioni di studio di partenza paritetiche e garantiva anche un primato inconcusso della scuola pubblica su quella privata. Ancora negli anni Cinquanta essere insegnante di Liceo voleva dire da un punto di vista sociale appartenere alla buona borghesia: oggi sei un paria. Io credo che lo smantellamento della cultura classica dalla scuola sia stato compiuto in parte anche scientemente per ottenere un livellamento verso il basso della societ italiana atto a determinare automaticamente la vittoria del partito comunista. Poi c'era l'egualitarismo cislino (da CISL, il sindacato che si proclama cattolico), che tutto  tranne che cattolico. In realt, possiamo dire che la scuola  stata considerata, da chi l'ha gestita negli ultimi quarant'anni, un ammortizzatore sociale: per far perdere qualche anno di tempo ai ragazzi prima che non diventino un pericolo per via della loro sicura disoccupazione; e soprattutto un ammortizzatore sociale per garantire lo stipendio a insegnanti nullafacenti e incapaci e a personale ausiliario: quando ero ragazzo i bidelli almeno facevano pulizia, adesso una scopa non l'hanno mai vista in vita loro e il lavoro viene, a dir cos, fatto dalle squadre di pulizia, composte in gran parte di ex detenuti, tossici e affini e non s'immagina come gli appaltatori di queste si arricchiscano.

Quanto ad ammortizzatori sociali non voglio parere un colonnelllo a riposo: ma ho l'impressione che tutti indistintamente i governi che negli ultimi decenn si sono succeduti abbiano considerato, e considerino, la gravissima criminalit fatta di furti e rapine, spesso cruente, come un ammortizzatore sociale, se non addirittura come un'augurabile redistribuzione della ricchezza. Lo prova il loro parlare di ci come di microcriminalit: e ci fa agghiacciare.

Torno alla Scuola. Certo si  che oggi presso vastissime categorie sociali l'analfabetismo cosiddetto di ritorno non  diffusissimo,  la norma. I giovani (fino ai sessanta, ormai) che non fanno nemmeno i manovali ma appartengono a fasce di sfruttamento selvaggio (presso le quali c' un terribile ritorno della droga: questi sventurati consumano cos i loro salar da fame), come i fattorini dei pony-express e i fattorini che sulle vespe e i motorini recapitano le pizze a domicilio, non riescono nemmeno a leggere i giornali sportivi. A stento decifrano un indirizzo se  scritto in stampatello; ma, come moltissimi anche pi protetti, non sanno leggere la scrittura minuscola. C' un ragazzo che si chiama Salvatore e nelle vicinanze di casa mia  titolare di un'agenzia di recapiti: quindi  un datore di lavoro dei fattorini, non un loro pari; io lo faccio lavorare per aiutarlo ma guai se gli do un indirizzo scritto minuscolo, neanche Napoli riesce a leggere se non  stampatello. Si capisce che andiamo verso un processo irreversibile di barbarie che non ripristina la bellezza dell'analfabetismo autentico, quello antico.

A sessantatr anni comprendo ancor di pi che il possesso della cultura classica, del latino e del greco, e segnatamente del latino,  il sistema sovrano per poter avere il pi giusto rapporto col mondo esterno e affrontare, non dominare, ch' impossibile, la vita.

Qui voglio inserire, legata al latino, una meravigliosa figura che conosco soltanto de relato e che, se non vi fossero zio Buby e zia Mariantonia, meriterebbe questo libro gli fosse dedicato in memoriam. Mi sorge da una lettera di Hans-Eberhard Dentler inviatami a febbraio 2014 in risposta all'invio de I Mammasantissima (si chiamava ancora cos) in lettura amichevole; egli mi scrive quanto riporto: ...Virgilio  collegato nel mio ricordo a un padre gesuita ch'era il mio insegnante di latino, Albert Heitlinger, da lungo morto, ma in me vivo. Questo padre era talmente penetrato nell'Eneide che sembrava essere addirittura un allievo personale di Virgilio. Non dimentico come leggeva i versi vergiliani. Grazie a lui Virgilio mi ha fatto l'impressione di essere un autore lontanissimo dal mondo, non raggiungibile. Poi - si deve sapere - questo padre viveva quasi nascosto giacch aveva un compito speciale. Traduceva ogni giorno i testi di Johannes Chrysostomus (San Giovanni Crisostomo) dal microfilm nella sua stanza oscurata (e amava tantissimo la musica e fra l'altro il Concerto n.1 in Sol minore di Bach!). Nei lunghi corridoii del monastero (una volta benedettino, antichissimo) si poteva osservare che parlava latino coi suoi confratres, quando si aveva la fortuna di vederlo... anche questo era un segno della sua pudicitia.

Ho citato quale cura della depressione il film Mars Attacks! In realt c' tutta una serie di films che mi attira e mi cura, di l da Tot ch' la cura massima. Alcune commedie musicali delle quali la pi bella  My fair Lady ma delle quali un altro meraviglioso caso  Topsy Turvy sui sommi autori d'operetta Gilbert e Sullivan e la composizione del Mikado. Tre films americani sono al sommo dei miei amori, e sono Il caro estinto di Tony Richardson dal meraviglioso romanzo di Evelyn Waugh, Victor Victoria diretto da Blake Edwards e Neverland di Marc Forster, la storia dello scrittore che invent Peter Pan nel quale recita Johnny Depp a dimostrazione di che cos' un grande attore: un cafonaccio americano di sangue anche pellerossa che fa il pi sofisticato scrittore londinese, con un incredibile accento upper class. E il film pi bello dell'intera storia  naturalmente A qualcuno piace caldo di Billy Wilder con Marylin Monroe, Jack Lemmon e Tony Curtis, due giganti in proprio ma gigantissimi grazie a Wilder.

C' un filone ch' mio e naturalmente di tutti i miei amici: la cosiddetta commedia all'italiana. Premetto che grandi registi di questo genere hanno lasciato anche capolavori tragici: Mario Monicelli con La grande guerra, Luigi Comencini con Tutti a casa, Nanni Loy con Detenuto in attesa di giudizio, una delle pi terribili interpretazioni tragiche del sommo Alberto Sordi del quale un'altra interpretazione tragica, sotto colore di comicit,  Polvere di stelle con Monica Vitti, che ricalca Siamo uomini o caporali di Tot, ove una grande interpretazione di un uomo odioso, appunto il caporale, d Paolo Stoppa. Sordi fa moltissime interpretazioni indimenticabili: mi piace ricordare le sue straordinarie macchiette radiofoniche, il conte Claro e Mario Pio, il cammeo de I vitelloni di Federico Fellini e Il vedovo con una somma Franca Valeri. Pietro Germi fa Divorzio all'italiana con Marcello Mastroianni e Sedotta e abbandonata col grande Saro Urz. Ugo Tognazzi  un altro vero gigante e basti ricordare Amici miei pure di Monicelli; ma prima fa una straziante parte comica in Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli, partecipa alla Califfa di Alberto Bevilacqua, d una grande interpretazione del Magnifico cornuto di Pietrangeli e partecipa al capolavoro di Risi I mostri; e una parte del pari straziante fa in Madame Royale di e con Vittorio Caprioli mentre la checca comica  nel Vizietto di Eduard Molinaro col bravissimo Michel Serrault. Sempre Monicelli  autore del capolavoro I soliti ignoti e del Mattatore di Vittorio Gassman, del terribile Sorpasso e del Gaucho; a non dire de L'armata Brancaleone. Tra i miei attori preferiti c' anche Aldo Fabrizi, il quale pure con Tot  deuteragonista, non spalla; e metto la grande coppia di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Una preferenza di vertice va a Vittorio Caprioli del quale ricordo uno straordinario Beckett, Finale di partita, a teatro in coppia con un altro sommo, Mario Carotenuto: due ch'erano conosciuti come caratteristi! A dimostrazione del fatto che tanti grandi attori nostri sul caratterismo erano costretti a ripiegare perch non trovavano da lavorare nel teatro.

Adesso voglio parlare di fatti tristissimi, uno dei quali insieme  bellissimo, che sono accaduti negli ultimi mesi, fonte per me di profonda meditazione. La cosa avvenne a gennaio 2013. Un magnifico articolo sul Corriere di Francesco Alberti, pieno di sensibilit, di gran cuore e di quella capacit di raccontare che definisce il grande giornalista, mi provoc prima raccapriccio e gioia infinita poi. Una criminale per la quale io non riesco a provare piet, e che non venne mai catturata, partor a Bologna una piccola di otto mesi pesante poco pi di tre chili. Invece di annodarlo, le strapp con violenza il cordone ombelicale: il che per gl'inquirenti fu indizio certo d'una volont omicida. Poi la infil in un sacchetto di juta chiuso ermeticamente con una chiusura-lampo, perch alla piccolina mancasse l'aria e morisse soffocata. Infine la gett di primo mattino in un cassonetto dell'immondizia affinch nello stringente gelo morisse assiderata.

Tre morti le voleva colei alla quale non oseremmo attribuire il nome di madre ma nemmeno un qualsiasi nome desunto dal regno animale, ch la lupa, pei latini significante colei che partorisce more ferarum, a mo' delle fiere, la stessa lupa  soccorrevole ai cuccioli e d il latte anche a quelli estranei, siano essi di tigre o d'uomo. Ebbene, il cucciolo d'uomo vag: e il verso venne udito da un barista, Michele Campaniello, il quale pens a una bestiolina; ma le mani nel cassonetto nondimeno immerse estraendone il corpicino al quale il cuore ancora pulsava ma che, affondato tra immondi stracci, tutto di sangue era ricoperto.  stata una cosa bruttissima e bellissima allo stesso tempo, ho ancora il cuore che mi batte a mille!.

Un garagista, Alberto Grossi, la prese di mano al barista e, mentre questi chiamava l'ambulanza, giunta in meno di quattro minuti, la port nell'angolo pi caldo del locale. La bimba si  salvata.

Ora, si dichiar senza fondamento cosa da considerarsi solo una pia ipotesi volta al fine di non far crescere l'orrore fino a limiti insuperabili, che la tkos, grecamente la fattrice, non fosse in s. La crudelt del mondo contemporaneo induce invece a credere che non si trattasse di quello che i giuristi definiscono il dolo d'impeto ma che vi fosse la premeditazione.

Un amico, di fronte alle mie parole intorno alla mancanza dei minimi fondamenti etici vigente nella nostra societ, troppo incoraggiata dagli esponenti della cosiddetta Cultura, mi ricordava che nel Medio Evo esistevano le ruote ove i figli della colpa venivano messi perch caritatevolmente raccolti e allevati fossero. La carit cristiana, appunto.

All'orrore segue adesso, almeno per come si sono verificati i fatti di Bologna, la meraviglia e la speranza: forse la vicenda, pensando ai due ragazzi che hanno salvato la bimba, vuole semplicemente dirci che i Santi esistono ancora.

E di Santi debbo di nuovo parlare perch un nuovo Santo ci  tragicamente rivelato col suo sacrificio. Nei pressi di Bergamo il ginecologo Eleonora Cantamessa, che gi ai poveri gratuitamente profondeva l'arte sua, s' fermata, incurante del pericolo, a soccorrere uno straniero, accoltellato durante una rissa. Un'automobile guidata da uno dei membri del gruppo di indiani in lotta fra di loro l'ha travolta (intenzionalmente?) uccidendola. Nessun dubbio che Eleonora abbia dato prova d'una virt eroica. Alle sue preghiere ci si rivolger con fiducia, alle preghiere di quella che mi sento gi da ora di chiamare Santa Eleonora Cantamessa.

Una grande santa, proclamata solo Servo di Dio e appena (2008) toccata da un inizio di processo di beatificazione,  suor Maria Laura Mainetti, martire a Chiavenna nel giugno del 2000. Si rec a un appuntamento con tre tossiche pur sapendo che andava incontro a un certo pericolo; mor sotto diciannove coltellate ma nello spirare invoc al Signore il perdono per le sue assassine. L'articolo che scrissi su questo caso  per me stato, sebbene allora non me ne rendessi conto, un potente fomite a credere.
...
.
...
CAPITOLO 18.
...
.
...
I fratelli Ambrosio. Klaus Tennstedt. Gnther Wand. Wilhelm Furtwngler. Vladimir Delman. Il Dottore delle Orecchie. Villa Paratore. Le comte Ory. James Levine. Carlo Maria Barile. Alessandro Talevi e la mia palinodia su Prokofiev.
.
Negli anni Novanta diventai molto amico di due fratelli, Vittorio e Giulia Ambrosio, entrambi insegnanti al Conservatorio di Salerno. Essi organizzavano un festival chiamato il Salerno Festival che i Camerati di Milano immediatamente ribattezzarono Salierno Festival (Salierno  il nome dialettale): nel cortile della Cattedrale si svolgevano concerti prestigiosissimi; ce ne fu persino uno della London Philarmonic guidata dal colosso Klaus Tennstedt che fece un programma wagneriano, una delle cose pi impressionanti che mi siano capitate di ascoltare. Peraltro esiste un disco wagneriano di Tennstedt con Jessye Norman, gi citato, che contiene forse il pi bel Preludio e Morte di Isolda che io conosca.

La vita di Tennstedt  una cosa terribile.  fiorito prima sotto il nazionalsocialismo, poi sotto la comunista Repubblica democratica tedesca. Era liberissimo. Scelse di emigrare in Occidente: divenne schiavo del sistema, tanto ci vero che dopo un inizio teatrale a Gteborg e a Kiel di che non ci restano documenti, diresse solo musica sinfonica, non pi Teatro musicale: cos che siamo stati privati di uno dei pi grandi direttori d'opera del dopoguerra. Gli prese una gravissima forma depressiva: fino all'ultimo istante non si sapeva se sarebbe salito sul podio, era attanagliato dal terrore. Infatti a Salerno era pronto a sostituirlo Franz Welser-Mst. Quando Tennstedt vinse la depressione si ammal di quel cancro alla gola che nel 1998 a settantadue anni l'avrebbe ucciso.

Accanto a lui ho citato il gigante Gnther Wand. Fu costui alla somma altezza ma non ebbe fama enorme per il suo restare attaccato a poche orchestre, prima la Grzenich di Colonia poi quella di Amburgo. I Filarmonici di Berlino, l'orchestra di Karajan, dopo aver registrato con lui la Quinta Sinfonia di Bruckner, gli chiesero d'incidere con loro le altre otto. E si mediti ulteriormente sul fatto che la Quinta era la prima Sinfonia di Bruckner che Wand avesse diretta in vita sua, che si trattava di cosa che aveva accettata dopo un iniziale rifiuto e che l'aveva studiata lungamente prima di considerarsi pronto. La collana delle Sinfonie di Bruckner  all'altezza delle interpretazioni di Jochum e Karajan. Lo stesso dicasi per Beethoven, Schubert e Brahms. Wand viveva con la regola di studiare ogni volta ex novo quel che doveva dirigere: le sue prove erano considerate massacranti per le orchestre ma esse ammiravano il Maestro a tal punto da accettare da lui tutto. Esiste un meraviglioso documentario su di lui che contiene anche la sua ultima intervista, del 2001: sarebbe morto nel 2002 a novant'anni. La prima cosa che dichiara  che, quando lui era giovane, e insomma in tutto il periodo nel quale si  formato, non esistevano incisioni discografiche: la preparazione si doveva fare necessariamente sulla partitura e solo su di essa; non c'era nemmeno la possibilit di confrontare la propria linea esecutiva con quella di un altro. Sulle Sinfonie di Bruckner dichiara cose interessantissime e non manca di esprimere tutto il suo disprezzo per le edizioni Schalk di esse, che modificano l'orchestrazione originale facendone un misto di Mendelssohn e Wagner. (Dico solo per amor di chiarezza cosa da me trattatissima, esistere delle Sinfonie di Bruckner revisioni curate dall'allievo Schalk che a fin di bene le tagliavano e correggevano l'orchestrazione. Da pochi anni, relativamente, se ne adotta l'edizione critica: Karajan e Jochum ovviamente fanno cos. Per i musicisti e musicologi faccio osservare per che Wand parla di edizione critica Haas e non Nowak. Il Nowak si  avvalso dell'opera del Haas che fu epurato dopo la guerra.)

Haas pubblic nel 1927 (io posseggo l'edizione del 1932) a Potsdam una pionieristica opera, Die Musik des Barock (La musica del Barocco): dico pionieristica perch allora, salvo Mario Praz, che esistesse il Barocco addirittura si negava. Si tratta del libro con l'apparato iconografico pi bello che conosca: tanto che nessun editore italiano ha potuto pubblicarlo per i costi che ci avrebbe comportato. Per la cosa pi bella sull'essenza del Barocco musicale non  nemmeno il Bukofzer, il quale ha il limite di non dare ad Alessandro Scarlatti il ruolo che gli compete, ma il sommo Friedrich Blume. Questi ha fondato e diretto la pi bella Enciclopedia musicale che mai sia stata fatta, Die Musik in Geschichte und Gegenwart (conosciuta siccome MGG), La musica nella storia e nel presente. Le voci sulle epoche sono quasi tutte sue: cosicch egli pubblic nel 1977 il volume Die Epochen der Musikgeschichte (Le epoche della storia della musica). Io lo feci tradurre in italiano per la collana Mondadori siccome Storia della musica. Le ottomila copie andarono subito esaurite con gran fastidio della musicologia italiana che aveva promosso una non proprio brillante, anzi, diciamo la verit, in pi parti grettamente scolastica, Storia della musica della Societ Italiana di Musicologia in pi volumi miscellanei. In copertina collocai l'Apollo che suona la lira, di Dosso Dossi, sublime dipinto; e di quest'artista voglio almeno ricordare una delle pi inquietanti immagini della bellezza maschile, il Ritratto di giovane uomo con gatto e cane, allogato nello squisito Ashmolean Museum di Oxford. Per dare un'idea del genio di Blume, ricorder solo questo: egli dice che i momenti supremi del mondo e della societ del Barocco sono la Messa solenne e la rappresentazione dell'Opera seria.

Nel documentario si vedono prove di Wand e brani di suoi concerti: aveva un gesto plastico, bellissimo, e che sottigliezze adotta nella Sagra della primavera di Stravinskij! Dichiara che alle prove egli non fa ai musicisti spiegazioni di ci che vuole (caratteristica dei mediocri: oggi sono di moda i direttori democratici che degli orchestrali si considerano colleghi e discutono con loro delle scelte esecutive: come piacciono ai responsabili delle pagine Spettacoli dei quotidiani!): infatti Klemperer parlava moltissimo!. E dice il suo imbarazzo nel provare la Quinta Sinfonia di Beethoven con un'orchestra abituata ad eseguirla sotto Furtwngler.

Di quest'ultimo direttore grandissimo e a volte imbarazzante per improntitudine tecnica e rapsodicit interpretativa (basta confrontare il suo Don Giovanni di Mozart con quello diretto da Dimitri Mitropoulos per sostituirlo al festival di Salisburgo) io curai l'edizione italiana dei meravigliosi saggi raccolti sotto il titolo di Ton und Wort (Suono e parola). Li aveva scoperti Piero Buscaroli il quale aveva avuto anche qualcosa da fare con la terribile vedova. Basterebbe leggerli, come ascoltare la superba edizione dei Maestri cantori di Wagner avutasi durante la guerra, per vedere quanto vergognosi contro la verit siano i tentativi (risalenti in primis alla vedova) per spacciare un Furtwngler non nazista. Non nazisti erano stati Keilberth e Wand! Dico ancora una parola sul Furtwngler direttore. Se si assiste ai filmati esistenti delle sue esecuzioni si deve concludere ch'egli trasmettesse all'orchestra qualcosa di profondissimo di l dal gesto, assolutamente infelice.

Un altro incontentabile alle prove era Sergiu Celibidache. Incautamente gli si affidarono i Filarmonici di Berlino per una Nona di Bruckner poco dopo la morte di Karajan. Egli pretese quindici giorni di prove per depurare l'orchestra dal cattivo impulso acquisito. E gli si concesse di andare avanti! Allora, Celibidache appare con la sua incontentabilit e il suo diffamare gli altri direttori (Carlos Kleiber gli scrisse una meravigliosa lettera aperta al riguardo) una caricatura di Wand.

Un'altra volta ascoltai a Salerno un concerto diretto da Pierre Boulez, talora (ha scritto troppo) grande compositore e mediocre direttore. Si eseguiva la Sagra della primavera e ho appena detto delle sottigliezze di gesto di Wand in questo pezzo. Boulez aveva creduto di matematizzare e preordinare tutto ma pareva Alberto Sordi che fa il vigile urbano; e a volte sbagliava e si perdeva. Mi ricordo che ci fu un colpo di vento e tutti i riporti dei suoi capelli si alzarono verticalmente. Nel napoletano per bene si chiama, il riporto, il concertino; in quello di strada 'e verze (le verze). Immaginatevele cotte! Lo scrissi e ci fu chi protest. Io ritengo incompatibile con un grande ruolo qualcosa di cos ridicolo; incomincio a cambiare idea ora che nel meraviglioso libro di Stefan Zweig su Balzac leggo che verso le manie dei grandi occorrerebbe provare indulgenza: ma, appunto, si parla di Balzac, e non di Boulez...

Ma veniamo a Vittorio e Giulia. Originar di Pontecagnano, abitano in un rione di Salerno chiamato Mariconda. Vittorio ha una caratteristica nel parlare: quella di coniugare la terza persona singolare col verbo alla terza persona plurale; e per questo  diventato un mito per i Camerati di Milano, che l'hanno conosciuto. Per esempio, Zubin Mehta tenne una splendida interpretazione della Nona Sinfonia di Mahler e Vittorio disse: 'O Maestro Karajan ci'hann' a f nu bucchine! (Il maestro Karajan debbono fargli un bocchino!), intendendo con ci che non sarebbe stato superiore a Mehta lo stesso Karajan. Un'altra volta la madre disse che sarebbe stato bene per la campagna se fosse piovuto (gli Ambrosio sono proprietar terrieri) e Vittorio rispose: Gi enn' chiuoppet'!, ossia: Gi sono piovuti!. Sentenzi: 'O ricchione guardan' 'e ffemmene, l'ommo 'e ggiudican' 'n copp' 'o liett'! (Il ricchione guardano le donne, l'uomo le giudicano sul letto!). Un'altra volta invit me e Sergio Prozzillo per la ventemia (la vendemmia) e disse: Poi vi faccio trovare anche una contadinella pulita!. Per affermare: Guarda, Paolo, scusami ma non sono del tutto del tuo parere diceva: M te piscio mmocca! (Ora ti piscio in bocca!).

Al concerto di Tennstedt mi chiese di pronunciare due parole a illustrazione del Maestro. Io incentrai il mio discorsetto sopra quel che dicono gli spiriti dei Maestri a Palestrina nel Dramma di Pfitzner quando lo appellano l'ultimo, tu, l'eletto!. Vittorio aveva chiamato un tizio a presentarmi. Costui disse che stava per prendere la parola il dottor Paolo Isotta, uno dei pi illustri musicologi del Mezzogiorno d'Italia. Vittorio disse: I' a cchist' 'o vatt'! (Io a questo lo vatto!, ossia lo prendo a mazzate!). Il microfono aveva il filo troppo corto: onde io parlai in piedi tra le viole mentre Tennstedt era sul podio.

Debbo ricordare ancora due grandissimi direttori d'orchestra prematuramente scomparsi. Il primo  un altro greco, Spiros Argiris, morto, sembra, di AIDS, dopo esser stato animatore del festival di Spoleto e aver diretto anche a Genova.  stato, tra l'altro, un ottimo straussiano.  scomparso nemmeno cinquantenne a Roma nel 1996. A Spoleto una volta fecero accoglienza a una sua spaventosa vedova pesantissima e tutta avvolta di pepli neri, un misto tra Ecuba e Maria dei Medici.

L'altro  Vladimir Delman, per la precisione Vladimir Isaakovic Delman. Nacque a Leningrado nel 1923 e mor a Milano nel 1994.  stato uno dei pi grandi direttori del dopoguerra; l'ultima sua impresa fu quella di fondare con Luigi Corbani l'Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi la quale divenne la migliore formazione milanese e attualmente  molto superiore a quella della Scala. I pochi concerti del Maestro ai quali ho assistito, con un Mozart da manuale e un Berlioz sulfureo, mi hanno profondamente impressionato: ma niente a paragone del ciclo da lui dedicato delle Sinfonie di Cajkovskij che la Verdi ha pubblicato in una serie di video. Li ho studiati sia analiticamente che con enorme passione. Si vede il Maestro concertare concentrandosi in modo quasi sovrumano mentre da lui emana un impareggiabile magnetismo. Lo si vede illustrare anche sotto un profilo simbolico i capolavori in un modo che solo l'anima russa pu fare. Non dimenticher quello che insegna sullo Scherzo della Patetica. In Occidente, ben vero non da tutti ma dai molti, lo si prende per un pezzo virtuosistico e ultrabrillante. Delman parla invece dell'immagine spaventosa di innumerevoli ratti che rodono le fondamenta del nostro mondo per invaderlo. Allora tu capisci che questa  la verit attagliantesi alla psiche dell'autore.  meraviglioso vedere Delman dirigere non solo le ultime tre ma le prime tre. Le quali sono capolavori assoluti pur se messi da banda rispetto agli altri. Ma la Terza  una delle pi belle Sinfonie della storia: e siccome si migliora sempre con l'et io me ne sono accorto solo seguendo la plastica interpretazione di Delman, sebbene l'avessi ascoltata diretta da veri Mammasantissima, da Bernstein a Efrem Kurz a Muti.

Dei direttori d'orchestra di generazione successiva e che hanno appena passato i cinquant'anni o stanno per passarli, voglio ricordare perch li apprezzo molto Christian Thielemann, grande wagneriano stabile a Dresda del quale per anni fa ascoltai un ottimo Otello e una Messa in Do maggiore di Beethoven; e Esa-Pekka Salonen, finlandese, che a maggio ha diretto alla Scala un'Elektra in modo fantastico; da quando Muti ha lasciato il teatro milanese  il miglior direttore ad aver calcato quel podio insieme con quello ch' diventato un Grande Vecchio, Jeffrey Tate. Ma sempre su questo podio un ragazzo inglese molto pi giovane e di origine italiana, Robin Ticciati, con uno splendido Peter Grimes di Britten s' conquistato la mia inconcussa stima.

Dall'elenco dei miei amici del cuore non posso non trattare del gi citato Dottore delle Orecchie.  questo il soprannome di Bruno Piantedosi, un grande clinico che fa lo specialista otorinolaringojatra presso l'ospedale napoletano Ascalesi.  un bellissimo ed elegantissimo uomo, vedovo, umbratile e cultore della solitudine, ma capace d'affetto in modo incommensurabile. Grandi cose ha fatto per me la combinazione del suo affetto e del suo occhio clinico. Trascorsa malvolentieri una vita in una casa nel rione della Loggetta, periferico ma signorile, si  potuto trasferire in una bellissima casa di propriet che, dopo anni e anni di ricerche, ha finalmente trovata e comprata a via Imbriani, ossia a piazza Municipio: quindi in pieno centro. Non guida, sicch quando stava nella vecchia casa trascorreva gran parte della giornata sui mezzi di trasporto pubblici per andare e tornare dall'ospedale. Adesso ci va a piedi in venti minuti. Ha una bella propriet in campagna, ad Altavilla Irpina, ove coltiva anche il suo roseto, e per arrivarci sfrutta un'incredibile combinazione di treni e corriere: in macchina ci vorrebbe un'oretta. Ha due gatti e ha impostato la vita nel culto di questi animali sacri.  un grandissimo cuoco e ha una sensibilit artistica eccezionale. Ha un'enorme cultura letteraria;  un esperto di cinema a livello professionistico ed  un hacker professionale. Non parliamo delle sue conoscenze in storia dell'arte. Ma ha una memoria cos prodigiosa e perversa che l'ho visto muoversi senza cartina nella Metropolitana di Parigi, quasi ne fosse un impiegato da vent'anni invece che un occasionale utente. In fatto di musica ne sa, si pu dire, pi di me. Ricorro a lui per consiglio e per aiuto, per aiuto anche nelle cose pratiche come consigliarmi sul calendario professionale.

Infine il pi vecchio dei miei amici del cuore, salvo i fratelli Cappabianca,  Girolamo Imbruglia.  un grande storico e professore universitario e ha un carattere di quelli che a Napoli definiamo cos: nun se fa 'ncasa' 'o cappiell' 'n copp' 'e rrecchie (non si fa calare il cappello sulle orecchie), ossia non subisce prepotenze da parte di nessuno. Con me  sempre stato d'un affetto potente: mi aiut moltissimo quando preparammo insieme l'esame di Lingua e Letteratura latina. Fu lui a far scoprirmi Borges, regalandomi a quell'epoca Finzioni. La nonna viveva con lui e il pap; era una vecchietta minutissima, un uccellino, ma con un carattere di acciaio, come molte donne siciliane. Girolamo era nipote del senatore Giuseppe Paratore, un vecchio esponente del Partito Popolare ch'era stato anche fra i Costituenti. La famiglia Paratore possedeva una delle pi belle ville del mondo, la Gajola a Posillipo, non l'isoletta prospiciente con lo stesso nome: nel suo parco  allogato un intero teatro romano. La villa (ne parla Cassio Dione) era stata dell'efferato Vedio Pollione dal quale pass ad Augusto. Anche questo luogo napoletano  leggendariamente legato a Virgilio. Io posseggo un piccolo olio di Pitloo che raffigura il cosiddetto Monacone, statua sulla costa della villa: porta un canestro in mano essendo tradizione che chi passasse di l in barca vi lasciasse un'offerta per i poveri. La villa  circondata da un'aura nefasta: e in effetti vi accadde l'orrendo delitto che vide morire torturati il proprietario, l'industriale cerealicolo Ambrosio, e la moglie.

Un amico molto recente ma divenutomi carissimo  Eduardo Savarese. Ha solo trentacinque anni: vinse appena laureato il concorso in Magistratura ed  giudice presso la Sezione fallimentare del tribunale di Nola;  cultore del Diritto internazionale e pensa di abbandonare la Magistratura quando otterr la cattedra.  anche un bravo romanziere. L'ho conosciuto dopo aver ascoltato una sua conferenza sulla Rusalka di Antonn Dvork, la cosa migliore di questo compositore. Eduardo, al quale  stata donata anche profonda bellezza,  un ragazzo di bont celestiale e di profondo senso religioso: fa pellegrinaggi e ritiri spirituali ma  tutto tranne che un bizzuoco, un pinzochero; e penso che sarebbe bello andare con lui a visitare i Luoghi Santi, ove non mi sono mai recato. Mi ha mandato un bigliettino sul quale era scritto: recepto dulce mihi furere est amico, la seconda Ode di Orazio: trovato un amico mi  dolce far follie.

Riapro il capitolo degli amici per parlare di Salvatore Vitullo, il pi recente di tutti. Il giorno del mio compleanno 2013 camminavo per il Corso quando mi vedo fermare da un ragazzo molto bello ed elegante: Maestro, augur!. Grazie, ma Voi chi siete?. Mi chiamo Salvatore Vitullo e sono un vostro ammiratore!. Cos parliamo un po' e apprendo che fa l'antiquario e ha la bottega alla discesa dell'Egiziaca, che oggi si chiama via Gennaro Serra. La bottega  elegantissima anche perch  vuota: Salvatore vende a clienti che gli chiedono il pezzo specifico, non a gente che guarda la vetrina e vede se qualcosa gli piace; per questo oggi  il pi importante di Napoli.  intimo amico di Alberto Sifola e ai primi di marzo sono stato a cena da lui, ove abbiamo letteralmente fraternizzato. Mi ha raccontato di aver incominciato facendo il guaglione di salumiere, indi a poco a poco il piccolo saponaro (rigattiere) ambulante e poi pian piano stanziale. Gli ho detto che non l'avrei mai chiamato Sas, ch' un diminutivo piccolo-borghese, n Totore, che oggi significa lesbica, ma Turillo. Ha una splendida casa sui Quartieri con una veduta mozzafiato del Forte di San Martino; una deliziosa moglie, Fortuna detta Tina, e due bellissimi figli adolescenti.  bello esser voluti bene cos gratuitamente.

Altra meravigliosa villa posillipina  la Rosebery. Dai proprietar venne donata al Duce ma questi, noto accaparratore, a sua volta la don allo Stato: oggi  una delle sedi di vacanza del presidente della Repubblica.

Un altro grande amico  Donato Renzetti, un direttore d'orchestra di grandissimo talento ch' solo per pochi mesi pi anziano di me.  nato a Torino di Sangro, un paesello in provincia di Chieti, ed  dunque quasi compaesano di Nazzareno Carusi. Una volta mi ha raccontato che quando era ragazzo aveva una parente quasi centenaria, zia Angelina, e le aveva domandato: Zia Angelina, secondo te quali sono state le grandi conquiste del secolo?. E zia Angelina, che da ragazza doveva andare al pozzo a prendere l'acqua, al lavatoio a lavare i panni e accendere parcamente le candele per vederci la sera, rispose: Guagli, l'acqua corrente a casa e la luce elettrica!. Che lezione!

La sua straordinaria bravura Renzetti l'ha mostrata il 4 luglio alla Scala dirigendo meravigliosamente Le comte Ory di Rossini. Una prova superiore a quella dell'Elisir d'amore romano giacch a Milano egli si trova in partibus infidelium e inoltre ha dovuto rianimare l'orchestra, della quale ha ristabilito una corretta intonazione, e il coro, dopo che il maestro Casoni ha ammainato bandiera bianca giacch quella stemmata l'ha dovuta alzare solitario anche per troppo tempo: resistere a Baremboim  impresa sovrumana. Or Le comte Ory non  il capolavoro comico del Pesarese siccome questi sono L'italiana in Algeri, Il barbiere, Il Turco in Italia e la Cenerentola; ma pare a me un suo capolavoro assoluto di l dal teatro serio di che forse il capolavoro  il duplice Mos e ancor pi il Maometto II; del quale la trasformazione francese, Le sige de Corinthe, pu accampare di meglio solo la fulgida Sinfonia; il Guglielmo Tell, sublime,  forse, Dio mi perdoni, aduggiato da uno zelante volontarismo drammatico; e ci sia detto senza pensare alle sciocchezze di Stendhal a proposito del cignale di Lugo, come spesso il Sommo si definisce per scherzare sul Cigno di Pesaro, di Lugo essendo il padre, il trombettista cittadin Vivazza. Or la mirabilissima partitura dell'Ory manifesta anche una sua spietatezza satirica che va fortemente rilevata: nei confronti del gusto troubadour e del Medioevo cavalleresco (cattolicamente frivolo, dice Wagner a proposito di Eichendorff) che nel corso della Restaurazione prese particolarmente piede (satira ch' della Commedia di Scribe ma ancor pi, e rilevatamente, della musica): Le comte Ory appartiene agli estremi tempi del regno di Carlo X, il conte d'Artois, l'ultimo sovrano legittimo che la Francia abbia avuto; ed  la sola Opera francese di Rossini che non guadagni, piuttosto perda, nella traduzione italiana tanto stretto e nuovo  il rapporto fra parola e musica nello spirito della commedia. Per trovare qualcosa di simile occorre andare al Don Pasquale di Donizetti, ai Maestri cantori di Wagner, al Falstaff di Verdi, al Pipistrello di Johann Strauss, al Cavaliere della rosa di Richard Strauss.

Nel corso del 2013  accaduta una cosa splendida. Bisogna sapere che uno dei pi grandi direttori d'orchestra viventi, James Levine, che da una vita  a capo del Metropolitan di Nuova York,  stato quasi in fin di vita.  ammalato di morbo di Parkinson e ha subto, in seguito a un incidente, due operazioni alla spina dorsale. E tuttavia il 19 maggio 2013, nonostante che un topo avesse tentato di tirargli i piedi,  tornato trionfalmente sul podio, dirigendo, dalla sedia a rotelle, un concerto sinfonico alla Carnegie Hall che per Nuova York  stato un evento importantissimo. E nel corso della stagione, a partire da settembre,  tornato sullo stesso podio operistico con ben tre titoli.

Il 22 settembre 2013 ha capeggiato al Metropolitan con risonanza mondiale il Cos fan tutte di Mozart. In un'intervista ha dichiarato di essere anche meno disturbato dalla malattia che non fosse due anni fa.

Levine, anche grande pianista, da ragazzino girava per Nuova York con gli spartiti in mano per andare da tutti i Mammasantissima del canto a Nuova York residenti a causa del Metropolitan e ripassarli con loro: onde ha acquisito un'esperienza delle tradizioni esecutive oggi senza possibilit di paragone. Uno dei motivi per i quali va considerato un sommo  che il suo repertorio tocca tutto, dall'Idomeneo alla Clemenza di Tito (la sua incisione merita di stare accanto a Keilberth, Kertesz e Muti), alla Tetralogia, della quale ha fatto un'edizione video scrupolosamente attenta alla didascalia di Wagner, a Strauss a Giordano ai compositori della Seconda Scuola di Vienna. Fece un'indimenticabile versione al festival di Salisburgo del Mos e Aronne di Schnberg, che diresse a memoria: stroncata da Courir perch Levine non appartiene alla Famiglia.

Adesso voglio parlare d'un altro straordinario talento ch' invece nostro: si tratta del giovane organista Carlo Maria Barile, ventiquattrenne. Egli ha fatto gli stud pi prestigiosi in Germania;  divenuto peritissimo anche in jazz e musica leggera, cosa possibile solo ai grandi musicisti classici, e ha, oltre che straordinarie qualit musicali e tecniche, curiosit culturale vivissima. Fra le sue incisioni (una, memorabile, dedicata alla scuola organistica napoletana del Cinquecento) quella del 2013 dedicata a me sebbene non ci conosciamo direttamente: nel centenario wagneriano  fatta di trasposizioni organistiche di pagine di Wagner fra le quali una, difficillima, dell'Ouverture dei Maestri cantori!

Ho un altro amico recente ch' un ragazzo di trentott'anni e del quale ho parlato pi sopra per aver egli fatto a Martina Franca la regia di Crispino e la Comare, Alessandro Talevi. In quell'occasione dissi che mi pareva un genio e diventammo amici:  stato anche mio ospite a Napoli. Quest'opinione, che sia un genio, mi si  asseverata in certezza perch il 30 maggio (prova generale) e il I giugno (prima recita) al Maggio Musicale Fiorentino s' avuto L'amore delle tre melarance (L'amour des trois oranges) di Sergei Prokofiev con la sua regia; onde i gen della regia del teatro musicale mi paiono Bob Wilson, Ruggero Cappuccio (il quale col suo Soccombente da Thomas Bernhard col grandissimo Roberto Herlitzka ha dimostrato di esser genio e basta) e Talevi. Questa  stata l'occasione perch mi riconciliassi col geniale compositore e recitassi l'ultima palinodia di questo libro. Nella mia vita ho insistito troppo nel sottolineare gli aspetti dilettanteschi e inamabili della sua creazione, in fondo circoscritti al pianoforte: non fosse per l'Opera Guerra e pace, passim ripiena pure di bellezze: l'idea stessa di ricavare un'Opera dal fluviale Romanzo  propria di un dilettante. Le Sinfonie me le fece odiare Abbado, come anche altre due cose mediocri quali l'Alexander Nevski e Ivan il terribile che purtroppo fece anche Muti; altri suoi capolavori sono L'angelo di fuoco e ancor pi Il giuocatore. Ma L'amore delle tre melarance  quanto di pi fine, elegante, spiritoso e piacevole egli abbia scritto:  al tempo stesso una summa stilistica sua e una eco meravigliosa dell'influenza che Ravel in particolare su di lui ha. Vidi quest'Opera in un magico allestimento di Giorgio Strehler alla Scala nel 1974; Talevi, altrettanto magico, l'ha portata all'epoca di Vsevolod Mejerchold, il grandissimo regista che aveva tradotto e adattato la fiaba di Gozzi, a sua volta derivata dal Basile, base della vicenda: con uno spettacolo ch' una sorta di follia lucidissimamente organizzata ove il grottesco non  mai crudele e ove tutti, ma dico tutti, fino all'ultimo corista, si muovono avendo un carattere individuale fino in fondo realizzato.  uno degli spettacoli pi belli che abbia in vita mia visti; ed ecco un'amicizia con un uomo delicato, gentile e spiritoso, della quale andare veramente orgoglioso.
...
.
...
CAPITOLO 19.
...
.
...
Publius Vergilius Maro. Berlioz virgiliano. Henry Purcell e Dido and Aeneas. Thomas Stearns Eliot. Ettore Paratore. Il libro di Didone di Corso Buscaroli. Il miglior commento alla Commedia.  Il Purgatorio. Alessandro Manzoni. La Jrusalem e La battaglia di Legnano: Verdi e l'onore. L'Epistolario, uno dei grandi testi della Letteratura italiana. Tot. Publius Cornelius Tacitus. Flavio Giuseppe. Edward Gibbon. Aureliano. Gustave Flaubert. Fdor Dostoevskij e Gli indemoniati. Anatole France. Giovanni Verga. Giuseppe Berto e Necessit di morire. Giovanni Pascoli. L'Africa di Francesco Petrarca. Luigi Pirandello. Gottfried Benn. Jorge Luis Borges. Leonardo Sciascia. Salvatore Satta. Giovambattista Basile e Giuseppe Pitr. Giotto. Raffaello. Bronzino.  Tiziano e l'Assunta. Guido Reni. Tiepolo a Wrzburg. Thodore Gricault.- Adolphe Monticelli. Gustave Moreau. Michail Alexandrovic Vrubel. Franz von Stuck. Antonio Mancini. Novello.
.
Sono vicino a dire che nella vita massimamente mi ha acceso Wagner: argumentum ingens. Ma prima voglio accennare alle altre mie passioni che quasi eguagliano quella per il Sommo. V' quella per Virgilio, la quale insieme con quella per Alessandro Scarlatti la eguaglia interamente e m'impedisce ancor oggi di ammirare Omero come l'ammirava lo stesso Virgilio. Omero  sublime e arcaico; Virgilio  altrettanto sublime ma possiede una ricchezza psicologica che dopo di lui non ha raggiunto nessuno, restando, mi ripeto, numinoso e sublime: sommo conoscitore de' cuori ed esperto delle passioni, lo definisce Leopardi. Inoltre  stato dimostrato come l'epos virgiliano non si rifaccia direttamente a Omero ma a Nevio ed Ennio. Il concetto di Divino che presso Virgilio pu trovarsi  il pi profondo mai elaborato dalla poesia. Che il nostro Medio Evo ne abbia fatto un precursore di Cristo non meraviglia giacch Virgilio tutto ricomprende, anche il Cristo. Ricordo l'imbarazzo di alcuni insegnanti di liceo (non i grandi La Magna e de Rose) di fronte all'omosessualit esposta nelle Bucoliche. Ma poi v' la messianica profezia della Quarta Ecloga, un Concerto per coro e orchestra che, siccome produzione giovanile, rappresenta per Virgilio ci che il Dixit Dominus rappresenta per Hndel: ricorro a un paragone musicale giacch Ettore Paratore fa quello inimitabile dei periodi, pur brevi, dell'arte di Raffaello. E un sontuoso Concerto per coro e orchestra ne ha fatto Hans Werner Henze, Sicelides Musae, modellato sul Concerto di Afrodite di Carl Orff. Poi vi  il Sublime delle Georgiche, una concezione della Natura che, nella turbinosa insieme e ordinatissima raffigurazione, va oltre persino l'arduo Sublime di Lucrezio.

L'Eneide  Poema ove tutta la storia umana e divina  racchiusa: e si trascorre dal resoconto puro e semplice dell'Apocalisse, il Secondo libro con la distruzione notturna di Troia e l'apparizione ad Enea delle dirae facies, numina magna deum, dei terribili aspetti, i magni numi degli Dei che insidiano la morente citt, e la morte del giusto Rifeo (ma agli Dei parve diversamente: dis aliter visum, Altra sentenza / N'ebbero i Numi: cos Leopardi nella meravigliosa traduzione del Secondo e del Terzo libro); e di Panto con l'infula sacerdotale; alla pi terribile descrizione mai fatta di come un'umana personalit, Didone, viene distrutta dall'impazzare dell'eros; alla spaventosa discesa agl'Inferi (e secondo me l'Inferno di Virgilio  pi terribile di quello medesimo di Dante) con i loro simboli e la sconsolata contemplazione della morte in una con la profezia imperiale; al racconto della follia infusa nella Regina Amata dalla Furia Aletto, la recitazione del quale m'indusse l'insonnia per pi notti; della guerra civile, quella dell'umle Italia e dell'eroismo della vergine Cammilla e di Turno, Eurialo e Niso, accomunati, combattenti delle opposte sponde, dall'eroismo e dalla morte di ferute. I libri dall'Ottavo al Dodicesimo sogliono piacere meno ma contengono tra le cose pi grandi del poeta: il compianto per la morte dei giovani (per tutti: Lauso, che Enea non vuol uccidere ma non pu non uccidere; Pallante: il funerale del quale  cantato da Pascoli nell'Ode Al corbezzolo), i paragoni tratti dalla vita delle piante e degli animali per gli eventi bellici (impressionante quello delle api affumicate; ma delle api, ripeto, meravigliosamente si parla nelle Georgiche), la pietas che impone di uccidere: Enea che sta per risparmiare Turno gi caduto accogliendo la sua supplica ma che poi ripensa a Pallante e si rende conto che uccidere  atto di giustizia; la morte di Camilla; la lunga, lenta preparazione della morte di Turno coi presag nefasti e il progressivo cedere delle forze dell'eroe e l'infiacchirsi della sua volont. Non si erra se si afferma che Virgilio  il pi grande poeta di tutti i tempi e la sola figura artistica, insieme con Dante e Alessandro Scarlatti, di grandezza pari a quella di Wagner. Sebbene forse si possa avanzare il paragone, nelle arti figurative, con Giotto, Raffaello, Tiziano e Bernini.  impressionante questo: qualunque cosa Virgilio dica, lo dice in modo memorabile; nessuno l'ha detta altrettanto bene, nessuno la dir altrettanto bene.

L'epitaffio napoletano di Virgilio, morto a Brindisi, al ritorno dal fatale viaggio in Grecia, che possiede il toccante Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope (Mantova mi gener, mi rap alla vita la Calabria, ora mi ha Napoli), si chiude cos: Cecini pascua, rura, duces (Ho cantato i pascoli, la campagna, i duci). Egli nacque poeta bucolico e scientifico; affront il poema epico senza aver mai avuto esperienza diretta della vita delle armi. Ebbene, le descrizioni della guerra e dei combattimenti che si trovano nell'Eneide sono le pi terribili ma anche le pi particolareggiate e precise: la fantasia del Poeta ricrea l'odore del sangue, il duro morire, il furor onde il guerriero  preso; non in tutto il Poema due combattenti muoiono allo stesso modo, ciascuno invece con particolari diversi: le ferite sono ogni volta descritte, similitudini sempre nuove vengono offerte. Mai nella storia la guerra  stata cantata con s atroce obbiettivit e con fantasia sempre rinnovantesi.

Ma per quanto attiene alla psicologia dell'Eneide debbo citare un passo di Ettore Paratore tratto dall'Introduzione all'Eneide della Lorenzo Valla. Dice il sommo scrittore: Si comprende cos ancor meglio perch Virgilio abbia accantonato il proposito di celebrare direttamente Augusto ed intonare l'inno dei clangori trionfali: rimorchiando la consapevolezza del momento storico nella favolosa lontananza del mito si aveva modo di sentir affiorare alle origini i diritti dell'anima, di localizzare nella coscienza dei mitici protagonisti tutte le componenti introspettive che dominavano la condizione umana giunta a maturazione nell'et di Azio. Si pensi fra l'altro al fatto che l'evento decisivo per la sorte di Enea e della sua stirpe, il matrimonio dell'eroe con Lavinia,  considerato di sfuggita. (...) Ma nulla si riesce a scandagliare del suo animo [di Lavinia]; e meno che mai si arriva a comprendere che cosa Enea pensi del matrimonio che pure gli era stato predetto da Creusa e poi da Anchise. (...) Ma nel rapporto fra i due personaggi che (...) potranno anzi celebrare le nozze, destinate a provvidenziale felicit per un'intera stirpe (...), non si sorprende il minimo accenno di un sentimento. (...) Enea rimane gelidamente catafratto dalla sua impenetrabile reticenza; nel suo cuore non si poteva cancellare l'amaro ricordo che il primo annuncio delle nuove nozze gli era stato dato proprio dall'ombra dell'amatissima Creusa, e proprio nell'atroce momento del definitivo distacco. Il campione del culto romano degli affetti familiari non poteva che reagire cos.

Wagner affettava di disprezzare l'arte romana a pro della civilt greca; in realt conosceva e adorava Virgilio. Il quale non l'ha influenzato, gli  stato addirittura modello, per la creazione d'uno dei suoi luoghi pi caratteristici e celebri. Nel primo Interludio sinfonico dell'Oro del Reno Wotan e Loge discendono dal Walhall al regno sotterraneo di Nibelheim ove i nibelungi ridotti in schiavit da Alberico attendono alla loro servile opera di fabbri. Wagner riesce a ricreare con mezzi musicali il suono stesso d'un'officina fabrile e v' il concerto delle incudini; ma se non avesse trovato nell'Ottavo libro dell'Eneide la descrizione dell'officina di Vulcano non avrebbe mai concepito il suo Nibelheim. Dunque riproduco parte dei versi di Virgilio: Insula Sicanium iuxta latus Aeoliamque / erigitur Liparen, fumantibus ardua saxis, / quam supter specus et Cyclopum exesa caminis / antra Aetnaea tonant validique incudibus ictus / auditi referunt gemitus striduntque cavernis / stricturae Chalybum et fornacibus ignis anhelat, / Volcani domus et Volcania nomine tellus (416-422), (Si erge, vicino alla costa sicula, di fianco all'Eolia, / Lipari, un'isola ardua di rocce fumanti; / sotto v' una spelonca, e tuonano gli antri etnei / corrosi dalle fucine dei Ciclopi, e s'odono i validi colpi / sulle incudini e rifrangono un gemito; stridono nelle caverne / le masse incandescenti dei Calibi, spira e ruggisce il fuoco / nelle fornaci; dimora di Vulcano, Vulcania di nome  la terra). (Traduzione di Luca Canali, qui e in seguito).

Nel terribile racconto-monologo del terzo atto, Tannhuser torna da Roma ov'era giunto supplice e pellegrino per chiedere al Papa l'assoluzione. E il Papa gliela nega dicendo che ove il suo secco pastorale avesse gettato fronda, solo allora il Cantore di Venere sarebbe stato assolto. Nel Dodicesimo libro dell'Eneide si sancisce che la guerra verr decisa da un duello fra Enea e Turno. Il Re latino giura: ut sceptrum hoc (dextra sceptrum nam forte gerebat) / numquam fronde levi fundet virgulta nec umbras (Come questo scettro (infatti si trovava a impugnare lo scettro) / mai da lieve fronda getter virgulti e ombre (vv. 206-207).

Noi napoletani siamo privilegiati anche in questo: e non solo per l'essere Partenope la citt d'elezione del Poeta, il quale si pu a buon diritto definire napoletano non meno che mantovano, ma perch abbiamo avuto Jacopo Sannazaro, il poeta latino rinascimentale che venne a ragione definito l'alter Maro, un secondo Virgilio. Una delle sue opere  il De partu Virginis (Il parto della Vergine);  sepolto nella chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina ch'egli fece edificare su di un suo fondo, allora suburbano: il suo meraviglioso sepolcro, che ragazzino visitai sotto la guida del maestro Vitale, il quale abitava proprio l e l ebbe il funerale, contiene appunto l'iscrizione che lo qualifica alter Maro.

Un virgiliano assoluto  Hector Berlioz e il suo amore per Virgilio, anzi la sua religione virgiliana, testimoniata continuamente nell'Epistolario, mette capo al capolavoro Les Troyens che gl'infami francesi rigettarono bench il genio di Liszt ne avesse propiziato la luce. L'impulso a scriverli definitivamente venne dalla terribile principessa Carolina di Sayn-Wittgenstein, la compagna di Liszt, quella che si considerava la pi grande teologa dopo San Tommaso e fumava toscani lunghi mezzo metro appositamente confezionati per lei: la storia del mancato matrimonio con Franz  degna di Scarpetta (per ottenere la dispensa, essendo ella maritata in Russia, era diventata l'incubo di Pio IX, che gliela diede per stanchezza). La gigantesca Opera si divide in due parti e alla prima rappresentazione assoluta venne data in due serate: la prima (atto I e II) deriva dal II libro dell'Eneide ed  dedicato alla distruzione di Troia; la seconda (Les Troyens  Carthage: atti III, IV e V) deriva dal IV libro e narra dell'amore di Enea e Didone e del suicidio della regina abbandonata per voler degli Dei.

Una retta prospettiva critica su quest'Opera e su Berlioz in genere non  possibile, e infatti quasi sempre  mancata, se non si qualifica tale figura di compositore e poeta nel senso del ductus stilistico. Il primo errore prospettico nasce dal fatto di considerarlo un compositore romantico, anzi il compositore romantico per eccellenza. Invece egli romantico non : e lo si vede sol che lo si confronti con quello ch' l'autore classico-romantico pi puro, Schubert; o se lo si accosti al pi alto esponente dell'epoca classico-romantica, Wagner. In realt, se sviluppiamo un'intuizione di Fedele d'Amico, il Berlioz giovane, quello della Sinfonia fantastica,  l'unico esponente di una sorta di mostruoso classicismo barocco; che in parte pu corrispondere alla retorica asiana nella storia della letteratura latina. Del Romanticismo egli ricomprende bens gli aspetti: ma, appunto, non di quello musicale, di quello letterario e pittorico. Ha qualcosa di simile agli eccessi di Victor Hugo; e lo si pu accostare a Thodore Gricault: per non a quello, ultraclassico e venato di un tanto di cavaraggismo, della Zattera della Medusa, ma a quello degli stud di teste dei ghigliottinati. Ricordo anche altrove che nel IV movimento della Fantastica v' il taglio d'una testa, la sua caduta nel paniere e addirittura la sua ostensione alla folla da parte del boia.

Ma Berlioz subisce una profonda trasformazione. Quello della Sinfonia fantastica, il ductus del quale  quanto di pi anticlassico esista, non  il pi grande n il pi vero. Pi egli procede nell'et pi migliora; onde i suoi capolavori supremi sono il Te Deum, l'Oratorio L'enfance du Christ, l'Opera shakespeariana Batrice et Bndict (tratta da Molto rumore per nulla) e, appunto, Les Troyens. Qui egli  un artista profondamente classico. Lo  dunque a prescindere dal suo rapporto con Virgilio; ma dal suo rapporto con Virgilio il suo esser classico s'invera.

Virgilio l'accompagn tutta la vita sin da giovanissimo; ed  con Shakespeare il suo nume tutelare. Nei Troiani egli riuscir a farli stupendamente convivere. Berlioz, lo ricordo, era uomo di profonda cultura ed era un latinista: sin da giovanissimo, vincitore, sia pure tardivo, del Prix de Rome, la campagna romana fu uno dei suoi luoghi dell'anima. Nei Mmoires parla moltissimo di essa e di Virgilio; ancor pi lo fa in quello ch' uno dei pi straordinar documenti della storia musicale e della stessa letteratura dell'Ottocento, il suo epistolario, finalmente e faticosamente pubblicato lungo i decenn. Cito solo un frammento dei Mmoires: Talvolta, quando anzich il fucile, avevo con me la chitarra, ponendomi al centro di un paesaggio in armonia con i miei pensieri, mi riaffiorava alla memoria, ov'era sepolto sin dall'infanzia, un canto dell'Eneide; improvvisavo allora uno strano recitativo su un'armonia ancor pi strana, e mi cantavo la morte di Pallante, la disperazione del buon Evandro. Mi fermo qui perch tutto il passo riguarda gli ultimi libri del Poema, proprio quelli che ai Troiani non danno argomento; ma cito la conclusione: rimpiangevo quei tempi poetici nei quali gli Eroi, figli degli Dei, portavano cos belle armature e lanciavano eleganti giavellotti la cui punta lampeggiante era adorna d'un cerchio d'oro.

Ricordo allora un po' di date. Berlioz riusc a vedere del suo capolavoro solo un'esecuzione parziale, al Thtre-Lyrique (non all'Opra) nel 1863: con gli atti dal III al V, chiamati I Troiani a Cartagine. Egli era gi malatissimo di quella terribile infiammazione del colon (ai suoi tempi chiamata nevrosi intestinale) cronicizzatasi, che, senza essere un tumore, ne produceva gli effetti. L'ultima Opera venne circondata da uno straordinario rispetto nazionale (Meyerbeer, dimostrandosi anche qui uno degli uomini meravigliosi del suo secolo, and a tutte le recite con la partitura in mano) e internazionale. Ma la prima rappresentazione completa non si ebbe che nel 1890 a Karlsruhe a opera del grande wagneriano Felix Mottl; e le esecuzioni storiche vanno da quella del Covent Garden degli anni Cinquanta diretta da Colin Davis a quella della Scala nel 1957 in italiano diretta da Rafael Kubelik (con Mario Del Monaco e la Cassandra di Nell Rankin), incisa nel 1960, a quella diretta da Georges Prtre alla RAI di Roma nel 1969 (nella quale Didone era la grandissima Shirley Verrett) a quella diretta al Metropolitan nel 1983 da James Levine, ove Cassandra  Jessye Norman, Enea uno strordinario Placido Domingo giovane (che per non raggiunge il Nicolai Gedda dell'edizione RAI), e l'allestimento meraviglioso  dovuto al regista Fabrizio Melano e alle scene e costumi di Peter Wexler. Esso  fedelissimo all'antichit e quasi archeologico nei mille particolari dei costumi e dei totem che sfilano nelle processioni storiche. Poi v' la raffinatissima incisione realizzata nel 1994 coi complessi di Montral da Charles Dutoit. I direttori che nel dopoguerra meritano di essere ricordati pei Troyens sono dunque, oltre Colin Davis, da rimemorare pi come precursore che come interprete, Kubelik, Prtre (che riprese l'Opera alla Scala nel 1982), Levine (straordinario anche per l'essere il suo video realizzato dal vivo in teatro: e che precisione, oltre che fuoco!) e Dutoit. Gli altri seguono in ordine sparso.

I luoghi dell'Eneide sui quali Berlioz scrive la poesia della sua Opera provengono quasi tutti dal II e dal IV libro; altre piccole aggiunte vengono dal I e dal III. Per avere il preciso ragguaglio dei rapporti dei Troyens con l'Eneide occorre leggere il saggio di Ettore Paratore pubblicato nel programma di sala del 1982 e che la Scala attuale nelle rappresentazioni dell'aprile 2014 stolidamente omette.

La fedelt di Berlioz a Virgilio  commovente; ma egli coniuga il Mantovano a Shakespeare, come ho detto, per la creazione del suo pi grande personaggio tragico, la Cassandra che riempie di s il I e il II atto. Virgilio accenna di sfuggita alla vicenda della profetessa inascoltata per maledizione d'Apollo e il suo destino  da noi conosciuto per l'Agamennone di Eschilo (vedi la voce di Giorgio Pasquali sull'Enciclopedia Treccani); ma Berlioz la mostra preda delle sue preveggenti e ossessionanti immagini di distruzione e morte e poi creatrice di una morte eroica per s e le vergini troiane sfuggenti allo scempio dei soldati e di Pirro (Neottolemo) con un suicidio rituale collettivo. Qui ella dice, dopo essersi trafitta e porgendo il pugnale alle compagne: Tiens, la douleur n'est rien!, che secondo me  una citazione dalle Epistole di Plinio il Giovane e dal XVI libro degli Annales di Tacito, la ove Arria, la moglie di Cecina Peto, condannato a morte da Nerone, si trafigge e nel porgergli il ferro profferisce: Paete, non dolet (Peto, non mi fa male!).

Figurette comiche desunte direttamente da Shakespeare sono i soldati che scherzano nel V atto.

Or Cassandra  causa del non sapersi attribuire I Troiani al giusto ethos storico-stilistico e del vedersi due Opere in conflitto stilistico: La prise de Troie siccome Opera romantica e Les Troyens  Carthage siccome Opera classicista, ove non accademica. Il drammatismo intensissimo della parte di Cassandra, le grandi campiture dei bassi orchestrali a sottolineare il suo gesto teatrale (scrive Berlioz a proposito della Vestale di Spontini ne Les soires de l'orchestre che les basses ondulent comme les flots de l'Ocan, i bassi ondeggiano come i flutti dell'Oceano), il quasi espressionismo dei suoi recitativi la fanno appunto ascrivere a un Romanticismo musicale del quale ella non fa parte. Se per debole ipotesi lo fosse, come collocare stilisticamente la sublime Aria Malheureux roi che all'interno di tali campiture giace? Cassandra discende in fatto dalla grande rettorica classica: per comprenderlo occorre conoscere l'Olympie e l'Agnes von Hohenstaufen di Spontini: Cassandra  figlia d'uno Spontini moltiplicato per due. Didone a sua volta  figlia d'un elegantissimo, ma non per questo meno espressivo, classicismo gluckiano, mozartiano e (non lo si capisce perch nessuno ne ha pi la cultura, quella che poteva avere il primo cultore berlioziano, Adolphe Boschot) piccinniano: La Didon di Niccol Piccinni, del 1783 e su testo di Marmontel,  tra i modelli di Berlioz.

Il giovane Berlioz  notevole sotto l'aspetto ritmico e sovente melodico ma copre la carenza d'interesse della sua armonia con la geniale invenzione timbrica che fa apparire quali accordi insueti le pi normali e scontate triadi. Ma nel Te Deum e nell'Enfance du Christ l'armonista  sommo: nei Troyens  squisito e non voglio solo mettere in rilievo la sua tecnica della modulazione ma l'uso del pedale armonico, che nella Chanson d'Hylas aprente il V atto, nel Settimino e altrove,  straordinario. Il Settimino  un inno alla notte di sofficissime armonie e potrebb'esser visto come un O sink hernieder Nacht der Liebe del II atto del Tristano per sintetico e francese. Il classicismo porta Berlioz addirittura a citazioni dello stile bachiano o, se il paragone pare azzardato, dello stile di Lully: nelle appoggiature di Didone e nel coro del III atto Gloire  Didon: lo si cita come esempio di stile pomposo da Grand-Opra ed  invece una solenne Passacaglia...

Allora, i ritmi di spasmodica velocit sono nei Troyens uno dei mezzi pi sicuri di drammatismo; ma le invenzioni timbriche sono supreme. L'apparizione dell'ombra di Ettore nel II atto  preceduta da grandiosi annunci dei bassi orchestrali e accompagnata dal timbro sinistro dei corni con la sordina sopra spenti pizzicati (le battute d'introduzione orchestrale al II atto contengono uno dei pi terribili usi della banda interna mai creati: e vi si annuncia l'apocalissi con la stessa figura del corno che, nella Fantastica, annunciava il Sabba: a dimostrazione, ancora una volta, di come sia costante l'associar da parte dei compositori a talune immagini determinate figure: appunto, quel Figuralismo di cui mi occupo): allora non si pu non pensare a come ci anticipi l'inizio del II atto del Crepuscolo degli Dei con l'apparizione a Hagen dell'ombra di Alberich. L'orchestrazione della Caccia reale e temporale del IV atto  uno dei prodigi della musica e Berlioz vi fa il pi bell'uso del sassofono mai avutosi nella storia. La Caccia reale e temporale  un conciso ma completo Poema sinfonico che traduce i versi 130-172 del IV libro in modo minuzioso a un tempo e libero e che da solo vale tutti quelli di Liszt, se si eccettuano le due Sinfonie, e i pi belli di Strauss: il coro femminile  senza parole perch volge in musica il summoque ulularunt vertice nympahe (e sull'eccelse cime ulularono le Ninfe) del verso 168. Vi sono inoltre nei Troyens dei balletti cos belli e raffinati che il solo termine di confronto mi paiono quelli di Mozart per l'Idomeneo. Naturalmente essi, per quanto attiene alla danza dei Negri, sono anche uno dei pi delicati contributi all'esotismo musicale che vi siano stati.

E la Ciaccona dell'Armide di Gluck, forse la cosa pi grande scritta da questo genio; la quale si modella su quella dell'Armide della gloria italiana Jean-Baptiste Lully, ch' il primo pezzo sinfonico moderno della storia.

Qua debbo fare una parentesi perch alle origini della musica a programma v' un illustre compositore, amato da Napoleone, che fu il maestro di Composizione di Berlioz. Jean-Francois Lesueur, morto nel 1837, scrisse tanto opere neoclassiche (Le triomphe de Trajan) quanto del Romaticismo alla moda (Ossian); ma Adolphe Boschot, nelle sue straordinarie ricerche berlioziane, trov un'imponente massa di scritti teorici inediti di questo maestro. Una delle sue fissazioni era la musica descrittiva che, alla stregua della sua erudizione classica, definisce pantomime hypocritique, termine a comprender il quale occorre conoscere il greco.

Quindi Berlioz fa tutto il possibile per stare all'altezza di Virgilio: e quasi vi riesce. Quasi: perch non  Wagner. E perch non poteva (a un musicista non era dato, ma non  dato al teatro in quanto tale e forse solo Wagner ci sarebbe riuscito se avesse fatto un Enea invece del Parsifal: ma  meglio cos) dipingere la complessit di motivazioni e sottintesi psicologici del pio Enea: della sua pietas, ossia del suo seguir la volont degli Dei. E perch non  Giotto n Raffaello: il quale una trasposizione pittorica dell'incendio di Troia del II libro dell'Eneide d collo stupendissimo affresco dell'Incendio di Borgo delle Stanze.

Se parlo dei Troyens non posso lasciar senza menzione la brevissima Dido and Aeneas di Henry Purcell che dimostra come l'influenza di Alessandro Scarlatti si fosse spinta sin in Inghilterra sin dal 1689. Questa piccola Opera scritta per un collegio femminile  qualcosa di sublime; il finale, l'Aria When I am laid, Passacaglia sul basso ostinato del tetracordo cromatico discendente che giunger fino al Crucifixus della Missa Symbolum Nicenum di Bach, invera il sentimento fino alla purificazione inventando un personaggio che non  pi la medesima Didone virgiliana ma si potrebbe considerare una santa cattolica. Se Purcell, invece di morire nel 1695, fosse vissuto altri vent'anni, avremmo un altro Alessandro Scarlatti; si tratta comunque d'un compositore d'altezza eccelsa.

Virgilio  concepito in una prospettiva assolutamente grandiosa, anche se non del tutto la mia e, quel che pi conta, di Ettore Paratore, ne La morte di Virgilio di Hermann Broch, scritto fra il 1938 e il 1941 e pubblicato nel 1945, uno dei pi bei romanzi del Novecento. Nel cruciale dialogo tra Virgilio e Augusto, in che il Poeta espone le ragioni per cui vuole distruggere l'Eneide, non vi  prospettiva storica, quella che ci tramanda la volont di Virgilio in tal senso. Si tratta di un solenne dialogo metafisico di dover essere ove pare di ascoltare il Virgilio Profeta (non quello Mago) il quale vuole per la poesia una Verit che non  di questo mondo; cos da rifiutarsi, in limine, alla poesia. Nel lunghissimo flusso di periodi che durano anche pi di una pagina si tratta di un Romanzo che ha in s anche del Poema.

 straordinario che gli argomenti di Augusto siano in buona parte quelli di Thomas Stearns Eliot nel saggio memorabile e splendidissimo, a Virgilio dedicato, Che cos' un classico? (in Italia edito nella bella traduzione di Alfredo Giuliani). Esso, che ripete polemicamente il titolo da un saggio di Sainte-Beuve, deriva da un discorso tenuto il 16 ottobre 1944 alla Virgil Society di Londra:  assolutamente imprescindibile per chiunque voglia comprendere qualcosa su Virgilio; e va appaiato a Virgilio e la cristianit. Mi colpisce, fra le tante cose, che Eliot premetta di non voler con le sue parole dimostrare che Virgilio sia il pi grande poeta di tutti i tempi, che sarebbe opera indebita e impossibile; ma effettualmente proprio a questo pervenga. Far poi un inciso per osservare come egli dichiari che Goethe non  un classico universale; argomento che a noi interessa in ordine al giudizio limitativo da Goethe sui Promessi sposi espresso del quale parliamo pi innanzi in questo capitolo.

Ma se ho nominato Ettore Paratore debbo dire una parola su di lui. Ho avuto il privilegio di conoscerlo bene e di essere nel suo affetto. Finissimo scrittore di musica e intimo amico del maestro Siciliani,  stato uno dei pi grandi latinisti mai vissuti. Il suo commento all'Eneide  un contributo alto come pochi nella storia alla letteratura, alla storia, alla poesia:  una grandiosa Sinfonia che ha per termine di paragone Wagner. Esso  apparso con l'edizione del Poema della collana filologica Lorenzo Valla: voluta dal genio di Pietro Citati,  una delle cose che fanno onore alla nostra Patria.

In Una nazione in coma di Piero Buscaroli puoi leggere bellissime pagine su Virgilio, il bimillenario tradito in Italia ed Ettore Paratore. Il padre, Corso Buscaroli, aveva pubblicato nel 1930 e ristampato con importanti aggiunte nel 1932 la grande opera Il libro di Didone. Nel 1979 Piero aveva dato vita a due giornate in memoria del padre, presiedute da Paratore, in difesa della cultura classica, con relazioni di grandi antichisti: vi partecipai anch'io da discente. Il libro di Didone consta del testo del IV dell'Eneide con una meravigliosa traduzione e un commento di vastit e ampiezza impareggiabili dal quale s'impara enormemente, dato anche il dominio che l'autore ha dell'intera letteratura classica, dunque anche quella greca. Esso libro  introvabile anche presso i librai antiquar pi sofisticati; per averlo mi sono invano rivolto alla famiglia dell'autore, che fu valoroso combattente della Prima guerra mondiale e Federale di Imola durante la Repubblica sociale italiana; dopo di che ebbe terribili vicissitudini, una vera e propria persecuzione giudiziaria e carceraria che lo port alla prematura morte. Tale famiglia, alla quale avevo annunciato che nella presente operetta intendevo far menzione di Corso Buscaroli, avrebbe preferito che del libro non si fosse parlato piuttosto che a parlarne fossi io. Ho trovato il testo presso la biblioteca della napoletana Accademia Pontaniana nel lascito di Francesco Torraca e, grazie a Girolamo Imbruglia, ne posseggo una copia.

La pi bella edizione della Commedia di Dante  secondo me quella curata dal grande dantista Francesco Mazzoni e pubblicata dalla Sansoni: l'Inferno apparve nel 1972, il Purgatorio l'anno successivo; temo che il Paradiso non sia reperibile. Essa contiene i commenti di Casini-Barbi sul lato sinistro della pagina, di Momigliano sul destro. In fondo a ogni capitolo uno straordinario aggiornamento filologico e critico con completa bibliografia che d conto anche dei geniali saggi danteschi di Antonino Pagliaro.

Io della Commedia adoro soprattutto il Purgatorio. La profondit psicologica e simbolica dei ritratti fa s che esso da solo possa valere quanto tutto un Sommo quale Shakespeare; e la descrizione della liturgia, dei cortei e dei canti (si pensi solo alle anime che s'umiliano col versetto 25, Adhaesit pavimento anima mea del Salmo CXVIII Beati immaculati in via!)  qualcosa che rappresenta un vertice della poesia. E adesso mi si  chiarito perch io preferisca il Purgatorio e anteponga Virgilio a Dante: nell'Inferno Dante odia: violentemente e troppo spesso. Virgilio non odia mai.

V' un testo pi che affascinante e geniale ove Virgilio viene collocato alla sua altezza.  il libro (ch tale, quanto a lunghezza, ) di Alessandro Manzoni Sul romanzo storico. Manzoni ha scritto il romanzo storico pi grande della letteratura mondiale; ma  incredibile quanto questo saggio aiuti a comprendere libri eterogenei ed elevatissimi come la Salammb di Flaubert o I Vicer di de Roberto o I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel o Il falso Nerone di Lion Feuchtwnger. O la Lucrezia Borgia di Maria Bellonci o Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli. O persino un'opera di genio come Giuseppe e i suoi fratelli, la Tetralogia egiziana di Thomas Mann o Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. E infine il terribile romanzo di Jonathan Littell Les Bienveillantes, tradotto in italiano dalla Einaudi in modo non eccelso col titolo de Le benevole: la storia di un ufficiale delle SS addetto allo sterminio in Ucraina, poi sul fronte russo, poi in altri campi.

I promessi sposi , mi ripeto, il pi grande romanzo (non solo romanzo storico) della storia.  qualcosa d'abissale e d'insondabile, come si vede dal fatto che anche chi lo possegga a memoria ogni volta che vi torni scopre con sorpresa e gaudio supremo cose sempre nuove. Nessuno ha spinto innanzi come Manzoni la conoscenza del cuore umano, e tanto sul cuore umano pessimista  la prospettiva che il romanzo pu secondo me esser letto anche in chiave segretamente atea: cos volontaristiche suonare possono le pur sublimi pagine nelle quali l'insondabilit della Provvidenza e il mistero della Grazia vengono trattati. In realt, per, di romanzi ce ne sono due, giacch il Fermo e Lucia, la prima versione restata manoscritta e pubblicata dopo la morte dell'autore, diverge tanto dai Promessi sposi da potersi considerare opera indipendente e addirittura, come vuole Pietro Diliberto, superiore. Attilio Momigliano nettamente svaluta questa prima rispetto alla seconda opera, e di questa l'edizione ventisettana gli appare inferiore alla quarantana. Io graduatorie non riesco a fare giacch quando si  nel Sublime tutto diventa incommensurabile; per  certo che il Fermo e Lucia ha al suo arco frecce incredibilmente penetranti. Va da s, esso contiene un intero romanzo nel romanzo, quello dedicato alla Monaca di Monza, che il terrore per l'essersi egli troppo innanzi spinto nella conoscenza del cuore umano, delle sue pieghe pi abbiette e perverse (che cosa ha inventato, rispetto a Manzoni, Freud?), ha convinto l'autore a espungere seccamente per una met dal secondo romanzo. Tutta la parte della passione colpevole e dei delitti di Gertrude  sostituita, accennandosi alle infami profferte di Egidio, dalla frase: La sventurata rispose. Ma non  sol questo, che gi sarebbe sufficiente, il motivo. Gli  che nel Fermo e Lucia Manzoni procede secondo un ductus molto diverso dall'altro romanzo ed , meno ossessionato dalla questione della lingua come sar l'autore dei Promessi sposi, assai pi libero. Certo chi ha potuto concepire i capitoli sulla rivolta dei forni e sulla peste  qualcuno che tu non riusciresti nemmeno a ricomprendere nella comune umanit: onde ci fa la figura, a paragone, del nano lo stesso Goethe che, s, l'apprezza ma pone questioni secondarie, quelle che poi genereranno il miracolo del saggio Sul romanzo storico. Io, per quel che possa interessare il lettore, leggevo un anno I promessi sposi e un anno il Fermo e Lucia: adesso li leggo ambedue ogni anno. Bisogna dire poi che Fermo e Lucia possiede l'Appendice storica su la Colonna Infame che venne riscritta come Storia della Colonna Infame: i testi pi alti e terribili mai concepiti sulla giustizia. Sventurati vennero atrocemente torturati e poi atrocemente uccisi per far loro confessare, e poi per aver essi confessato, il delitto d'aver per accordo col diavolo fatto nascere la peste e propagatola a mezzo d'unzioni venefiche. Se i giudici fossero in grado d'intenderli, questi scritti, sarebbero pervasi di religioso terrore di fronte all'officio loro. E non solo. Le pagine sulla giustizia sembrano rampollare direttamente dal tremendo interrogativo di Agostino: Si deus est, unde malum? che tento tradurre: Se Dio , donde pu scaturire il Male?.

A ponderare un punto fondamentale del romanzo vale la clamorosa incomprensione di Goethe sopra accennata. Il Saggio di Weimar provava per Manzoni un'ammirazione profondissima e, ben conoscendo l'italiano, aveva apprezzato gl'Inni sacri e aveva anche tradotto il sublime Cinque maggio. Ma sui Promessi sposi aveva fatto un'affermazione valida solo in linea generalissima per altri che Manzoni non sia, le parti storiche nuocere alla poesia pura. In uno scrittore di seconda categoria di romanzi storici le narrazioni storiche possono parer un metodo per inzeppare indebitamente parti di narrazione estrinseca supplenti alla mancanza d'invenzione. Ma in Manzoni la storia  la materia stessa del romanzo siccome espressione della Provvidenza. Si veda come adesso erra Goethe: per sollevarsi Manzoni si appoggerebbe alla storia soltanto (a differenza di Schiller che lo farebbe anche alla filosofia). Si vedr che proprio questi due possenti aiutanti, la storia e la filosofia, si mettono di traverso al lavoro in molte parti e gli impediscono di raggiungere il puro successo poetico. Cos Manzoni soffre di un sovrappi di storia (apud Eckermann).

Aduggia l'apprezzamento di Manzoni un opposto pregiudizio diffuso. Non esser il poeta all'altezza del romanziere sia per un non risolto predominio dell'ideologia sulla poesia pura sia per presunti limiti tecnici del versificatore. Qui debbo oppormi con tutte le mie forze. Manzoni  uno dei pi grandi poeti di tutti i tempi. Dell'ode ho detto. Forse gl'Inni sacri sono poesia parenetica, ossia esortativa? Non lo so: quel che so  che sono altissima poesia e, per quanto io non sia un esperto di tecnica della versificazione, sotto questo rispetto mi appoggio al mio amico Roberto Zavaglia che di questi temi ha conoscenza professionistica: egli mi dice trattarsi di tecnica altissimamente perita. Prova ne sia che il contenuto di verit, detto alla marxiana, o la poesia pura, detto all'idealistica, degl'Inni pu esser afferrato anche da chi credente non sia.

Una fondamentale osservazione  che il Manzoni poeta  un virgiliano. Prendiamo il divino Adelchi, una delle pi grandi Tragedie che siano mai state scritte ove tutto, dai cori alle descrizioni di paesaggio come quella del diacono Martino, ch' da antologia, spira grandezza. Il personaggio di Adelchi non corrisponde alla storia: e non solo per particolari come quello che lo storico Adelchi non muore ma si rifugia a Costantinopoli, bens per il suo essere un personaggio ideale. Ossia dire che egli, giusto e lottante per la giustizia, deve vedere la sua giustizia calpestata dalla storia per un fine superiore, l'esser Carlo stato prescelto dalla Provvidenza per costituire il Sacro Romano Impero: e lo accetta. Ebbene, io credo che la radice del personaggio mirabilmente sviluppato si trovi alla fine del lib. II Aeneidos, del Secondo libro dell'Eneide. Enea fugge recando seco i Penati, il padre Anchise sulle spalle, il figlio Iulo per mano, la sposa Creusa. A un certo punto non la vede pi. Ripercorre allora all'indietro il cammino gi fatto, tra l'oscurit, gl'incend e gli orrori: nulla. Mentre erra gli appare l'ombra di lei: gli Dei le hanno statuito questa sorte, non poter essere ella colei che segue Enea nell'alto destino dagli Dei prescelto di giungere nel Lazio dove trover una sposa regale e fonder l'Impero. Quindi, nel ribadire al coniuge la missione imperiale, lo consola ella stessa della sua scomparsa.

Ermengarda, la protagonista femminile dell'Adelchi,  la sposa ripudiata di Carlo e pur essendo ripudiata l'ama ancora. Anela al chiostro e alla morte e l'avr, anche qui consolata dalla Fede. V' un verso fondamentale che potrebbe considerarsi l'epitome di tutto Manzoni, giusta l'idea di fondo che all'uomo sia solo possibile o fare il male o subirlo.  questo: Te colloc la provvida / Sventura in fra gli oppressi. A comprendere quanto virgiliana ella sia vale una citazione dalle altissime pagine di Ettore Paratore. Il pianto suavissimo espresso nelle Bucoliche e nelle Georgiche per le rovine causate dalle forze cieche e brutali, che sconvolgono quella che potrebbe essere la dolcezza e la santit della vita, permane anche nell'Eneide come compianto sulle tante nature gentili che il loro piccolo destino (che pure  la loro unica verit) vedono stroncato da una provvidenza superiore che trascende gli umili per creare le grandi entit storiche.  notizia biografica che Manzoni conosceva a memoria l'Eneide.

Al sommo Alessandro si deve anche un'altra colossale opera storica occultata e dimenticata dalla cosiddetta Cultura per la sua terribilit. Si tratta de La rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859. Saggio comparativo. Nessuno  riuscito a descrivere storicamente l'infamia del Terrore come fa lui; ma v' qualcosa di ancor pi importante: l'aver egli mostrato come il Male assoluto fosse in premessa e non gi una deviazione da una giusta partenza. Quanto agli stendhaliani (trovo Stendhal un piacevole narratore ma non riesco a comprendere come sia considerato un genio supremo) io contrappongo quest'opera alla frase del Beyle, esser quella di Luigi XVI una delle teste meglio tagliate della storia.  strano che certi stendhalisti siano pi grandi di Stendhal:  il caso di Pietro Paolo Trompeo.

Naturalmente, l'altro sommo esempio di prosa italiana dell'Ottocento sono le Operette morali di Leopardi che conosco, si pu dire, a memoria.

Fra Manzoni e Verdi il rapporto profondissimo di venerazione del Maestro per il Poeta  ben conosciuto. Prima ancora della composizione della Messa di Requiem e della precedente Messa collectanea per Rossini parla l'Epistolario del bussetano. Qui sia concessa una noterella su di un verso del Nabucodonosor, tragedia di Temistocle Solera. Quando Nabucco recupera la ragione richiede il suo destriero che alle battaglie anela / come fanciulla a danze. Chiss che il suggerimento per la splendida similitudine non provenga dai versi 1434-45 del I atto dell'Adelchi: il giovane Re longobardo (si vide) su la turba / de' combattenti sfolgorar, siccome / lo sposo nel convito.

Ho detto che la Jrusalem di Verdi  un'opera che considero sublime, che mi sembra uno dei suoi capolavori assoluti e che per il IV atto mi porta ogni volta alle lagrime. Verdi vi narra la degradazione e l'infamia di un cavaliere convinto ingiustamente di fratricidio: e fa la sequela della nera liturgia dell'annunzio dell'Araldo e del Coro che ogni volta deprivano Gaston d'una sua caratteristica: la spada, lo stemma; la morte, che seguir il giorno dopo,  dell'infamia molto meno grave.  l'unica opera francese di Verdi che secondo me va eseguita in francese. La mano che verga, sulla partitura, le parole francesi,  quella di Giuseppina! La disperazione per l'onore perduto qui diviene parossistica e grondante di pianto. Secondo me Verdi, in quest'opera che nasce dai lutulenti Lombardi alla prima Crociata (lutulenti perch son fatti di pagliuzze aurifere miste a fango) s' confessato come poche altre volte: e si comprende quanto l'onore, non quello retorico che noi italiani, prostituendo, come avvenne in Sicilia quando arrivarono gli americani, le figlie e le sorelle, invochiamo, ma quello vero, gli stesse a cuore pi di ogni altra cosa. Lo assevera il suo Epistolario: il quale va considerato uno dei testi fondamentali della Letteratura italiana.

Un altro vertice di Verdi mi porta ogni volta alle lagrime.  l'inizio del terzo atto de La battaglia di Legnano. Dopo il cupissimo, misterioso coro Fra queste dense tenebre, incomincia il dialogo fra il Coro e Arrigo: ch'esordisce con Campioni della morte. Credo che Verdi non abbia mai superato un Recitativo cos esemplarmente modellato, nemmeno nell'Otello e nel Falstaff. E anche La battaglia di Legnano ha per argomento principe, dopo quello patriottico, l'onore: l'onore personale ma ancor pi l'onore di tenore e baritono quali combattenti per la Patria.  strano che nella letteratura verdiana non sia stato compreso il luogo assolutamente eccezionale di questa creazione: esso sfugge persino a Guido Pannain. Il solito Budden la accusa di disorganicit pur lodandone singoli pezzi. Naturalmente il primo  il coro dei milanesi, con quel tema pieno di energia nobile, ascensionale, che il Budden vuol vedere parente della melodia della Marsigliese. Poi l'orchestrazione proviene da una mano eccezionale. L'opera ha una possente unitariet e scorre su puntati ritmi di marcia: come lo Spontini dell'Olimpia, Verdi scrive marce in tempo ternario. Sul ritmo di marcia si basa la epigrafica figura di Federico Barbarossa, tale da infonder terrore; e le figure ritmiche puntate onde  caratterizzato, proprie dell'Ouverture alla francese, nel Figuralismo musicale valgono a raffigurare la pompa ufficiale: sicch le stesse avvolgono di terrore Filippo II nel Don Carlo. L'atmosfera armonica, come quella vocale, con un prevaler dei bassi e baritoni,  scura: la partitura  peraltro percorsa da continue modulazioni. Il soprano ha una parte bella e sviluppata, ma il centro sentimentale della vicenda  il rapporto tra tenore e baritono, che chiamerei d'amore. I Concertati sono fra quanto di pi rapinoso Verdi abbia creato.

Lo storico allestimento che rivel di nuovo un capolavoro negletto fu alla Scala nel 1961 sotto la direzione di Gianandrea Gavazzeni con Franco Corelli, il sommo Ettore Bastianini e la grande Antonietta Stella; Gavazzeni lo diresse anche all'Opera di Roma. Ma in questo teatro ne ho visto un'edizione indimenticabile nel 2011 per la bacchetta di Pinchas Steinberg. Le scene e i costumi si dovevano a uno dei pi grandi scenografi italiani, il parmigiano Carlo Savi detto Baffetti da Pietro Diliberto mentre la regia era di Ruggero Cappuccio: tre assi. Ma rinuncerei a Steinberg se Muti con gli altri due volesse dirigere per la prima volta La battaglia. L'ascolto di una recita della Scala 1961  imbarazzante; Gavazzeni indugia quando dovrebbe stringere, a volte pare che l'appiombo dell'insieme sia procurato dal maestro della banda interna; e poi sta col cappello in mano davanti a Corelli che fa cose efferate. Il paragone con l'edizione diretta da Fernando Previtali e anche quella diretta a Catania da Nello Santi mostra la differenza tra un grande direttore e un direttore ambizioso e volenteroso.

Le altre mie passioni sono Tacito, Flavio Giuseppe, Gibbon, Pinocchio, Flaubert, Dostoevskij e Pascoli; e, tra i novecenteschi, Pirandello, Cline, Eliot, Gottfried Benn, Gadda, Tot, Sciascia; e ancora, fra i narratori, Elsa Morante (che mi voleva un gran bene e leggeva tutti i miei libri e tutti i miei articoli e della quale Menzogna e sortilegio mi pare uno dei grandi romanzi del Novecento, e in che meraviglioso e classico italiano  scritto), Salvatore Satta e Gesualdo Bufalino. Poi, ne amo moltissimi, a partire da Trakl che quasi vale Benn: ho elencato le vere e proprie passioni. Di Trakl era innamorato il grande Camillo Togni che sulla di lui poesia ha scritto i capolavori Blaubart e Barrabas: essi avrebbero dovuto, con Maria Magdalena, costituire una Trilogia che non vi fu giacch la morte imped al Maestro di terminare la terza composizione.

Incomincio dall'ultimo. Tot  stato uno dei sommi benefattori dell'umanit. Il suo genio inarrivabile si integra nella creazione, non solo nella recitazione: nella creazione di battute che sono la metafisica del Comico. B come Torino!; Addirvi: una parola! (nella Dettatura della Lettera in Tot, Peppino e 'a malafemmina); Rospi  plurale: con due P! (altra Dettatura della Lettera, in Tot, Peppino e i fuorilegge); Ferrovieri, personale viaggiante, fuochisti, macchinisti, uomini di fatica, affini!; Teresa, ero svenuto, e lo svenuto  ameba! In Tot a colori egli impersona il compositore Scannagatti: lo accusano di minaccia: e lui dice: Al massimo potete parlare di minaccia a violino armato! In Tototruffa egli, pittata la faccia di nerofumo, riceve al Grand-Htel, nella qualit di ambasciatore del Katongo, il signor Rossi: I Rossi vanno bene, sono i gialli che restano sullo stomaco, figlio!, e allude ai peperoni. Quando in Tot contro i quattro fa il commissario di pubblica sicurezza Saracino va in un negozio di lingerie ed esamina biancheria femminile per travestirsi allo scopo di fare un appostamento notturno a Villa Borghese: e dice tenendo in mano un reggiseno a un'anziana cliente: Signora, Lei non sa il naylon come mi arrossa la pelle!. E Ugo D'Alessio, l'impagabile brigadiere Di Sabato, Dott, a Voi ci vuole un bel pagliaccetto fresco!. Infinite altre! Non varrebbe addurre il fatto che a volte altri, come l'avvocato Mangini (mi si dice), gliele creassero: erano per lui e per ci stesso diventavano sue. Io sono parte di un Kreis, di un Simposio, che per fortuna  molto pi diffuso che non pensassi, al quale appartengono anche giovani e giovanissimi, che conosce e cita tutte le battute del Sommo indicandone la fons et origo. Per mio padre, che tra l'altro lo conosceva bene, mi diceva sempre che chi non avesse visto Tot a teatro nella Rivista non sapeva chi fosse. L v'era la creazione estemporanea, onde la bravura di spalle come Mario Castellani o Carlo Campanini o Agostino Salvietti o Macario in grado di far fronte a qualsiasi improvvisazione. Infatti il famoso Vagone letto, uno dei vertici del teatro di tutti i tempi (e ne esiste una documentazione, anche questa a ben vedere palesemente improvvisata, in Tot a colori), incominci che durava un quarto d'ora e fin che durava un'ora! Peppino De Filippo, che gli  accanto in moltissimi films, non  una spalla, ha la grandezza di un deuteragonista; e io mi onoro di essere a nativitate membro di un altro Kreis, pur esso diffuso, che lo preferisce al fratello Eduardo, divenuto nelle sue proprie creazioni da un certo periodo in poi predicatore e compiaciuto di s medesimo. Ho il vanto d'aver conosciuto Steno, il regista di tanti films di Tot, una domenica sera del 1973 a casa d'Amico in via Paisiello a Roma. Ebbi l'immenso privilegio di conoscervi anche Roberto Rossellini che mi sembra un genio: forse la sua opera che amo di pi  La presa del potere di Luigi XIV. In Stromboli si narra della presenza redentrice del vulcano: e allora ricorder che adoro quest'isola magica anche perch, da napoletano, ovviamente ho col vulcano rapporti privilegiati. Il vulcano mi ama e mi basta porre il piede sull'isola per sentirmi pervaso da un'energia incredibile, da ottimismo e gioia di vivere. Ho visto l'estate 2013 a Spoleto un monologo di Isabella Rossellini e trovo che quest'attrice sia dotata di grazia e humour impareggiabili.

Il direttore del Conservatorio di Reggio Calabria, con me paterno e giustamente severo nel prescrivermi studio e studio, era il maestro Alessandro Cicognini che compose la musica di molte delle pellicole di Tot, per esempio del meraviglioso Letto a tre piazze: ove si vede un altro che con Tot lavor assai oltre a esser stato uno straordinario attore di prosa anche drammatica, Aroldo Tieri.

Avevo sedici anni quando Tot mor. Ricordo che scendevo per i vicoli e vedevo donne del popolo che piangevano e gridavano:  mmuort' Tot! Decisi di andare all'esequia, che si teneva nel pomeriggio di qualche giorno dopo nella chiesa del Carmine, a piazza Mercato, l ov'era stato decapitato Corradino di Svevia. Fu, credo, la prima spontanea manifestazione di massa avutasi in Italia; non si trattava di qualcosa di organizzato scientificamente, come i comiz del partito comunista o della democrazia cristiana: l'immensa folla era convenuta da s. Fabrizio Perrone Capano e io eravamo schiacciati dalla massa; allora ebbi l'idea di entrare in uno dei palazzi moderni antistanti la basilica. Salimmo a un secondo piano e chiedemmo ospitalit sul balcone: ci fecero sedere e ci offrirono pure il caff. La bara usc dalla basilica con la bombetta di Tot poggiata sopra: poi sul carro essa prese una fuga terribile: e i napoletani si misero a correre per inseguirla.

Tacito, inarrivabile nella lingua e nello stile,  un cupo tragediografo che per amor di tragedia inventa e falsa la storia: non  Livio che non erra, non  Tucidide, non  Polibio. Falsi efferati come l'invenzione dell'oscuro e tragico compitore di male Tiberio, cupa vittima del suo vizio, che nella storia fu un grande condottiero, un grande imperatore e figura tragica s, ma per l'esser egli pius come Enea, nel suo rispetto della volont degli Dei (nel supremamente bello Tiberio, dei Poemi conviviali, Pascoli ne narra la nascita in una radura mentre all'intorno il bosco  in fiamme e Livia non teme: e parla del vagito del fatale infante), sono giustificabili solo dal supremo punto di vista dell'arte. E cento figure nell'opera di Tacito, tutte altrettanto grandi, s'affollano. Lo stile di Tacito, supremamente artificioso nella sua abrupta brevit,  una delle eccelse glorificazioni di una lingua che nella storia si siano compiute. Ci fossero solo la Germania, le Historiae e soprattutto gli Annales, il sermo latinus gi sarebbe immortale.

Flavio Giuseppe, nato nel 37 e morto dopo il 100 d.C., volle essere romano di ebreo che era: si salv in extremis dalla rovina della patria Gerusalemme e divenne familiare di Tito, deliciae humani generis. Le sue Antichit giudaiche, insieme col Bellum Judaicum, sono uno dei romanzi pi foschi e terribili mai scritti nella descrizione d'una famiglia reale tenuta insieme solo dal delitto; e creano un quadro grandioso nella descrizione della fine degli Zeloti, sventurati e odiosi.  chiaro che la sua opera  stata la principale fonte per l'Hrodiade di Flaubert della quale parlo pi avanti.

Edward Gibbon, l'autore della Decadenza e caduta dell'Impero romano non  uno dei pi grandi storici,  uno dei pi grandi scrittori di tutti i tempi. La sua narrazione procede ampia e, anch'essa, sublime nell'ammirazione per la prisca virt della Roma repubblicana, che a tratti a lui pare di volta in volta risorgere in quella che considera la perversa epoca imperiale: perversa giacch per lui ove non v' libert non v' grandezza: ma libert sotto tanti imperatori risorge. Al tempo stesso Gibbon  di straordinaria modernit nelle prospettive storiche. Alcuni capitoli fondamentali sono addirittura censurati dalle edizioni pocket in Inghilterra e in America: in Italia l'edizione in carta di riso  introvabile anche in antiquariato; io ho la fortuna di aver preso, ragazzo, la meravigliosa traduzione di Giuseppe Frizzi per l'edizione, appunto in carta di riso, dei Millenni Einaudi. I capitoli in questione sono quelli dedicati alle cosiddette persecuzioni contro i cristiani, che Gibbon dimostra esser state lievi; e quelli dedicati al cristianesimo primitivo, che divenne grande quando divent cattolicesimo. E qui Gibbon senza rendersene conto glorifica una religione che, da protestante, detesta il cattolicesimo, dico, il quale ripudia l'odio per la vita, il mondo e la natura che, ben vero, non si trova nei Vangeli ma in scrittori del primo cristianesimo: Gibbon offre certe citazioni dell'odioso Tertulliano che fanno rabbrividire; Tertulliano che di l a poco sarebbe diventato montanista per eretico, quindi, morire. Lo scrittore, il quale nella prosa inglese fa quello che Milton e Dryden avevano fatto nella poesia, conia un inglese modellato sul latino. Egli mostra come nel primo cristianesimo avesse luogo quell'odium humani generis che Tacito attribuisce ai primi cristiani, e ci si vede nel fatto che ancora sotto Costanzo II i cristiani non avevano tanto ostilit contro un qualsiasi pagano, aborrivano sibbene un loro correligionario che anche solo per un punto insignificante divergesse dalla setta alla quale appartenevano. Gibbon d un quadro delle varie sette del cristianesimo primitivo che ci farebbe ridere se non ci facesse orrore. E orrore ci fanno le vicende dell'omousion t patr, il consubstantialem patri del Symbolum nicenum fatto redigere da Costantino, il nostro Credo; vicende di grottesca atrocit sotto Costanzo II: e sfilano personaggi spaventosi e criminali, come Atanasio e Antonio: costui trasformato in una divinit pagana dalla plebe napoletana e festeggiato il 17 gennaio con l'accensione di roghi, i cippi 'e Sant'Antuono, a salutare il cuore dell'inverno. Egli anticipa, da illuminista qual , l'antiilluminista per eccellenza, il Nietzsche della Genealogia della morale e dell'Anticristo. Nessuno eguaglia Gibbon nel costruire, dopo Tacito, l'immagine di un personaggio: la sua opera ne trabocca.

Come esempio, a non parlare della descrizione di Costantino, voglio citare quella di Costanzo (i deboli sono sempre crudeli). L'animo di Costanzo, che non poteva essere n moderato dalla ragione, n placato dalla fede, era ciecamente spinto all'uno o all'altro lato di un cupo e desolato abisso dall'orrore degli opposti estremi; a volta a volta abbracciava e condannava le opinioni dei partiti ariano e semiariano, ne bandiva e richiamava i capi. Durante le cure dello stato e le pubbliche solennit, consumava giorni interi, e anche le notti, nello scegliere le parole e pesare le sillabe che componevano i suoi fluttuanti credi. Il soggetto delle sue meditazioni accompagnava sempre e occupava i suoi sonni; gl'incoerenti sogni dell'imperatore erano accolti come visioni celesti, ed egli accettava con compiacenza il titolo sublime di vescovo dei vescovi da quegli ecclesiastici, che dimenticavano l'interesse del loro ordine per soddisfare le proprie passioni. (Traduzione Frizzi).

Non cito ovviamente Manzoni: solo Tocqueville gli pu essere accostato: il ritratto di Luigi-Filippo, il roi-poire, il re-pera, dei Souvenirs,  di una forza prima ancora che gibboniana tacitiana. (Manzoni vale per a dimostrare la fallacia della tesi alla base de L'Ancien Rgime et la Rvolution, essere la Rivoluzione il compimento del secolare processo d'unificazione della Francia). E l'erudizione di Gibbon  sterminata: basta leggere le note al testo per comprenderlo; alla fine ci resta una dichiarazione, esser stata la redazione delle migliaia di pagine il suo passatempo, una sorta di otium rispetto a impegnativi negotia.

Pagine rapinose detta il Gibbon su Aureliano. Quest'imperatore del III secolo , insieme con Scipione, Cesare e Augusto, il pi grande dei Romani (si possono aggiungere Tito e Traiano?). Non posso riassumere ci che fece il vero e proprio restitutor orbis: diciamo che la sua grande anima, il suo genio militare, salvarono l'Impero dandogli nuova vita. Rapinosa  anche la voce a lui dedicata sull'Enciclopedia Treccani, di Gaetano Maria Columba. Ma i tempi erano infami. Mentre attendeva alle sue salvifiche imprese, Aureliano venne ucciso dal pugnale di congiurati militari imbelli tra Perinto e Bisanzio nel 275. Non era giovane, essendo nato nel 215: le sue imprese vennero compiute non da un Alessandro, da un uomo maturo. Il sublime Trionfo di Aureliano del Tiepolo, a Torino, ne sia l'epinicio.

La storia romana  una delle mie grandi passioni. Cos accanto al Gibbon v' ovviamente il sommo Santo Mazzarino, autore de Il pensiero storico classico, testo fondamentale per chiunque di storia voglia balbettare, de Dalla monarchia allo stato repubblicano, del volume sull'impero nel Trattato di Giannelli-Mazzarino. Qualcosa di simile a lui quanto a filologia e storia della letteratura  Giorgio Pasquali con la Storia della tradizione e critica del testo, con la Preistoria della poesia romana e con le Pagine stravaganti; mentre altro sommo storico a me caro  Gioacchino Volpe.

Flaubert  colui che dopo Manzoni pi innanzi s' spinto nella conoscenza del cuore umano: e se il suo pessimismo  ateo, si riconnette comunque ontologicamente a quello di Manzoni. Ma c' il Flaubert che amo ancor pi, quello dell'erudizione, della descrizione obbiettiva, dell'enumerazione: ecco dunque la Salammb, l'opera che procede nella vertiginosa ricostruzione del mondo antico e, quel che venne all'autore scioccamente rimproverato, della sua mancanza di psicologia in senso moderno. I personaggi non subiscono l'evoluzione psicologica di quelli dei romanzi moderni, onde singolarmente erra chi ritiene che la medesima tecnica costruttiva sia applicata nella Salammb e nella Signora Bovary. Nella Salammb noi possiamo constatare il godimento che la contemplazione fine a se stessa di un mondo lontano dall'odiato presente a Flaubert procura: cito a tal proposito una pagina ov'egli dice di aver passato ore e ore nell'immaginare le mura di Ecbatana. E l'opera gemella di Salammb  La tentazione di Sant'Antonio che posseggo in una preziosa edizione d'epoca con le differenti versioni. Protagonista un cretino al quale corrisponde l'eguale nullit di culti e credenze, culminante nella vittoria finale dell'immagine del Cristo che forse nell'assurda prospettiva diviene il Cretino dei Cretini. Chiss?

Una noterella musicale va fatta a proposito della Salammb. Nel bellissimo primo volume dei Meridiani Mondadori a Flaubert consacrato, a cura di Giovanni Bogliolo, l'ottima traduzione di Teresa Cremisi (da affiancarsi a quella classica di Ezio Fischetti apparsa prima della guerra per la Sansoniana straniera)  preceduta da una competentissima Nota introduttiva di Pietro Toffano. Ma quando l'illustre francesista passa a elencare le opere musicali alla Salammb dedicate ne dimentica due. La prima  quella del compositore di Martina Franca Franco Casavola, importante esponente del Futurismo musicale: la sua opera, su libretto di Emidio Mucci (librettista anche di monsignor Refice, e lo conobbi alla Sagra Musicale Umbra)  del 1948. L'altra opera  del 1992 e si deve al compositore francese Philippe Fnelon: io assistetti alla prima esecuzione assoluta a Parigi sotto la direzione di Gary Bertini e mi parve che questo musicista della Salammb non cogliesse che l'aneddoto. Alla prima l'opera venne avvolta da salve di fischi: perch convenivano nella protesta quelli che la trovavano troppo d'avanguardia e quelli che non la trovavano abbastanza tale. Ma naturalmente il capolavoro musicale su Salammb  dovuto a Florent Schmitt. Questi scrisse nel 1922 le musiche per il film di Pierre Marodon e ne ricav poi tre Suites che, eseguite l'una dopo l'altra, costituiscono uno dei pi bei Poemi sinfonici della storia: Illustration de quelques pages de Gustave Flaubert  il sottotitolo.

Il quadro d'ambiente della Signora Bovary e dell'Educazione sentimentale  inarrivabile. V' in Flaubert un terribile odio per il mondo contemporaneo, la Democrazia e quella che gi allora stava profilandosi come societ di massa; e, ancora, la cretinaggine. Nella Bovary la prosopopea (figura retorica che significa la personificazione) del Cretino  il farmacista Homais, ovviamente progressista; nell'Educazione sentimentale abbiamo ben vero un cretino legittimista, il visconte di Cisy. Le frasi fatte della politica divengono la stessa cosa delle frasi fatte del sentimento, ch' falso e letterario. Durante i Comiz Agricoli, scena chiave della Bovary, l'inviato del governo blatera retorica politica mentre Rodolphe Boulanger blatera di romanticismo d'accatto per far cadere Emma la quale, appunto per bovarismo, risponde usando argomenti similari o i medesimi con creduta sincerit.

L'ultimo e incompiuto romanzo, Bouvard e Pcuchet, intendendo del Cretino essere una trattazione sistematica, ne  l'entelechia.

Ma capolavoro supremo  l'ultima opera finita, i Trois contes, i Tre racconti. Essi vivono di un artificio stilistico che si fa profonda commozione. Nel primo di essi, Un coeur simple (Un cuore semplice), l'artificio  celato. Vige lo stesso apparente realismo della Bovary. La storia di un'umile serva di campagna che non si rifiuta a nessuna fatica e vive di una sua idolatrica devozione per un pappagallo che nell'agonia le appare come lo Spirito Santo, procede per constatazioni impassibili e la profonda piet  desumibile ma non dichiarata. Solo che nessuno dimentica che dei semplici  il Regno dei Cieli. (Questa sentenza evangelica  in esergo di uno dei capolavori di Massenet, Le jongleur de Ntre-Dame, la leggenda medioevale di un umile menestrello devoto alla Vergine che, rifugiatosi in un convento cistercense, nulla nella sua semplicit pu offrirle se non i suoi giuochi e le sue danze: e la Vergine miracolosamente d segno di gradirli). La leggenda di San Giuliano Ospitaliere narra un mito del cristianesimo medioevale con l'ingenuit voluta delle vetrate di una cattedrale di paese. L'artificio stilistico  squisito; se non che, nelle ultime battute, quando il lebbroso che Giuliano per umiliarsi abbraccia scaldandolo e infine bacia in bocca si trasforma nel Cristo che trasporta il Santo in cielo, non si possono trattenere le lagrime. Hrodiade, infine,  dedicato a una vicenda che per Gustave Moreau  il centro di numerosi dipinti; per Flaubert si colloca solo sullo sfondo di un racconto storico e politico. Sullo sfondo  dunque l'adolescente Salome che chiede la testa del Battista per esortazione di Erodiade sua madre, non per perversione sessuale come il successivo personaggio di Oscar Wilde. Gli Ebrei, i Romani, gli Esseni, la solitudine di Erode, le invettive di Jochanaan da profetismo biblico, si spandono nello stesso registro stilistico della Salammb, se possibile ulteriormente perfezionato.  stato osservato che l'ultima parola del racconto  un avverbio, alternativement: con questa Flaubert si congeda dal mondo.

La descrizione della villa-fortezza di Erode a Masada, nella quale si svolge l'Hrodiade,  d'una vivezza e precisione eccezionali: a comprendere come essa sia uno dei capolavori della letteratura vale il servizio di fotografia aerea pubblicato dal National Geografic Magazine.  uno dei luoghi che desidero visitare: oggi vi si accede con una teleferica; all'epoca del racconto di Flaubert gli schiavi portavano i carichi su per l'erta.

 probabile che Flaubert abbia ricevuto l'ispirazione o almeno un suggerimento ispirativo per l'Hrodiade dall'Oratorio di Berlioz L'enfance du Christ, uno dei suoi capolavori. L'artificio stilistico  il medesimo e la solitudine di Erode  narrata nell'Aria in stile bachiano O misre des rois! Certo Massenet s'ispir a Flaubert per la sua Hrodiade, ove Erode  invece lubricamente ritratto mentre canta Vision fugitive accompagnato dal timbro esotico di un sassofono (uno dei miei strumenti preferiti) solista.

Di Fodor Dostoevskij non posso parlare esorbitando troppo l'argomento dalle mie capacit. Dir solo che il suo romanzo che preferisco  Gli indemoniati (che vulgo ma senza errare, giacch - ho appreso - la parola russa ha ambo i significati, viene chiamato I demon, sovente senza l'accento circonflesso sulla i e molti da noi lo denominano I dmoni, ridicolmente): perch irresistibile  il suo registro comico, che contiene gi la caricatura degli intellettuali e degli intellettuali antifascisti. Ma supremi sono anche il Cechov dei Racconti e il Gogol del Pastrano e delle Anime morte.

Tra i miei amori sono Les liaisons dangereuses (Le relazioni pericolose), uno dei pi bei romanzi mai scritti, del settecentesco Choderlos de Laclos; e c' anche Anatole France. Un suo meraviglioso romanzo sulla Rivoluzione francese  Les dieux ont soif (Gli dei hanno sete). Io posseggo la splendida edizione delle opere complete Calman-Lvy del 1927; e la biografia di Giovanna d'Arco  tra le sue cose pi belle ma ancor pi voglio metterci la novella Il miracolo del grande San Nicola. Per secondo me la pi bella novella che mai sia stata scritta  Libert di Giovanni Verga, dedicata agli spaventosi eccid di Bronte, quando i contadini in rivolta uccisero atrocemente i cappelli, e Verga descrive la morte del figlio del notaio calpestato, della Baronessa buttata dal balcone, dei figli, l'ultimo dei quali lattante strappatole dal seno. Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie. (Costei  la reincarnazione della strega che, nel XXXIV dei Promessi sposi, accusa Renzo di esser untore: la quale, con un viso ch'esprimeva terrore, odio, impazienza e malizia, con cert'occhi stravolti che volevano insieme guardar lui, e guardar lontano, spalancando la bocca come in atto di gridare a pi non posso, ma rattenendo anche il respiro, alzando due braccia scarne, allungando e ritirando due mani grinzose e piegate a guisa d'artigli, come se cercasse d'acchiappar qualcosa...). E peraltro Il reverendo e Rosso malpelo sono tra i capolavori della letteratura italiana.

Una delle pi belle Novelle della nostra letteratura  Necessit di morire di Giuseppe Berto. Un partigiano ventenne  stato catturato dai militi della Repubblica Sociale e attende di essere fucilato. Una giovane ausiliaria trascorre con lui le ore dell'attesa e tenta di convincerlo a parlare per non morire. Ella sa che la Repubblica ha i giorni contati. Il ragazzo preferisce tentar di morire e quando giunge il momento tutti quei motivi per i quali era necessario morire a vent'anni erano dentro di lui, condensati in una limpidit simile a quella del cielo del mattino, non pensiero e neppure sentimento, ma una specie di luce fissa nell'anima, una cosa cos alta che assolveva da colpa anche coloro che stavano per ucciderlo. La ragazza, poi, egli la cerc con lo sguardo, e la vide non molto lontana, che stava appoggiata ad un carretto, fumando a testa bassa. Avrebbe voluto che lei alzasse la testa, per farle capire in qualche modo che non credeva che fosse cattiva, e che in ogni caso ci non aveva pi importanza. Ma intanto quelli spararono, ed egli non sent dolore forte, solo qualcosa come una violenta sassata sul petto e sulla pancia, e poi rapidamente pi nulla. E Berto era stato fascista.

Pascoli viene fatto odiare dalla scuola italiana, che lo presenta come un cantore dei piccoli sentimenti, dei ricordi. Che sia un poeta crepuscolare, capace di spingere la sensibilit e l'introspezione e il culto del piccolo dolore fino a un grado mai raggiunto nella storia,  fuor di dubbio. Ma questo si apprezza se si conosca e comprenda il Pascoli eroico e virile. L'ode Alxandros, su Alessandro Magno,  una rapinosa e sintetica meditazione sul Destino e sull'Eroe, e poi un rapinoso e sintetico canto dell'Eroe e del Destino, che non ha pari e supera lo stesso Hlderlin. Questo grandissimo poeta mi  ancora oscuro per la rapinosit pindarica del suo verso e tra le cose che mi attendono sar l'approfondirlo: certo sublime mi pare il suo modo di raffigurare il Cristo alla stregua degli Dei del mondo classico. Pascoli sa cantare in modo eroico il riscatto della Nuova Italia e degli emigrati della Little Italy: i suoi toni hanno il meglio del fascismo senza averne caducit e difetti. Per se dobbiamo parlare di poesia patriottica che non ha del fascismo caducit e difetti, casi altissimi sono le due canzoni di Leopardi All'Italia e Ad Angelo Mai: derivanti dalla somma canzone di Petrarca Italia mia, bench l parlar sia indarno.

I Poemi conviviali s'affollano alla memoria per la grandezza del ductus e del contenuto, con una forma, una lingua poetica, immagini, che mettono Pascoli al di sopra di tutta la poesia nostra, e quindi universale, se non si consideri, dopo Dante, Petrarca. Voglio solo ricordare il componimento I vecchi di Ceo, una delle pi sconsolate contemplazioni della vita mai scritte. Un gigante  il poeta in latino che giunge a vertici mai toccati nella nostra lingua di grandiosit e, a volte, di sadismo: si pensi a Gladiatores. L'ode su Giugurta catturato, fatto sfilare nel trionfo di Mario dopo le sevizie durante la traversata dall'Africa a Roma, e gettato in una cisterna preda del buio, della sete, dell'allucinazione di una sola goccia d'acqua, poi semivivo strangolato dal servus publicus, con i versi finali: Durus eras inquit, sed durior, Hercule, Roma est (Eri duro, disse, Giugurta, ma, per Ercole, Roma  pi dura di te!), si riallaccia all'atroce obbiettivit del Virgilio del II libro dell'Eneide. Esiste in traduzione italiana dell'autore.

Su Pascoli la cosa forse pi importante mi resta ancora da dire. Egli , giusta la definizione che ne d Gabriele d'Annunzio nell'Alcione, l'ultimo figlio di Virgilio; mentre Ettore Paratore considera Torquato Tasso l'anima pi virgiliana. Nella misura in che Pascoli lo sia, occorrerebbe un libro intero a dirlo: ma mi limiter a rimandare alla meravigliosa voce su di lui nell'Enciclopedia virgiliana dettata da Alfonso Traina, molto superiore qualitativamente ed esteticamente a quella dell'Enciclopedia italiana dovuta a Umberto Bosco.

Ma, per chiudere questo tema, debbo dire che a me proprio la scuola ha incominciato a far amare Pascoli. In seconda liceale avevo un'insegnante di latino e greco, la signora Cutolo, cos intelligente, oltre che colta, da averci fatto studiare i Lirici greci (oltre che su Pleiadi e Alcmane, Stesicoro, Ibico, del grande Filippo Maria Pontani) sull'edizione meravigliosamente preparata da un punto di vista filologico e commentata da Pascoli. E che cos'era la Saffo del Ille mi par esse deo videtur (Simile in tutto agli Dei: cito la poesia giusta la parafrasi di Catullo) passata attraverso le mani dell'altissimo poeta!

A Pascoli filologo e storico della letteratura latina dobbiamo una raccolta, Epos (Livorno, 1897): un'antologia della poesia epica romana che contiene anche quasi per intero l'Eneide e che incomincia con Livio Andronico per giungere a Claudiano. Vi  preposto un mirabile saggio intitolato La poesia epica in Roma e da questo apprendiamo di Ennio: E allora la poesia entr nella grande famiglia bellicosa di Romolo. Venne con passo di volo: pinnato gradu. Quale fu lo strepito del suo volo!.

Dalla sezione B, quella dei figli di pap, ero passato in sezione I, quella dei ripetenti e affini. C'erano anche dei maggiorenni con la macchina. Alcuni dei miei compagni erano ragazzi fantastici. C'era Patrizio 'O Connor, geniale e creativo, che avrebbe fatto una fine terribile nel vortice dell'eroina. C'era Nunzio Minichiello, destinato a un carrierone in Banca d'Italia, i gradini del quale percorsi senza possedere Santi in Paradiso; e Fabio Improta, un uomo intelligentissimo e simpaticissimo col quale non ci siamo mai persi di vista.

Qui debbo fare una parentesi che parla d'una mia lacuna e d'una mia aspirazione. Da poche settimane sono riuscito a trovare, dopo anni di frustrazioni, una cinquecentina e una versione italiana dell'Africa di Petrarca. Mi ci getter perch spero, come credo, di trovare qualcosa di sommo e da collocare tra le mie passioni. Come sarebbe bello! Me ne aspetto moltissimo: uno dei miei eroi, che metto alla stessa altezza di Cesare,  Scipione, che appunto dell'Africa  il protagonista. Se questo eccelso condottiero e politico non fosse esistito, forse la stessa civilt, vinta dal mondo punico, non sarebbe.

Altro mio eroe  Lucio Emilio Paolo, il vincitore della battaglia di Pidna contro Perseo di Macedonia nel 168 a.C. Ho sempre pensato ch'egli insegni che cos' il vero coraggio: Plutarco narra nella Vita a lui dedicata (XIX) che alla vista dell'esercito macedone schierato egli venne preso da terrore e sbigottimento ma che con volto ilare capeggi le legioni a capo scoperto, sbaragliando il nemico.

Per dire di Pirandello dovrei scrivere un libro.  uno dei pi grandi narratori che siano mai vissuti: le sue Novelle non la cedono in nulla a Maupassant e a Verga. Tutti i suoi temi vi sono gi sviluppati: andiamo dalla tragedia in uno col grottesco de L'eresia catara (e nessuno come lui ha saputo sviluppare il tema della tragedia unita col grottesco), alla tragedia allo stato puro (O di uno o di nessuno), alle corna (infinite), all'ossessione dello status gentilizio in relazione alla morte, la collocazione nella cappella (l'insuperato Due letti a due) all'atroce e ironico realismo d'un sacerdote forse usuraio, certo privo di piet (I fortunati). E il narratore si mostra in grandi romanzi come Giustino Roncella nato Boggilo, ove anche la sventura si mescola al grottesco e I vecchi e i giovani che affronta il tema del Risorgimento incompiuto. Ma andiamo a prendere il teatro: e qui la tragedia viene vissuta con umanit insieme e astrazione intellettualistica e sono i Sei personaggi in cerca d'autore e Questa sera si recita a soggetto; alle (ancora) corna e la paternit (Tutto per bene, esistente anche nella meravigliosa versione dialettale 'N guanti gialli); alla logica spinta al paradosso di Ma non  una cosa seria; al paradosso che si fa tragedia de Il piacere dell'onest, che mi sembra uno dei suoi capi d'opera (ne posseggo un video col grande Alberto Lionello); alla tragedia del soggetto che non pu cernere la realt effettuale (e deriva dal tema trattato da Kant della cosa in s) di Cos  se vi pare; alla tragedia allo stato puro combinata coll'orrore della logica e dell'autorappresentazione (L'uomo dal fiore in bocca); alla pura comicit, anche questa basata sulle corna, de L'uomo, la bestia e la virt; al supremo Berretto a sonagli. Qui il tema delle corna si combina con l'aberrazione della logica: il protagonista, Ciampa, viene schiacciato e ucciso ma schiaccia e uccide pur egli perch dispone del paradosso della logica colla quale costringe coloro che lo hanno atterrato ad accettare 'A birritta cu' i ciancianeddi, il Berretto a sonagli della pazzia per non morire. La logica e la pazzia s'identificano, logica e pazzia che la vittima impone ai suoi persecutori facendosi persecutore a sua volta. Ne posseggo una versione video con il sommo Salvo Randone della quale la regia straordinariamente buona  di Edmo Fenoglio: e vi partecipano grandi attori come Wanda Capodaglio e Anita Laurenzi che interpreta in modo splendido l'isteria della signora Beatrice Fiorica. Purtroppo non sono mai riuscito a vedere l'opera nell'interpretazione di Turi Ferro. La versione e l'interpretazione di Eduardo De Filippo sono deludenti.

Gottfried Benn  come elettivamente il mio poeta, ma lo conobbi per uno di quei meravigliosi casi per i quali ringrazio sempre San Gennaro. Era il 28 febbraio 1976 (ho trovato in un libro su Berlioz che evidentemente stavo leggendo in quei giorni il biglietto del concerto, cos posso citare la data esattamente): io mi trovavo al Foro Italico per un'Arianna a Nasso di Strauss diretta da Wolfgang Sawallisch. Dopo l'esecuzione mi si avvicin un ragazzo che conoscevo appena, drogato, che sar morto anche dopo poco tempo; certo  che non l'ho pi visto; e mi disse: Non ti sembra che Strauss sta a Wagner come Gottfried Benn sta a Nietzsche?. Questa mi parve una frase di genio; ed ebbe su di me un'influenza importantissima, onde quel povero ragazzo l'ho sempre davanti agli occhi e provo per lui una gratitudine eccezionale. Di Benn il capolavoro non  l'espressionistico Morgue, ben vero un capolavoro assoluto, ma il volume dei Statische Gedichte, le Poesie statiche, proibite al tempo stesso dai nazionalsocialisti e dai vincitori. Queste non sono, come poteva sembrare, l'emblema stesso del nichilismo, ma una confessione di culto dell'eroismo e della grandezza antica pur se, dal punto di abisso della storia, tutto venga equiparato al Nulla. Quanto pi il Nulla venga cantato tanto maggiore  la cura formale di Benn; rima e ritmo che mi pare portino a una lingua poetica tedesca superiore a quella dello stesso Goethe. Poi vi sono i miracolosi Saggi, ove si parla della Decadenza, di Nietzsche, dell'invecchiare e del Tardo stile degli artisti, del Mondo dorico: forse i pi bei Saggi della letteratura tedesca; inferiore al paragone un pur grande saggista come Thomas Mann.

Delle Poesie statiche fa parte un componimento, questo in metro libero ma d'incalzante musicalit, intitolato Orpheus' Tod (La morte di Orfeo). Descrive la solitudine del cantore dopo la perdita definitiva di Euridice e rende rem quasi actam (la cosa come se si svolgesse davanti a te: venne detto nel necrologio di Orlando di Lasso a proposito della capacit espressiva e rappresentativa - metto le virgolette perch il cosiddetto stile rappresentativo  altra cosa - dei suoi Madrigali) l'atroce assedio delle Baccanti al giovinetto che rifiuta per il cordoglio il loro commercio, lo smembramento del corpo di Orfeo. Die Ufer tnen (Le rive cantano)  l'ultimo verso. Ebbene, si tratta dell'esplicito omaggio alla parte finale del quarto libro delle Georgiche (vv. 523-27). Smembrato il corpo di Orfeo, la testa galleggia sulle onde e le labbra ancora emettono il nome della sposa. Tum quoque marmorea caput a cervice revulsum / Gurgite cum medio portans Oeagrius Hebrus / Volveret, Eurydicen vox ipsa et frigida lingua, / A! miseram Eurydicen anima fugiente vocabat: / Eurydicen toto referebant flumine ripae. Ecco la traduzione di Dionigi Strocchi: Divelto il capo dall'eburneo collo / Annegava ne' vortici dell'Ebro; / La voce tuttavia, la fredda lingua / Il fuggitivo spirito gridava; / Ahi! Sventurata Euridice, e le rive / Del fiume al nome rispondean di Euridice.

Ma Benn fa galleggiare sul fiume e cantare la lira: ed ecco perch a loro volta cantano le rive. Qui Virgilio trova un poeta alla sua stessa altezza e vorrei ci si rendesse conto del significato di una simile affermazione, che tutti dovrebbero considerare eretica prima di aver letto la poesia.

Altri grandissimi poeti sono Paul Valry, Kostantin Kavafis e Jorge Luis Borges. Valry  anche un supremo saggista e, in quanto tale, oggetto di culto da parte di un grande filosofo (che mi onora della sua amicizia) costretto dalle circostanze a essere il pi importante avvocato civilista italiano, Natalino Irti. Egli  uno dei nostri massimi leopardiani e la consorte Elena, anch'ella della nobile Avezzano, mi riempie di pensieri affettuosi e regali. L'ispirazione di Kavafis  radicata nel mondo classico: questo alessandrino  l'ultimo poeta ellenistico. Ora sono note le sue delicatissime poesie erotiche di eros omosessuale pubblicate nel 1983 dal caro amico e impareggiabile conoscitore di poesia Nicola Crocetti. Come potrebbe mai una simile visione dell'amore tra maschi conciliarsi colle attuali pagliacciate dei gays (non li chiamer mai cos) che vogliono riconosciuti i diritti al di fuori di quelli sacrosanti di subentro anche ereditario, e persino il matrimonio, quasi che esso non fosse un Sacramento? Io penso che essere ricchioni sia una cosa:  una forma di libert anche virile; essere gays  un'altra: una sventura; vuol dire essere dei femmenielli ideologici.

Or bisogna sapere che ho avuto un grandissimo amico, Spartaco Orfeo Parisi. Egli proveniva da una ricca famiglia di italiani residenti, appunto, ad Alessandria. Virtuoso, aveva studiato il pianoforte al Conservatorio di Napoli prima della guerra ed era diventato amico del maestro Vitale. Non s'era diplomato; in Egitto trascorreva una bellissima vita: si era trasferito al Cairo ed era maestro di pianoforte al palazzo reale. Dopo la rivoluzione di Nasser gl'italiani, confiscati loro i beni, erano stati scacciati. Orfeo e la sua famiglia erano fortunosamente giunti a Napoli ed erano reclusi nel campo profughi della Canzanella: un Lager. Il maestro Vitale li tir fuori: riusc, grazie anche all'interessamento del maestro Gargiulo, a far diplomare Orfeo e a fargli ottenere un posto d'insegnante a Potenza, ove lo conobbi. Non ho mai visto affrontata la sopravvenuta indigenza con tale grandiosa signorilit. Orfeo mi raccont di aver conosciuto Kavafis ai tempi di Alessandria e anche la pianista Kutuzova, lesbica, discendente del Maresciallo. Kavafis avrebbe voluto astenersi dal consumare l'eros con ragazzi ma abitava proprio al piano di sopra a un bordello per uomini che cercavano altri uomini: e quando usciva di casa scendendo per le scale e bellissimi giovani di quell'istituto filantropico lo chiamavano, lui non riusciva a resistere.

Un grande seppur non grandissimo poeta era anche Eugenio Montale; grandissimi sono Vincenzo Cardarelli e Giuseppe Ungaretti. Quasimodo era ridicolo, coi capelli tinti e il riporto. Conobbi Montale a Milano per il tramite del mio carissimo Domenico Porzio, un oriundo di Torre del Greco che il padre aveva fatto trasferire adolescente a Milano ove, ottimo scrittore e giornalista, era arrivato a ricoprire il ruolo di gran consigliere e capo dell'ufficio stampa della Mondadori. Mimmo era uomo di grandissima cultura e generosit, per me un fratello maggiore e pap, tra l'altro, del brillante e profondo storico dell'arte Francesco, detto Chico. Era amico della letteratura di tutto il mondo: anche di Borges; e a casa sua ho avuto il privilegio di essere presentato a questo Sommo che con la sua inarrivabile gentilezza mi mise subito a mio agio dicendomi che, io napoletano, avevo subito argomenti di conversazione con lui, San Tommaso d'Aquino e Benedetto Croce. In Finzioni v' il sommo esempio della teologia fantastica del bonaerense con le Tre ipotesi su Giuda che si occupano di uno dei casi pi inquietanti della storia. Un altro caso meraviglioso di teologia fantastica  il breve romanzo di Roger Caillois Ponzio Pilato, un personaggio storico che occupa di continuo la mia immaginativa.

Montale era quasi nano e aveva l'alito che gli puzzava. Si divertiva alle mie battute: in particolare gli piaceva il mio aver soprannominato la celebre architetta comunista Gae Aulenti (la quintessenza stessa dei Salotti miei nemici) la Putenti. Quando costei mor c' stato un assedio mass-mediale senza precedenti, nemmeno fosse morta la Madonna di Loreto.

Leonardo Sciascia scriveva in un meraviglioso italiano che mi sono sforzato per tutta la vita d'imitare. In fondo, Petrarca, Monti, Manzoni, Leopardi e Carlo Collodi (Pinocchio  uno dei pi grandi libri mai scritti) a parte, sono i meridionali, a partire da de Roberto, a scrivere il miglior italiano; ma nel Novecento abbiamo il bolognese Bacchelli e il fiorentino Roberto Ridolfi, il biografo di Savonarola, Machiavelli e Guicciardini, che avrebbe a esser obbligatoriamente letto per la lezione stilistica offerta. Sciascia m'ha poi insegnato il gusto per le cronachette e per la ricerca dei particolari.  sommo romanziere (si pensi solo al Consiglio d'Egitto) e narratore ma alcune sue opere, come Nero su nero o Dalle parti degli infedeli, sono basate sulla minuzia dei dettagli che a me tanto piace. Quale sorveglianza stilistica ha Sciascia, propria e, da saggista, nel cogliere l'altrui stile; e quale manzoniano egli ! Vi  poi la sua immensa passione civile che l'ha portato a essere grande anche da comunista e che poi dal partito comunista lo fece uscire per diventare egli anticomunista feroce. La sua milizia parlamentare a pro del garantismo giuridico, la sua isolata posizione su Moro e il suo rapimento e assassinio, che adesso trova adepti e che  racchiusa nel pamphlet L'affaire Moro, ne fanno uno dei pi grandi italiani del dopoguerra. Ho avuto il privilegio di conoscerlo, anche lui grazie a Mimmo Porzio: ho adesso vergogna al pensiero che io blateravo e lui mi ascoltava in silenzio.

Salvatore Satta  un caso unico nella storia della letteratura. Grandissimo giurista e sommo processualista, in quanto tale autore ancor oggi fondamentale, nessuno sapeva che fosse un letterato. Dopo la morte, smontandosi il suo studio legale, venne scoperto tra i fascicoli d'un processo il dattiloscritto de Il giorno del giudizio. Pubblicato dalla Cedam, casa editrice universitaria di testi giuridici, pass affatto inosservato; ci volle la Adelphi, che miracolosamente riprese il romanzo, perch ci si accorgesse che ci si trovava di fronte a uno dei pi grandi narratori del secolo. Il giorno del giudizio  il canto dei morti ed  anche uno straordinario documento antropologico su Nuoro e la Sardegna (altro narratore sardo, non sommo quale Satta, ma ottimo, e giurista anch'egli,  Salvatore Mannuzzu, persona di rarissima signorilit e squisitezza. Procedura e Un morso di formica sono tra i migliori romanzi degli anni Ottanta; magistrato e parlamentare, egli manifesta il meglio del vecchio PCI); La veranda  il romanzo d'un sanatorio tubercolotico e, in quanto tale, disgrada di gran lunga La montagna dell'incanto di Thomas Mann; De profundis  una meditazione sulla storia all'altezza di Manzoni e uno dei pi terribili interrogativi sul fascismo che si siano posti. Per la sua disperazione e il suo pessimismo Satta  un po' il nostro ostakovic.

Infine dico della mia passione per le fiabe: tutte, persino le Fiabe italiane di Italo Calvino, uno scrittore minore che il mondo della mass-medialit considera grande. Quindi quelle di Perrault; di Giovanni Meli, le Favuli murali dedicate agli animali, dette dell'Esopo siculo; quelle dei fratelli Grimm, che sono tra le cose che amo di pi, anche perch su di esse, sulla loro lingua concreta, sapida, capace di meravigliose illuminazioni fantastiche, ho imparato il tedesco; quelle di Andersen; quelle russe di Afanasjev: col corollario della Morfologia della fiaba del Propp. Per al sommo colloco Lo cunto de li cunti di Giovambattista Basile, nella traduzione di Benedetto Croce (e non senza aver letto il rivelatore saggio Il gran Basile di Vittorio Imbriani) e in quella pi moderna di Ruggero Guarini. Nell'ottobre 2013 la casa editrice Salerno ne ha pubblicato un'edizione critica completa a cura e con traduzione di Caterina Stromboli: il testo originale  quello autentico, non quello adattato da Roberto De Simone per la sua edizione Einaudi. E, a fianco, uno dei capolavori della letteratura e dell'antropologia, Le Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, raccolti e illustrati da Giuseppe Pitr, che posseggo nell'edizione princeps palermitana in quattro volumi del 1875.

Forse dovrei dire qualcosa sui miei gusti nelle arti figurative. Purtroppo ho potuto poco coltivare le mie conoscenze in storia dell'arte sebbene abbia avuto una grande disposizione verso di essa: e forse sarei stato un miglior storico dell'arte che della musica. Dis aliter visum, mi ripeto. In questo campo l'essere italiani rifulge pi ancora che nella musica. Naturalmente, a Jove principium, tutto incomincia con Giotto e la sublime cappella degli Scrovegni  uno dei miei luoghi di culto, insegnatomi dal maestro Vitale che mi ci port ragazzo. Indi viene il Beato Angelico. Poi, il pittore dei pittori  Raffaello: v' chi sostiene che dopo di lui la storia della pittura sia stata una progressiva discesa. Elegante paradosso: ma certo le Stanze e la Scuola d'Atene sono qualcosa all'altezza del quale nessuno  mai arrivato; e non mettiamoci a fare il catalogo dalla Madonna della seggiola all'Estasi di Santa Cecilia alla Galatea... Ecco la lapide sulla sua tomba al Pantheon dettata da Pietro Bembo che mi mand Riccardo Muti: Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci rerum magna parens et moriente mori (Qui giace quel Raffaello da cui Madre Natura, fin quando era ancora vivo, temette di essere superata e quando mor temette di morire con lui). Nella Renaissance di Arthur de Gobineau, uno dei pi grandi scrittori francesi e uno dei pi cari amici di Wagner, c' una pagina sublime che narra il pianto disperato di Michelangelo alla morte di Raffaello e la sua dichiarazione d'essergli inferiore. Sulla casa natale di Raffaello a Urbino v' una lapide con un'iscrizione dettata dall'architetto Muzio Oddi che nel 1637 l'acquist. Nvmquam moriturvs / Exigvis hisce in aedibvs / Eximivs ille pictor / Raphael / Natvs est / (...) Venerare igitvr hospes / Nomen et genivm loci / Ne mirere. Ossia: Immortale, / in questa piccola casa / quel gran pittore Raffaello / nacque (...) Onora adunque, ospite / il nome e il genio / del luogo / n ti faccia meraviglia. E un sublime distico aggiunto (in piccolo, ch non c'era pi spazio)  ancora del Bembo: Lvdit in hvmanis divina potentia rebvs / Et saepe in parvis magna clavdere solet. Cos traduce Orazio Mula: Giuoca nelle umane sorti la divina possanza / e spesso suol racchiudere grandi cose nelle piccole.

Quando si fece, con vergognoso battage di stampa, la Cantata scenica scritta da Rossini per l'incoronazione di Carlo X, Il viaggio a Reims, io spiegai invano trattarsi di un cartone per il successivo capolavoro Il conte Ory, che non  un'opera comica ma una scettica commedia di costume. Con l'occasione voglio dire che il pi splendido cartone esistente al mondo si trova presso la Pinacoteca Ambrosiana di Milano:  quello, grande come l'affresco, della Scuola d'Atene.  quasi pi bello!

Il Bronzino, che adoro anche per il fatto di possedere un bozzetto ritraente Garcia dei Medici, non pu nemmeno lontanamente esser paragonato all'Urbinate: e tuttavia quale rifinitura! Al Louvre era collocato un suo capolavoro accanto alla Gioconda (non so se lo sia ancora: si tratta del Giovane con statuetta): nessuno lo guardava, ovviamente; io lo preferivo mille volte al quadro pi celebre della storia. Questo pittore ha creato dipinti indimenticabili, dal Gentiluomo all'Andrea Doria in figura di Nettuno a Eleonora di Toledo ed esprime tipicamente un eros omosessuale del Rinascimento fiorentino.

Ma il sommo di tutti i quadri, a detta di Canova, ch' sepolto in una tomba da sola bastevole a fare la pi meravigliosa scenografia del Flauto magico di Mozart, tomba nella basilica dei Frari ov'esso quadro  allogato,  l'Assunta di Tiziano. Si potrebbe obbiettare che il sommo di tutti i quadri sia invece l'Annunciata di Antonello da Messina a Palermo; mentre di certo uno dei sommi, per la geometria, i paesaggi sullo sfondo, la prospettiva, gli animali innanzi a noi, l'alto silenzio meditativo,  il San Gerolamo nello studio di Londra. Anche Wagner pensava come Canova: ci ha lasciato scritto qualcosa sulla tecnica pittorica all'epoca dell'autore ben pi avanzata di quel che la tecnica musicale non fosse; e disse che con se stesso la musica era giunta a possedere i mezzi tecnici conquistati dalla pittura con Tiziano e che l'Assunta siccome dipinta da Tiziano era la sua Isolda nell'estasi d'amore.

La classifica vale se si parla di singoli dipinti; e anche sotto questo profilo le si potrebbe contrapporre la Trasfigurazione, l'ultima fatica di Raffaello, sua almeno per la parte superiore; ch se si dovesse parlare d'amp affreschi, la cappella degli Scrovegni di Giotto e, ancor pi, La Scuola d'Atene e le Stanze di Raffaello occupano il primo posto. Certo per che, se si guarda Tiziano, nel momento che lo si guarda si pensa che il primo sia lui.

Un tema trattato deliziosamente  quello di Tobia con l'Angelo. Tanto nel dipinto di Andrea del Verrocchio quanto in quello del Pollaiolo (nella versione torinese, migliore di quella londinese), Tobia  ritratto come un adolescente fiorentino alla moda, viziato ed elegante: e lo  persino il cane. Invece il fiammingo Dirk Van Baburen lo fa con non meno delizioso realismo e mentre Tobia pare un adolescente scioccone tutto l'interesse  attirato dal bellissimo Angelo.

Poi (di Tintoretto parlo nel capitolo XXI) v' Guido Reni. Il Davide con la testa di Golia del Louvre potrebbe entrare nella gara intorno a quale sia il pi bel quadro del mondo; e cos l'Atalanta e Ippomene napoletano che da solo fonda l'arte neoclassica. E che dire della Nascita della Vergine al Quirinale? E dell'Aurora del Casino Rospigliosi? E di Nesso e Deianira del Louvre o del Sansone vittorioso di Bologna? Del Ritratto della madre e della Strage degli innocenti? Infine dell'Adorazione dei pastori napoletana? Voglio di lui citare la stoica e superba morte siccome riportata dal Malvasia: (...) replic, e credetemi ch'ogni d pi vi penso, conoscendo esser vissuto assai, anzi troppo, dando fastidio a tanti altri forzati a star bassi finch'io vivo.

Qui debbo aggiungere un dipinto che potrebbe entrare nella gara mondiale.  il ritratto di Luca Pacioli, il sommo matematico rinascimentale, attribuito a Jacopo de' Barbari e allogato nel napoletano museo di Capodimonte.

Ho gi detto che il Bernini mi sembra una personalit cos gigantesca da poter essere accostata a Wagner. Vengono adesso i fiamminghi Rembrandt, Van Dyck e Vermeer: e il classico Poussin che, diceva Buscaroli e io oso esser d'accordo, alcuni di noi possono preferire al realismo del Caravaggio.

Giovan Battista Tiepolo, peraltro inquietante dipintore dei Pulcinella di Ca'Rezzonico, riesce al sublime non solo nel Trionfo di Aureliano ma nel suo opus maximum, gli affreschi per la residenza del principe-vescovo a Wrzburg e il soffitto dello scalone, opera quasi incredibile a concepirsi e realizzata in tempo brevissimo se si pensa alle dimensioni e alla qualit della finitura. Questi lavori sono una summa della stessa arte pittorica e una celebrazione del genio italiano. Nell'estate del 1973 tornavo a Napoli da Salisburgo sulla mia scassatissima Cinquecento e feci una tappa apposta a Wrzburg: dormii in una pensioncina famigliare che faceva per un'ottima prima colazione e mi permisi la rapinosa contemplazione del palazzo di Balthasar Neumann e degli affreschi.

Passiamo all'Ottocento. Il pi grande  per me Thodore Gricault. Il suo Radeau de la Mduse (La zattera della Medusa)  una delle opere supreme della pittura. L'orrore  ricostruito col modello della grande statuaria classica. Il corpo maschile esercita su Gricault un fascino irresistibile; tutti quei palafrenieri sono per lui oggetto di desiderio. Ma come pittore di cavalli, tesi allo spasimo,  insuperabile; e fra i suoi animali vi sono anche splendidi cani e un bellissimo gatto. Onde alla stessa altezza della ormai notissima Zattera colloco il Diomede sbranato dai suoi cavalli.  un quadro anche sadico; e l'ispirazione sadica di Gricault fa di lui, cos classico, l'apparente adepto di un Romanticismo outr: onde, mi ripeto, tra le illustrazioni del Berlioz di Barraud misi una sua testa di ghigliottinato.

Adesso cito un pittore apparentemente minore del quale ho la fortuna di trovarmi in casa una piccola tavoletta che raffigura una Fte galante: per quali cammini si trovasse presso la mia famiglia un Adolphe Monticelli (1824-1886), pittore di Nizza che fu maestro di Czanne, non  dato sapere. Questa tavoletta  la cosa pi preziosa che possegga, insieme con quattro Nature morte di Filippo Palizzi dedicate alla cucina povera napoletana, tanto che la espongo senza cornice: lo stile anticipa miracolosamente Gustave Moreau, ch' naturalmente uno dei miei numi pittorici; riuscii con i Camerati ad andare alla grande esposizione di Zurigo della primavera 1986 (Moreau Symboliste), tutti noi armati di  rebours di Joris Karl Huysmans (Parigi, 1848-1907). Un mio oggetto di culto, diventato tale per caso, giacch si trovava sulla copertina di un disco di musiche di Skrjabin,  Michail Alexandrovic Vrubel (1856-1910): il suo Demone  uno dei dipinti sublimi della pittura. Di Franz von Stuck, l'autore della deliziosa Dissonanza, v' un quadro che assomiglia molto per ductus al Demone:  Perseo che impietrisce Fineo colla testa di Medusa, non influenzato dalla tela dello stesso titolo, splendida, di Luca Giordano al Palazzo Reale di Genova. Chiarista invece che scurista ma con un pari gusto del modellato maschile  il bel Giacobbe lottante coll'Angelo (1865) del pittore accademico Alexander Louis Leloir conservato a Clermont-Ferrand. La mia ignoranza dell'arte del Novecento  assoluta: donde la mia passione per Sironi e Soffici, per Depero e Boccioni, per la scultura di Arno Brekker e Francesco Messina, nulla depone. Ma ricorder che nel 1979 Gregorio Sciltian, per solidariet verso di me per la vicenda della raccolta di firme della Cultura e l'impedimento a entrare al Corriere, m'invi con lunga dedica autografa un esemplare del Trattato sulla pittura e forse non ero maturo per comprendere la grandezza di questo artista.

Tra le cose da me possedute c' uno schizzo a carboncino, splendido, autoritratto del sommo Antonio Mancini (in basso al centro, autografo: ricordo dantonio mancini); e mi  caro ricordarlo anche perch il grandioso olio autoritratto di Mancini, degno di Rembrandt e nel suo stile,  a casa di Sergio Prozzillo in quanto posseduto dal suocero, il professor Giordano, pap della meravigliosa Paola, consorte del Geometra.

Un grande amico fu per me Giuseppe Novello (1897-1988). Questo straordinario pittore  anche un caricaturista del quale, per esser egli domestico di argomenti (indimenticabile la sua serie raccolta nel volume Il signore di buona famiglia), non deve dimenticarsi possedere un segno paragonabile a quello di Grosz. Egli fu eroico alpino nella Prima e nella Seconda guerra mondiale: in questa partecip alla spedizione di Russia e alla ritirata. Rientrato in Italia riprese a combattere e fu prigioniero dei tedeschi ma non volle aderire alla Repubblica sociale. Possedeva uno straordinario umorismo, a volte metafisico, come potetti sperimentare ascoltandolo parlare della Campagna del Don. Mi ha regalato un suo disegno di una sala da concerto, vista dal palcoscenico verso l'uscita, percorsa da facce bolse, irritate, sconcertate; un usciere chiude frettolosamente la tenda d'ingresso: il titolo  I bloccati e il sottotitolo Il violinista concede un altro pezzo fuori programma.
...
.
...
CAPITOLO 20.
...
.
...
Antonio Petito. Eduardo Scarpetta e Qui rido io. Isaotta Guttadauro di d'Annunzio e Risaotto al pomidauro di Scarpetta: una cause clbre. Raffaele Viviani e La festa di Montevergine. Salvatore di Giacomo. Ulisse Prota-Giurleo. Beckmesser e Don Anselmo Tartaglia.
.
Gli ultimi Mammasantissima non musicali sono quelli del teatro napoletano. Antonio Petito fu il pi grande Pulcinella della storia: come ha ricordato un grande amico e grande scrittore da poco scomparso, ma per fortuna di subito, Ruggero Guarini, il pi grande dal dopoguerra a oggi  stato Ugo D'Alessio. Petito si tolse la maschera per diventare il popolano Pascariello. Analfabeta, e poi semianalfabeta,  tuttavia anche un grande autore; e alcune sue commedie sono irresistibili versioni dall'italiano o dal francese, come Le smanie per la villeggiatura di Goldoni. 'O quatte 'e maggio, Madama quatte sordi, Scarpe grosse e cervello fino, sono fra i suoi capolavori. 'O quatte 'e maggio vuol dire Il 4 di maggio, data nella quale a Napoli scadevano le locazioni, onde il termine  sinonimo di trasloco. Mor in scena il 24 marzo 1876; gli avevano sempre negato la qualit di attore tragico: le sue ultime parole, morendo, furono: E mmo' vedite si nun saccio fa' 'o traggico pur'io! (E adesso vedete se non so fare anch'io il genere tragico!).

Eduardo Scarpetta  stato attore e autore universale. Va ricordato anche per essere il padre di Vincenzo Scarpetta, altro grande autore ('O tuono 'e marzo), e dei tre fratelli De Filippo, Eduardo, Titina e Peppino; Eduardo e Titina ne riproducono le fattezze. Si costru una bellissima villa al Vomero sul frontone della quale  scritto: Qui rido io. La villa si chiama 'A Santarella perch con essa Scarpetta volle celebrare una delle sue commedie di maggior successo: e ancor oggi il rione vomerese, addossato a Villa Lucia, si chiama La Santarella; con una fermata della funicolare di Chiaja. Fra i suoi tanti capolavori due che sono stati portati nel cinema da Tot, Miseria e nobilt e Un turco napoletano, che l'anno scorso venne benissimo interpretato da Giacomo Rizzo. Scarpetta ebbe anche un processo intentatogli da Gabriele d'Annunzio il quale, una volta tanto scioccamente, s'irrit per la parodia fatta da Eduardo della sua Figlia di Iorio divenuta Il figlio di Iorio; ma gi Scarfoglio aveva scritto un Risaotto al pomidauro per sfottere Isaotta Guttadauro. Di Giacomo Rizzo, del quale sono pure diventato amico, debbo dire che a cavallo delle feste natalizie ha fatto uno spettacolo di sketches dell'avanspettacolo anni Cinquanta: quando sono andato a vederlo non osavo sperare facesse L'anticamera del dentista e invece l'ha fatta; si tratta di qualcosa di cos sconcio e sozzo che solo un grande attore pu rappresentarlo senza fare schifo e infatti prima di lui l'avevo visto da ragazzo interpretato da Trottolino.

Barra e Rizzo sono da sempre miei amori. Solo di recente ho conosciuto un altro eccezionale talento comico, Biagio Izzo. Questi, tra l'altro bel ragazzo,  noto a livello nazionale, ha partecipato a films e va in televisione:  un imitatore squisito ma la cosa che lo rende diverso rispetto ai due sommi predecessori  che, essendo assai pi giovane di loro (in effetti  cinquantenne), ha potuto inserire fra le sue corde l'imitazione del sottoproletario attuale, l'abitante dei quartieri-ghetto, quello che io chiamo il sociale, col suo gergo e le sue fissazioni e la sua cos diversa fisicit. L'abitante della 167 ha trovato il suo cantore, ch' ben altra cosa dal modestissimo Roberto Saviano.

Ancora un attore napoletano di grandissimo valore: si tratta di Carlo Buccirosso. Nel marzo di quest'anno  diventato famoso in tutto il mondo per aver egli fatto un'indimenticabile macchietta nel film La grande bellezza di Paolo Sorrentino che ha vinto l'Oscar; ma io lo conosco da anni perch vado a teatro a vedere i suoi spettacoli e a teatro  anche superiore che al cinema.

Ho gi affermato di non amare particolarmente Eduardo De Filippo, il quale secondo mio padre  stato grandissimo quando con i fratelli recitava, prima della guerra, nel teatro napoletano Kursaal: la compagnia si chiamava I De Filippo e debutt nel 1931 con Natale in casa Cupiello, versione in due atti. (Si vocifera a Napoli che questo capolavoro sia in realt di Titina.) Ben vero Eduardo  grandissimo quale interprete di Scarpetta. Anche la lingua di Eduardo non  vero napoletano ma un sincretismo toscaneggiante che lo ha reso comprensibile dappertutto. Secondo me il vero grande napoletano  Raffaele Viviani, nato nel 1888 e morto nel 1950. La sua  lingua or aspra e dura ora coloratissima. Egli, che fu sommo attore,  sommo autore e persino musicista, nel senso che canticchiava i suoi motivi i quali venivano trascritti da chi la musica sapeva scrivere. Fattezze negroidi; camuso il naso, dure le fibre: ma in scena si trasfigurava arrivando a tale bellezza che Vincenzo Gemito volle ritrarlo. Il suo teatro  a tratti realistico fino al punto da essere espressionista. I titoli sono numerosissimi: si va dal primo, Il vicolo, a Caff di notte e giorno a Eden teatro a La festa di Piedigrotta a La musica dei ciechi a Morte di Carnevale (che ricordo aver visto ragazzo in un'intensissima interpretazione di Nino Taranto con Luisa Conte).

Or nell'ottobre 2013  avvenuto questo: a gennaio 2014 dovevano cadere vent'anni dalla morte di Luisa Conte. Questa grande attrice aveva, col marito Nino Veglia, rilevato il Teatro Sannazaro, un tempo s glorioso che vi aveva recitato anche Eleonora Duse e ridottosi a cinematografo equivoco nei palchi del quale, ricordo mio degli anni Sessanta, avveniva uno e novanta, che vuol dire tutto il possibile, col primo e l'ultimo dei numeri della Smorfia; e l'aveva riportato alla prosa. Luisa Conte era la nonna di Lara Sansone che il teatro continua a gestire; e per l'anniversario ha fatto una cosa straordinaria: ha allestito uno dei capolavori di Viviani, La festa di Montevergine. Nell'abbazia, dal 1149 benedettina, si venera una Madonna miracolosa; la vetta sulla quale si trova era nell'antichit sede di un tempio di Cibele ed  leggenda che vi si ritirasse Virgilio a studiarvi i Libri Sibillini. Era tradizione, oggi alquanto illanguiditasi, che a maggio e settembre vi si facessero pellegrinaggi: pellegrini giungevano a piedi anche dall'Abruzzo, dalla Calabria, dalla Basilicata. La commedia di Viviani ha un primo atto corale dedicato s alla presentazione dei personaggi ma celebrante soprattutto la devozione popolare con canti e processioni. Secondo e terzo atto si dedicano a un intreccio di corna di carattere pi borghese. I personaggi protagonisti dell'intreccio di corna appartengono alla plebe napoletana ricca. Lara Sansone, ch' bravissima attrice come sua sorella Ingrid, de La festa di Montevergine ha fatto la regia. La Commedia mi pare nel teatro di prosa ci che il Palestrina di Pfitzner  nel teatro musicale quanto a irrappresentabilit per numero di personaggi: ne ha ben trentotto oltre ai coristi. Ebbene, nelle rappresentazioni ottobrine ho visto trentotto padreterni, nel senso che non ve n'era uno solo che non fosse bravissimo; e cantavano la gran parte benissimo e intonatissimi e ballavano. Nel secondo atto al canto  fatto gran luogo perch vi si riproduce una consuetudine di allora, le cosiddette sfide a ffigliuola nelle quali cantanti si sfidavano contrapponendosi con musica e parole. Questa Festa di Montevergine  stata un vero miracolo e una delle esperienze teatrali pi straordinarie della mia vita.

Potrei dire una parola su Salvatore Di Giacomo l ove discorro del Conservatorio, del quale fu vice-bibliotecario per poco tempo mentre lo fu a quella sezione della Nazionale chiamata Lucchesi-Palli e dedicata al teatro che anch'io da ragazzo frequentavo. Questo grande poeta e drammaturgo (a lui si debbono gli esord teatrali di Umberto Giordano con Mala vita; seguir Mese mariano), lirico umbratile ma meraviglioso, uno di quelli che meglio riescono a dipingere Napoli sia quanto al popolo che quanto alla piccola borghesia,  stato anche un grande erudito: fondamentali ricerche sui quattro Conservator napoletani si debbono a lui.

Discepolo di Salvatore Di Giacomo fu Ulisse Prota-Giurleo, una figura fondamentale per la storia della Napoli secentesca e settecentesca. Era un maestro elementare che dava lezione a casa nel rione di Ponticelli e viveva fra le strettezze. Ma era un ricercatore d'archivio di quelli specialissimi, per il quale gli archiv napoletani non avevan segreto veruno; e poich i bombardamenti dei Liberatori hanno distrutto tutti i documenti da lui consultati prima della guerra, conoscenze fondamentali si debbono ormai solo a lui. Nacque nel 1886 e mor nel 1966; la musicologia mondiale gli si rivolgeva per ogni ricerca e lui non lasciava scontento nessuno. Pubblic varie opere, compresa una sui Pittori napoletani del Seicento (1953); quella maggiore apparve solo parzialmente nel 1962 mentre  stata pubblicata in tre volumi nel 2002 dalle edizioni napoletane Il Quartiere: si tratta de I teatri di Napoli nel secolo XVII.

Adesso parler delle somiglianze esistenti fra il teatro comico napoletano e Richard Wagner. Wagner era sassone: il dialetto sassone, a quel che si dice il pi volgare fra quelli tedeschi, si potrebbe accostare al barese; il monacense, come ho gi detto,  il napoletano della Germania. Sappiamo che il Sommo adorava le barzellette nel suo dialetto e probabilmente aveva in giovent assistito alle farse popolari della sua terra. A tal proposito ricordo che Bach era un grande autore comico e dobbiamo rimpiangere che non gli sia stata data l'occasione di accostarsi al teatro: ma un suo capolavoro comico, oltre la celebre Cantata del caff,  una Cantata del 1742 in dialetto sassone che mette in scena due cafoni, Mer hahn en neue Oberkeet.

I capolavori comici di Wagner sono i personaggi del nano Mime nel Siegfried e, ancor pi, del pedante Beckmesser dei Meistersinger von Nrnberg, i Maestri cantori di Norimberga. Costui ha l'incarico di fare il censore quando ci si presenta per entrare nella corporazione di coloro che compongono canzoni su proprio testo poetico; ossia, da censore, il compito di marcare, nascosto dietro una tenda, gli errori dei candidati. Ora l'argomento dell'opera  che Pogner, un ricco Maestro, mette in palio la mano della splendida Eva, sua unica figlia: solo un Maestro che lo vinca potr sposarla. Ma ella  innamorata di Walter von Stolzing, un cavaliere d'impoverita stirpe, poeta e musico a sua volta. Nel terzo atto egli, che nel primo era stato bocciato nel tentativo di diventare Maestro con una canzone che Sachs aveva apprezzata pur essendo affatto contro le regole, va da Hans Sachs, un ciabattino ch' il miglior maestro di Norimberga, e gli canta la canzone colla quale parteciper alla tenzone. Beckmesser s'introduce in casa di Sachs e ne ruba il manoscritto (v' un brano strumentale detto La pantomima di Beckmesser, contesto di dissonanze e idiotismi che il maestro Vitale sosteneva esser la fonte della musica d'Avanguardia); poi Hans glielo regala credendo Beckmesser scaturire questo da lui. Cos il pedante (e vecchio)  convinto che Eva sia per esser sua. Si presenta al concorso: ma non ha capito la canzone, che gli  ontologicamente estranea: e si produce in una serie di comicissimi svarioni su di una musica di metafisica bruttezza. Copio in parte il testo poetico: Morgen ich leuchte in rosigem Schein, / von Blut und Duft / geht schnell die Luft; / wohl bald gewonnen, / wie zerronnen; / im Garten luci ich ein / garstig und fein. Che il nostro vecchio Zanardini volge in ritmo italiano: L'alba mi tinge di roseo chiaror, / Di sangue e fior / Ai mali odor, / Tra volutt / Giammai suonate, / In un giardin m'invito a pencolar!. E poi: Noto or vi sia / Qual m'avvenia / Ridevol cosa! / Mi stava a fianco / Un asinel! / Non vidi in ciel / Mai il pi bel! / Come una sposa / Il laccio cingermi, / I pi pestando / Ed abbaiando / Ad ora, ad ora al dolce frutto d'or, / Che frigge i miei sospir sin dall'albor!. Quando Walter canter la vera canzone la musica sar celestiale: Morgenlich leuchtend in rosigen Schein, / von Blt und Duft / geschwellt die Luft, / voll aller Wonnen, / nie ersonnen, / ein Garten luci mich ein. Dell'alba tinto nel roseo chiaror, / Ripien, dei fior, / Ai molli odor, / Di volutt / Giammai sognate, / M'invita un bel giardin! / All'ombra l di un albero / Dei fiori infra il sorriso / Soavemente estatico / Io veggo etereo viso, / Non han la terra, o il ciel / D'Eva nel paradiso, / Angiol pi bel!.

Una delle pi belle commedie di Eduardo Scarpetta  'O scarfalietto (Lo scaldino da letto). Al terzo atto assistiamo a un processo in tribunale e forse l'arringa dell'avvocato  il pezzo forte di tutta la commedia. Egli si chiama Don Anselmo Tartaglia e suoi famosi interpreti furono Scarpetta medesimo, Gennaro Della Rossa, Giuseppe Pica, il padre dell'immensa Tina, e Agostino Fiorilli. Oggi pure ve ne sono stati di bravissimi. Don Anselmo ha difficolt a parlare e fa svarioni come quelli di Beckmesser. Signor Presidente, e signori Ciucci... signori Giudici, qui non si tra... ta... tta... tra... tra.... FELICE - Buh! (Ha sparato nu tracco!) Qui non si tra... tta di fare la caucia... la causa per un omicidio primmerattato... premeditato e di un fu... o di un fu... fu... fu... O di un furto con assoi... assoi... assoi... Ass... assassinio ma soreta se ratta... ma solo si tratta... etc.

Nella splendida incisione del capolavoro realizzata a Dresda nel 1970 sotto la direzione di Herbert von Karajan, Beckmesser  il grande Geraint Evans, che sarebbe stato ancora pi grande se non avesse avuto difficolt nella tessitura acuta. Hans Sachs  il grandissimo Theo Adam: os affrontare il ruolo il mediocre Dietrich Fischer-Dieskau (peccato, perch Jochum dirige, al solito, meravigliosamente) al quale Karajan ebbe la debolezza di far interpretare Wotan. La cosa migliore fatta da questo sopravvalutato cantante  il ruolo di Mandryka nell'Arabella di Strauss. Bellissimi sono anche i Meistersinger diretti da Joseph Keilberth: recita monacense del 23 novembre 1963 con Otto Wiener quale Sachs e Benno Kusche Beckmesser. Il mio baritono tedesco preferito , a parte Wchter, Hermann Prey, l'amico dell'angelo Fritz Wunderlich, sommo Orfeo di Monteverdi-Orff, Papageno, Conte, Figaro anche nel Barbiere, Beckmesser, Wozzeck, Olivier in Capriccio di Strauss, e sommo interprete dei Lieder di Schubert. Wunderlich mor a soli trentasei anni nel 1966: era bachiano (Passioni), mozartiano, rossiniano (memorabile Almaviva), straussiano: soprattutto Capriccio; e schubertiano. Un meraviglioso documentario su di lui lo ritrae con Prey mentre nel Barbiere (quello di Rossini, dico, non quello di Bagdad di Peter Cornelius) recitano da Dei. Della Winterreise (Il viaggio d'inverno) di Schubert, sono ambedue interpreti eletti: io credo che ancor pi meravigliosa essa sia per tenore. Fritz canta meravigliosamente una delle pi belle Arie di Hndel, Verdi prati dell'Alcina (Londra, 1735); scritta per contralto, era un cavallo di battaglia di Marylin Horne ma nessuno poteva gareggiare con Fritz. Debbo dire che per in questa sublimit Hndel  disgradato da Leonardo Leo; lo stesso genere di Aria e con tematica affine  ancor pi bello nella Diana amante (Napoli, 1717): il titolo  Donna illustre. Verdi prati fu la massima gloria del castrato Giovanni Carestini, il quale inizialmente non voleva cantare l'Aria perch secondo lui troppo semplice nella nudit della sua melodia.

Scarpetta  venuto dopo Wagner; ma non lo conosceva. Il fatto  che ambedue attingono a un teatro popolare improvvisato e ambedue di teatro popolare sono fulgidi esempi; che il giudizio abbia a esser del popolo  addirittura dei Meistersinger l'ideologia.
...
.
...
CAPITOLO 21.
...
.
...
Il ventriloquo di Dio. Cline. Carlo Emilio Gadda. Josquin Desprs, Jodocus Pratensis. Heinrich Schtz, Heinricus Sagittarius. Hanno assassinato un Orfeo. Le Lamentationes di Alessandro Scarlatti. Dixit Dominus Domino meo. Georg Friedrich Hndel (e John Dryden): l'Alexander's Feast. Il Salve Regina di Haydn. Antonio Lotti: le Vesperae. Antonio Caldara: Maddalena ai piedi di Cristo e Pompe inutili. Pietro Ottoboni. Il Re del dolore. La Passione. Caldara musices instaurator magnus. Ursula Kirkendale. Leonardo Leo musices alter instaurator magnus. La precocit e l'impronta del genio: Beethoven a vent'anni. Leonardo Vinci. Cantantibus organis Caecilia. Richard Wagner. Lo scandalo della Scala nel 2014. L'altro scandalo, quello della Civica Scuola di Musica di Milano. La Terra Desolata di Thomas Stearns Eliot. Franz Joseph Haydn. Antal Dorati. La rivolta degli schiavi. Wagner Il classico.
.
Nel 1983 usc il mio libro fin qui pi bello, giacch sono convinto che il presente mostri un nuovo e migliore Paolo Isotta; a Napoli chi prova siffatte illusioni si dice che se fruscia: poi i lettori mi ricondurranno alla realt. Si tratta de Il ventriloquo di Dio: da un aforisma di Nietzsche che parla di Wagner come aspirante Bauchredner Gottes, appunto Ventriloquo di Dio.  dedicato al tema Musica nell'opera di Thomas Mann. Non si tratta di un elenco dei brani dedicati alla musica da questo scrittore nei suoi romanzi prima ancora che nei suoi saggi: questo catalogo basta qualunque signorina assistente universitaria a farlo. Io mi ero accorto che in realt esiste una specie di nodo, quello che Gadda a proposito del commissario Ingravallo chiama gliuommero, stringente tre cose che nell'inconscio di Mann finiscono coll'essere una e dalle quali egli  al tempo stesso attratto e respinto: la musica di Wagner, il fascismo e nazionalsocialismo, il secondo assai pi del primo, e l'omosessualit. Questo gliuommero diviene sistema simbolico e dall'inconscio trapassa nella falsa coscienza di Mann: grandissimo scrittore ma assai artificioso nel costruire un'immagine di s di carattere etico alla quale tiene pi che a ogni altra cosa; onde anche il suo passare da forsennate posizioni di estrema destra (le Betrachtungen eines Unpolitischen, le Meditazioni di un impolitico) a quelle para-liberali del Zivilisationsliterat, del letterato della civilizzazione, contrapposta come fattore di progresso all'oscurantista cultura, gi nella Montagna dell'incanto.

In Mann io oso considerare caduca la superfetazione ideologica aduggiante la narrazione. Per esempio, uno dei romanzi che pi sono stati oggetti del mio esame  il Doktor Faustus, essendo di argomento musicale stretto. E toccante da una ben comoda prospettiva la tragedia di una guerra di sterminio. Ma non so quanto ci gli giovi: grandiose e indimenticabili sono le parti liberamente narrative e atrocemente realistiche, come quelle relative al circolo delle drogate e alle conseguenti vicende di cronaca nera narrate con un talento unico e morboso. Grandioso  il voluto travisamento della tecnica compositiva seriale vista siccome arte demoniaca avente uno stretto rapporto col nazionalsocialismo che l'aveva bollata dell'accusa di essere Entartete Kunst (arte degenerata). Schnberg viveva in un esilio ben diverso da quello di Mann, un esilio insidiato dalla miseria;  vergognoso il trattamento riserbatogli dalle universit americane, e doveva subire quasi beffa l'uso fatto da Mann della sua dottrina teorica, egli esule non tanto perch antinazista ma perch, tedesco sin nelle midolla, dal nazionalsocialismo in quanto ebreo, egli che l'ebraicit avrebbe voluto rinnegare (e recuper per reazione), costretto dall'insipienza del Regime a, come dire, ridiventare ebreo.

Il pi grande romanziere del Novecento non  per Mann n Proust ma Cline; e dopo io metterei Hermann Broch dei Sonnambuli, degli Incolpevoli e soprattutto de La morte di Virgilio e il Gadda de La cognizione del dolore e del Pasticciaccio.

Di Cline potrebbe dirsi ch' colui che ha rifondato ex novo la lingua narrativa: con quel misto di argot e francese letterario, con quei periodi interminabili, con quei puntini di sospensione, con quella ossessione e follia combinate a sovrana lucidit che sono la materia della sua narrazione. Al Voyage au bout de la nuit, che lo rivel, io preferisco ancora Mort  credit, che gli segue. E qui possiamo vedere qualcosa che a me interessa ancor pi delle rivoluzioni stilistiche. Cline  uno degli scrittori animati da pi profonda pietas verso chi soffre, verso gli animali, verso i derelitti. Il ritratto del bimbo destinato a morire che lui cura non pu leggersi senza lagrime. Questo coincide perfettamente con la sua vita. Posseggo un documentario in due compact disc, il primo con interviste da lui rilasciate, e lo vediamo quasi smarrito di fronte alla macchina da ripresa, il secondo con testimonianze su di lui. Il personaggio che si vuole maledetto e sulfureo era un uomo animato da una profondissima bont, un medico che curava gratuitamente gli sventurati. Gi la sua tesi di laurea, pubblicata in Italia dalla Adelphi con un meraviglioso saggio di Guido Ceronetti,  dedicata a Ignaz Semmelweiss, il medico che scoprendo le disinfezioni al cloruro di calcio salv la vita delle puerpere di Budapest e poi del mondo altrimenti affidate alla sepsi d'una medicina che ignorava l'igiene. Amo poi moltissimo la Trilogia di Guerra ov' raccontata la sua riunione con il governo-fantoccio di Sigmaringen e la sua fuga attraverso l'Europa in fiamme, e anche l l'immagine che pi resta alla mente, oltre quella del gatto Bbert,  l'immagine di una suora di carit che sotto i bombardamenti medica le piaghe dei lebbrosi.

A Ceronetti debbo moltissimo. Se ho incominciato sin da ragazzo a innamorarmi della natura e dei suoi temi e degli animali lo debbo a lui; e una vera metamorfosi avvenne in me grazie alla lettura della sua Difesa della luna e altri scritti di miseria terrestre, uscita dopo lo sbarco sul nostro satellite. Ceronetti  anche un narratore.

Il primo romanzo di Gadda  un torso ed  incompiuto; io che non riesco a comprendere gli argomenti letteraturatologici dei var Gianfranco Contini & C. non riesco a godere della trasposizione dell'Italia fascista in una sorta di Sudamerica (peraltro l'antifascismo di Gadda mette capo al codardo oltraggio dell'accusa di che egli piagnucolava: giacch glielo attribuirono per negargli un premio e avevano proprio ragione). Ma l'intensit di dolore di molte pagine fa di queste un capolavoro assoluto. Quanto al Pasticciaccio v' in esso il mondo, intero. Ma mi esimo dallo scrivere su Gadda una sola riga giacch il pi bel libro apparso nel 2013 , per la Adelphi, la raccolta delle lettere del Sommo a Pietro Citati, Un gomitolo di concause. Il saggio di Citati che in poche parole rivela Gadda basterebbe a fare l'immortalit d'uno scrittore; come anche il suo commento. Senza Citati di Gadda non avremmo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e Citati fece a Gadda per tutta la seconda parte della sua vita da fratello maggiore.

Il libro su Mann mi occup per circa un anno per gli stud preparator: beninteso, conoscevo gi abbastanza bene la materia; non si trattava di un lavoro affrontato ex novo e per le ricerche preliminari mi aiut moltissimo Davide Tortorella. Lo scrissi a Capri durante un settembre: l'anno precedente la pubblicazione. Quando ho preparato la materia la stesura mi  rapidissima: per questa Virt dell'elefante che, ripeto, non  stata ideata perch ho avuto la gioia di constatare che la mia memoria conteneva tutto, ho impiegato undici mesi nei quali ho continuato a scrivere una massa di articoli per il Corriere e a vivere bene.  stata scritta durante i festival di Martina Franca e Bayreuth, poi una breve vacanza a Sabaudia, gioiello dell'architettura razionalista fascista, poi la trasferta a Salisburgo per il Nabucco dell'Opera di Roma; infine a Napoli. Per il Ventriloquo a Capri alle due del pomeriggio staccavo, come suol dirsi: avevo la forza di volont di lasciare lo stabilimento La canzone del mare e risalirmene a piedi sotto la calandrella della controra fino a quella che allora era una deliziosa pensione famigliare, Villa Sara. E nel giardino di aranci e limoni mi mettevo a scrivere a mano. Tanta forza me la don anche Raffaella Monetti, una ragazza napoletana che  stata uno dei pi grandi amori della mia vita e ancora lo ; lei, che divent una conoscitrice di musica per amor mio, corresse persino le bozze con me! Adesso Raffaella ha un bellissimo ragazzo di ventiquattr'anni che si chiama Leonardo e studia al DAMS, non a quello orribile di Bologna, a quello di Roma: ma non vuol fare il musicista e per fortuna non vuol fare il musicologo (Madonna, di quanti spostati  stata madre la facolt bolognese! Quelli ai quali  andata bene, hanno un posticino nella scuola media: ma mi ricordo una cameriera di nome Enza che aveva un figlio di quarantott'anni, laureato al DAMS, disoccupato: Prufesso', ma Vuje nun putite fa niente p' 'o guaglione?. Enza, 'a sora, che vvulite ca facc'? (Professore, ma Voi non potete fare niente per il ragazzo?. Enza, sorella cara, che volete che faccio?): egli vuole fare l'attore. La mamma ha una posizione economica per la quale Leonardo, se ne avr voglia, potr continuare a fare il figlio di famiglia, tra Napoli e Roma, fino a cent'anni e oltre.

Visto che siamo in tema di libri miei mi sia consentito dire di un libro che non c'. Premetto che dopo I diamanti della corona apparve, nel 1979, I sentieri della musica, accolto con grande successo essendo il meno meritevole di ci, anzi affatto immeritevole.  una raccolta di articoli e saggi. Adesso amici molto benevoli mi chiedono di fare una raccolta di articoli del Corriere. Pensano, evidentemente, non solo alle recensioni ma a tutti quelli di cultura che scrivo. Questo libro non vedr la luce giacch col tempo, fatto pi saggio, sono divenuto contrario ai conjectanea: almeno ai miei.

Nei Diamanti descrivo il Mos in Egitto che si conclude con una pagina sinfonica che descrive le onde serrantesi sopra gli egiziani e poi la calma delle acque: e quest'ultima, lenta,  conclusione sublime. A Parigi Rossini conserv la stessa meravigliosa tematica e solo rifin il piccolo Poema sinfonico rendendolo perfetto. Mi sono accorto di uno straordinario precedente storico che Rossini non poteva conoscere ma vale di per s: la terza Didone abbandonata di Niccol Jommelli, scritta per Stoccarda nel 1763, si chiude con l'incendio della reggia cartaginese placato dalle acque e un'arcana calma che fa terminare lentamente e pianissimo quest'altro minuscolo Poema sinfonico, e credo che tale piccolo miracolo del Cigno di Aversa non sia menzionato nelle compilazioni occupantesi della musica a programma settecentesca.

Non ho bisogno di ripetere a quale altezza io collochi Metastasio. E tuttavia questo suo primo Dramma per musica, al quale incorse un'incredibile fortuna atteso il numero di compositori che lo musicarono, dotato arditamente per l'epoca di scioglimento tragico, e degno davvero di rivelare al mondo un cos grande poeta, ha un difetto. Metastasio fa fare a Enea a Cartagine troppi avanti e indietro; gli presta un animo pi debole e sollecito alle lusinghe d'amore e a una mal riposta piet verso Didone che non sia il pius Aeneas di Virgilio, il quale certo soffre tanto di pi quanto meno parla.

L'anno dopo Il ventriloquo di Dio usc Le ali di Wieland, una raccolta di saggi, non un conjectaneum, scritti quasi tutti espressamente. Ne fanno parte anche dei Parerga e paralipomeni al ventriloquo di Dio: dedicati come sono a Gabriele d'Annunzio e i suoi rapporti con Wagner. Questo saggio va da me interamente riscritto, e non solo perch, come ho gi detto, osavo scherzare sull'Ode a Skrjabin che si trova nel Notturno, ma perch non mi esprimevo diffusamente sui famosi tre articoli apparsi sulla napoletana Tribuna nei quali il Poeta per la prima volta oppugna Federico Nietzsche per i suoi vergognosi attacchi contro Wagner e rivendica l'etica della compassione che si afferma nel Parsifal. Ma quest'occasione mi  grata anche per affermare che l'ode scritta in morte di Giuseppe Verdi, quella che contiene il celeberrimo Pianse ed am per tutti,  una delle cose sublimi di tutta la poesia, non solo italiana. Il maestro Siciliani aveva poi fatto eseguire pi volte Le martyre de Saint Sbastien, l'Oratorio musicato da Debussy, nel quale d'Annunzio crea una lingua poetica francese che solo i pi grandi simbolisti raggiungono alla medesima altezza.

De Le ali di Wieland fa parte anche un saggio intitolato I Farisei della musica: il tema  quello delle esecuzioni della cosiddetta musica antica giusta filologia e con strumenti originali (che vorrebbe dire autentici). Hanno reso inascoltabile il Barocco e il Settecento, e considerano barocco anche Beethoven, anche Brahms. Uno dei peggiori esponenti di questa categoria  un viennese, Nikolaus Harnoncourt: ricordo la faccia di schifo del maestro Siciliani di fronte a una sua incisione dell'Alexander's Feast di Hndel; dopo pochi minuti che l'ascoltavamo disse: Basta, basta! Toglilo!. Il grande musicologo Hans Ferdinand Redlich chiam questo movimento Musealer Klangmaterialismus, ossia materialismo museale del suono. Per il miglior saggio del libro  quello dedicato a La forma della Missa solemnis di Beethoven. Una parte del Novecento (intendo parte in senso cronologico e cultural-politico)  stata aduggiata da un saggio capzioso del grande Adorno intitolato Straniamento di un capolavoro e volto a dimostrare l'insincerit radicale della Missa solemnis (essendo, giusta l'ottica partigiana del filosofo, Beethoven un panteista se non un incredulo; come se per scrivere un capolavoro sacro occorresse esser credenti: questa  un'estetica un po' rozza, credo; a prescinder dal fatto che Beethoven credente era; e viene adoperata quest'estetica, anche quasi sempre che ci si occupi della Messa di Requiem di Verdi: ci s'interroga sul grado di religiosit dell'autore invece di accettare in fatto che l'opera  una straordinaria rappresentazione del testo liturgico e delle sue immagini) alla stregua d'un'analisi formale errata in radice, rinunciar peraltro Beethoven all'abituale ricchezza del suo Figuralismo. Facile impresa, ma non tentata da noi, ricostruire la retta forma e scovare l'infinita ricchezza figuralista del capolavoro; il quale appare enigmatico a chi enigmatico vuole vederlo: a me, che avevo avuto a guida Jochum e Karajan appariva enigmatica solo la sua bellezza, come ogni bellezza; se non fosse che, Dio essendo pulcrifico, la bellezza  lo splendore dell'ordine, secondo insegna San Tommaso. La Messa in Do maggiore  un capolavoro, le Messe di Haydn sono capolavori sommi; ma la Missa solemnis, che cosa facile a dirsi e a ripetersi,  la pi grande Messa mai composta.

I supremi capolavori della polifonia sono la Messa Hercules dux Ferrariae, quella L'homme arm super voces musicales, l'altra dell'Homme arm, la Pange lingua, e i Mottetti, di Josquin, i Responsoria di Carlo Gesualdo e i Mottetti di Bach (cosa esiste al mondo di pi bello di Jesu meine Freude?) che Wagner non solo conosceva, aveva eseguito a Dresda; e gli altri dei quali dico pi avanti. (Se per questo, aveva diretto anche lo Stabat Mater di Palestrina).

Josquin, Jodocus Pratensis, del quale la firma  un graffito sulla parete della Cappella Sistina, ove lavor, era d'un'angelica bellezza: v' un ritratto di Leonardo che forse riproduce le sue fattezze (Ritratto di musico, Pinacoteca Ambrosiana, dapprima ritenuto di Franchino Gaffurio). Non metto fra i capolavori quelli di Ockeghem giacch questo compositore  troppo astratto per le mie capacit di comprensione. Ma a questi di Desprs debbo aggiungere il monumentale catalogo di Heinrich Schtz, Heinricus Sagittarius (volle chiamarsi cos, sommamente colto qual era), che comprende anche Madrigali, su testi del Guarini (Il pastor fido), una delle raccolte poetiche nella storia pi legate alla musica, i quali sono tra i pi belli dell'intera letteratura musicale. Volle esser allievo del gigante Giovanni Gabrieli e poi torn a Venezia per esserlo di Monteverdi. Protestante,  stato fra coloro che maggiormente hanno illustrato il latino cattolico in musica. Saul, was verfolgst du mich, che sarebbe il Saule, Saule, quare persequeris me?, ossia Saul, Saul, perch mi perseguiti?, ci che San Paolo ud sulla via di Damasco dalla voce divina,  un istraforo di prospettiva vertiginoso che a me ha sempre fatto pensare al giovanile Miracolo di San Marco, alla parte superiore dell'Adorazione del vitello d'oro e soprattutto a San Rocco risana gli appestati del Tintoretto con quella vertiginosa prospettiva scura; il coro espone le parole divine e avvolge, assedia Saulo da ogni parte: non narra, personifica il Cristo il quale, qui da Dio e non da uomo, non s'esprime con una voce quale historicus ma  plurale. Il Mottetto poi si chiude in un misterioso vaporar delle voci: che la voce di Dio sia corale ha certamente ispirato il coltissimo Schnberg. (L'associazione generalmente fatta di quest'opera  colla Conversione di Saulo del Caravaggio: tematicamente corretta ma secondo me non per ductus). Abasalon fili mi, la disperata invocazione di Davide al figlio ribelle e crudele ma prediletto che dopo la rivolta contro il Re era stato ucciso dal generalissimo Ioab perch mentre fuggiva su di un mulo i suoi bellissimi capelli s'erano impigliati tra le fronde di una quercia, commuove l'anima fin nel profondo:  stato il mio primo contatto con Schtz; quattordicenne l'ascoltai alla radio in un'esecuzione di Joseph Greindl.

Il 28 febbraio 1682 sulla genovese Piazza dei Banchi un sicario uccideva Alessandro Stradella. Questo sommo compositore aveva per tutta la vita, dopo il legame romano con Cristina di Svezia in quanto musicista, frequentato ambienti equivoci e la forza del suo eros morboso l'aveva distolto dall'esercizio dell'arte ma non dal lasciarci i suoi capolavori: nell'Opera, nell'Oratorio (cito solo il San Giovanni Battista, una delle cose pi alte del Seicento), nella musica strumentale; gi un attentato l'aveva raggiunto da parte di un veneziano marito cornuto e la storia del suo rifugio a Torino presso la reggente Giovanna di Nemours avrebbe dato a Manzoni, se l'avesse conosciuta, agio di un altro capitolo dei suoi stud secenteschi. Possediamo la minuta ricostruzione delle indagini grazie all'opera basilare, pur coi suoi difetti, di Remo Giazotto; un biglietto anonimo dice testualmente: Hanno assassinato un Orfeo. Su Stradella una modestissima musicologa statunitense, Carolyn Gianturco, che a me fa ridere quando si esprime in italiano, ha effettuato stud apportando qualche notizia; ma dopo Giazotto il testo fondamentale  Orfeo barocco di Giovanni Iudica, che da giurista sistema elementi biografici, tra i quali la vera data di nascita, da lui scoperta.

Infine tra i capolavori della Polifonia vanno annoverati il Mottetto di Purcell Man that is Born of a woman che fa parte del servizio funebre per la regina Maria, la Missa pro defunctis (nello stile sodo, dice l'autore) e i Madrigali di Alessandro Scarlatti nello stile di Gesualdo (laddove quando egli scrive Messe e Mottetti nello stile di Palestrina supera il suo modello), il coro Wretched lovers dall'Acis and Galathea di Hndel, il gi ricordato Stabat di Domenico, il Miserere di Leo e quello di Jommelli, i Crucifixus di Lotti a otto e dieci voci e quello di Caldara a sedici: quest'ultimo elabora un motivo cromatico ch' un tipico Soggetto di Fuga ed  stretto parente del Thema Regium dettato da Federico II di Prussia a Bach e sul quale questi cre il Sacrificium musicale, traduzione corretta (giusta la ricerca di Hans-Eberhard Dentler) del Musikalisches Opfer con che quest'opus, che da noi siccome Offerta musicale si conosce, si chiama.

Aggiungo una cosa su Alessandro che scrive nello stile di Palestrina. Non so se Bruckner, del quale la cultura in fatto di classici del contrappunto era straordinaria, conoscesse opere come la Missa ad usum Capellae Pontificiae. Certo  che, se si ascolta il suo capolavoro, per me addirittura pi delle Sinfonie, la Terza Messa, scritta appunto, nel Kyrie e nell'Agnus Dei, nello stile della polifonia classica, ancor pi che a Palestrina assomiglia a Scarlatti. E debitore di Alessandro  anche un altro dei sommi compositori di tutti i tempi, Henry Purcell, non solo per Dido and Aeneas.

Ho parlato pi sopra dei Responsoria di Gesualdo. Per restare in tema di Settimana Santa non si possono non ricordare le Lamentazioni di Alessandro. L'espressione pi profonda e sentita, il pathos pi nobile, il Figuralismo pi pungente, sono le caratteristiche di quest'opera di fronte alla quale anche il (successivo) capolavoro di Franois Couperin impallidisce. Pare siano state scritte a Roma, ma non per Roma, nel 1706: vediamo Roma negli anni a partire da questo farsi crocevia di destini: quello di Corelli; quello di Pasquini; quello di Hndel; quello di Caldara; a prescindere dal fatto che Caldara gi da Venezia doveva conoscere a fondo Alessandro. A proposito delle Lamentationes mi  grato ricordare che sono reperibili in un'edizione dell'Ensemble Aurora diretto da Enrico Gatti; questo maestro, perugino (evidentemente Perugia ha con la musica un'ottima alleanza), non solo d una stupenda interpretazione dell'opera ma detta un commento critico di dottrina e intelligenza straordinarie.

Voglio ricordare due altre opere per le quali vado fierissimo. Una  del 1980 ma ne cambierei poco. Si chiama Dixit Dominus domino meo. Struttura e semantica in Hndel e Vivaldi.  un libro graficamente assai complesso: vi sono diagrammi che occupano lo spazio di tre pagine e quindi debbono essere stampati su pagina grandissima che poi viene piegata all'interno. Il mio amico monsignor Natale Ghiglione, per i tipi del quale (Edizioni internazionali di musica sacra) il libro usc, lo fece comporre in una tipografia di monache allogata a Viboldone presso la celebre Abbazia; mai ho avuto qualcosa di anche solo lontanamente stampato cos e monsignore mi disse che durante il lavoro le monache, estenuate, pregavano per me. Questo lavoro  stato il pretesto dei signori Petrobelli & C. per negarmi la cattedra universitaria: le preghiere delle sante suore hanno funzionato nel senso del mio benessere, della mia felicit. Io la cattedra universitaria la volevo perch c'era stata la crisi al Corriere. Questa avrebbe potuto anche risolversi male per me, e allora cercavo un qualche appiglio di prestigio che mi restasse. Quindi chi me l'ha negata, la cattedra, l'ha fatto allo scopo preciso di assassinarmi: ma San Gennaro e le preghiere delle sante suore sono molto pi forti. Si sono appigliati a questo libro, dicevo, sostenendo che esso sia antiscientifico. Dir dunque di che si tratta non senza ricordare che tutti i mediocri pervenuti alle cattedre universitarie, anche e pi in Letteratura, hanno coniato quest'idea della scientificit per poter effettuare una mera opera di trascrizione di registri parrocchiali ch' la sola cosa alla quale, talvolta, riescono a pervenire: e ogni analisi formale e, Dio liberi, estetica,  bandita dalla loro ridicola scientificit.

Una delle cose che mi hanno sempre appassionato in musica  il cosiddetto Figuralismo, ossia la capacit che in forme varissime la musica ha di simboleggiare qualcosa che musicale non , e che pu tanto appartenere al mondo esterno quanto essere un concetto. I teorici musicali barocchi pigliano a suo principio il verso 361 dell'Ars poetica di Orazio dandone un'interpretazione estensiva e arbitraria che tuttavia di fronte alla storia ha trionfato: ut pictura poesis; sicch si stabiliscono corrispondenze semantiche e nell'uso dei mezzi espressivi tra arti diverse. Il grande Deryck Cooke, quello che complet da compositore la Decima Sinfonia di Mahler (non sono d'accordo con i direttori d'orchestra che, incidendo o eseguendo in concerto la Sinfonia, si rifiutano di adottare il completamento di Cooke: anche se siano sommi interpreti, dimostrano qui una sorta di pudore da dmi-vierges), ha al tema dedicato un libro. E ve n' un altro del 2007 di Warren e Ursula Kirkendale (l'autrice del pionieristico libro su Caldara, 1966, ristampato in inglese dalla Olschki nel 2007) intitolato Music and Meaning. Ma vi sono tante opere sul Barocco musicale, a cominciare da quella del Bukofzer, fondamentale, da me in italiano pubblicata (un anno di lavoro!), che affrontano il tema. Io presi due versioni del Ps. CIX, Dixit Dominus, una di Vivaldi, un pezzo bellissimo, una di Hndel, un capolavoro assoluto, e le sottoposi ad analisi formale, figuralista e comparata, anche strutturalmente. Dal confronto veniva pure fuori come il genio di Vivaldi sia schiacciato dal genio del giovanissimo Hndel, allora a Roma a Palazzo Ruspoli. Il suo segreto  peraltro il fatto che il Figuralismo pi minuto s'accompagni a una concezione della Forma grandiosa come, Alessandro Scarlatti, Caldara e Leo a parte, solo Bach in certe superbe cantate (ad esempio, l'Ode funebre) sa eguagliare e, forse, superare. Il Dixit Dominus fu scritto a Vignanello e venne eseguito per i Secondi Vespri della Vergine del Carmelo nella chiesa carmelitana di Santa Maria di Monte Santo il 16 luglio 1707: tanto scrivevo fino a poco tempo fa. Adesso questa notizia  contestata e si sostiene che venisse eseguito il 1 maggio 1707 per la festa di Filippo V Re di Spagna. Invece, a non considerare quello in contrappunto severissimo a cinque voci di Alessandro Scarlatti, c' un Dixit Dominus che pu stare all'altezza di questo.  quello in Re maggiore di Lotti, facente parte di un ciclo di Vesperae e scritto per San Marco in Venezia, ove il Maestro lavor tutta la vita; e mi piace ricordare, tra le meraviglie della sua musica sacra, un Laudate pueri ove egli ricorre a un'audacia degna di Bach; al Suscitans a terra inopem et de stercore erigens pauperem (Egli che rialza da terra il misero ed erige il povero dallo sterco nel quale giace) compone una rapinosa Giga! (Per il non musicista ricordo che si tratta d'una danza di sfrenata gioia). Anche nel Magnificat di Bach l'Esurientes implevit bonis (Riemp di beni i poveri)  una danza; e cos in quello di Leonardo Leo. Nel Laudate pueri di Caldara il Suscitans a terra inopem  anch'esso una Giga, quasi che l'inops si alzasse a passo di danza. Esso  la pi bella versione esistente di Salmo, dopo Alessandro Scarlatti, insieme col Dixit dominus di Hndel: incomincia lentamente e piano, in tonalit minore, e persino il Gloria  lento. Tra le meravigliose versioni musicali dei Salmi, metto anche il De profundis di Michel Delalande.

Una postilla vivaldiana. Il Dixit dominus si conclude con un grandioso pezzo corale in stile contrappuntistico, ossia non una Fuga come vogliono gli specialisti vivaldiani. L'editore della composizione per conto della casa Ricordi parla di Fuga sul continuum gregoriano. Io scopersi, e pubblicai, che altro che di continuum gregoriano si trattava ma d'una Passacaglia, ossia una forma profana di variazioni sopra un basso ostinato, ben vero trasposta anche nella musica sacra, e per la precisione del rifacimento (e da Do a Re maggiore) del coro finale dell'opera Il Giustino che riuscii a scovare studiando i manoscritti vivaldiani allogati presso il Fondo Fo-Giordano della Biblioteca Nazionale di Torino. Non ho trovato, dopo decenn, menzionato il mio lavoro nella bibliografia vivaldiana, onde forse lo ripubblicher. Ultima cosa su Vivaldi: questo santo sacerdote viene dai suoi zelatori considerato un grande contrappuntista e sovente lo ; lo si vede dalla famosa Fuga del Concerto in Re minore dell'Estro armonico, trascritta per organo da Bach, e da uno dei suoi capolavori, davvero di genio assoluto, la Sinfonia in Si minore Al Santo Sepolcro: ma la Fuga finale del Gloria in Re maggiore  dell'ignotissimo Giovanni Maria Ruggieri, non sua.

Fra le composizioni romane di Hndel un altro capolavoro assoluto  la Cantata sul suicidio della romana Lucrezia O numi eterni! per soprano e basso continuo: vi sono un Recitativo e una declamazione di una forza e d'un'arditezza senza precedenti. E ancora vanno ricordate Dietro l'orme fugaci (Armida abbandonata), Dunque sar pur vero (Agrippina condotta a morire) e La terra  liberata (Apollo e Dafne), grandiosissima, quest'ultima.

Abit a Palazzo Ruspoli, a quel che sembra, allora anche il veneziano Antonio Caldara, allievo egli s di Legrenzi (ch a Vivaldi s'attribuisce infondatamente un discepolato legrenziano) e autore in giovent di Sonate a tre che sono le pi belle sul sommo modello di Corelli; e di Sinfonie a quattro ancora pi belle composte quali introduzione agli Orator viennesi. Caldara succedette a Hndel nella qualit di maestro di cappella del marchese di Cerveteri, poi and a Barcellona e a Vienna ove a Pietro Pariati, l'autore del testo del suo meraviglioso Oratorio Cristo condannato del quale da ragazzo feci la revisione, successe in quanto poeta cesareo prima il grande Apostolo Zeno, poi Metastasio al nome del quale congiungere aggettivi non conviene. Prima di loro lo era stato il romano Silvio Stampiglia, gi librettista di Scarlatti. Caldara fu a stretto contatto con lui e fu quello che music, nella qualit di vice-maestro della cappella imperiale, per primo la gran parte dei suoi Drammi per musica. Il Maestro titolare era il grande contrappuntista Fux, l'autore del Gradus ad Parnassum sul quale nell'Ottocento, invece che su Bach, a causa dell'influenza da Cherubini esercitata sugli stud contrappuntistici, tutti i cultori dell'indispensabile materia si sono formati. Era il Maestro titolare ma percepiva come stipendio meno degli emolumenti di Caldara; il quale anche come contrappuntista gli era superiore: non scrisse trattati ma il Crucifixus a sedici voci. Caldara, apprezzato da Bach, , insieme con Lotti, anch'egli apprezzato da Bach, l'autore del celebre e miracoloso Crucifixus a otto voci e di quello a dieci, operista, Lotti, diffuso a Dresda, il vero grande compositore veneziano del tardo Barocco. Vivaldi  s un grande ma non certo all'altezza di Caldara e Lotti. I pi grandi compositori veneziani della storia, di rango sommo, sono Andrea e Giovanni Gabrieli, Lotti e Caldara (Baldassarre Galuppi detto il Buranello incominci la carriera donando il suo immenso membro virile a Gian Gastone de' Medici). Infatti a partire dagli anni Ottanta ci fu da parte dei musicologi tutto un tentativo di valorizzare il teatro musicale di Vivaldi, sordido sacerdote che non diceva Messa con un certificato che alligava soffrire egli a nativitate di strettezza di petto e aveva invece la forza di fare l'impresario di un carro di Tespi femminile che era un casino ambulante. La Fida Ninfa, su testo di Scipione Maffei, riscoperta ed eseguita da Raffaello Monterosso, fa eccezione rispetto alla mediocrit del teatro musicale di Vivaldi essendo meravigliosa. Il Santo sacerdote si era premurato di far farsi le fedi di Comunione delle signorine per anticipare le richieste della Buoncostume di allora: ma a Ferrara il napoletano cardinale Ruffo, legato pontificio, proib l'ingresso al casino ambulante; donde querimonie scoperte a suo tempo da Adriano Cavicchi che sono un documento interessantissimo sul costume operistico e morale dell'epoca. Ma dal punto di vista del valore Vivaldi, ripeto, non pu competere con Caldara e Lotti, a non dire poi dei Maestri della Scuola napoletana, a non dire poi di Hndel, per eguagliare il quale ci vogliono Pergolesi e Leo. Di Vivaldi apprezzo in particolare, oltre i Concerti dell'Estro armonico, del Cimento dell'armonia e dell'invenzione e di altri non pubblicati come quello in Si bemolle maggiore funebre, quelli Per l'orchestra di Dresda (forse ritoccati in melius dal violinista Pisendel) e composizioni non strumentali (oltre al Dixit Dominus gi citato) e la Sonata a quattro in Mi bemolle maggiore Al Santo Sepolcro e la Sinfonia in Si minore collo stesso sottotitolo, composizioni non strumentali (e il Dixit Dominus gi citato). La prima  il Beatus vir in due cori; la seconda  il Magnificat in Sol minore; la terza  l'Oratorio Juditha triumphans su meraviglioso testo latino di Jacopo Cassetti, opera davvero geniale: la rappresentazione di Oloferne siccome contralto eroico e cavalleresco  splendida e Vivaldi gli fa cantare una squisitissima Aria con organo solo dal testo che incomincia cos: Noli o cara te adorantis / voto ducis non favere. La prima esecuzione moderna avvenne alle Settimane senesi fasciste sotto la direzione, nientemeno, che di Antonio Guarnieri; Alfredo Casella, che le aveva organizzate, sfrutt le leggi razziali per liberarsi del musicologo Alberto Gentili il quale, per scoprire e portare alla mano pubblica (che fu la Biblioteca Nazionale di Torino) il fondo, disperso, della collezione musicale del conte Jacopo Durazzo, ambasciatore genovese a Vienna e poi, dal 1754, Generalspektakeldirektor cesareo, e infine cesareo ambasciatore a Venezia, aveva fatto discendere in terra Jahv e pure il Paradiso cattolico. Il Durazzo  figura importantissima nella storia della musica giacch a lui non dobbiamo solo la collezione d'importanza mondiale, comprendente, oltre Vivaldi, Stradella e altri, ma una politica direttamente influente sulla riforma drammatica di Ranieri Calzabigi e Gluck.

Anche quanto a Giuditta, Alessandro Scarlatti supera gli altri. Di Orator sull'eroina ne ha scritti due. Il secondo  su libretto di Antonio Ottoboni, il padre del cardinal Pietro: in questo, come sar in Vivaldi, Oloferne  dipinto come eroticamente cavalleresco. La stessa cosa avviene nella prima Giuditta, del 1693, pi ampia: dapprima il testo di Benedetto Pamphilj descrive Oloferne come un mostro nella sua autorappresentazione ma la musica ha caratteri genericamente eroici con molta coloratura; poi il condottiero  ancora eroticamente cavalleresco. Il libretto dell'altro cardinale di Scarlatti  molto bello; ma Pietro Ottoboni  poeta addirittura sommo, in italiano e in latino.

Questo bellissimo uomo, dotto insieme e pio, che lasci alla morte una biblioteca, inglobante anche quelle del prozio Alessandro VIII e di Cristina di Svezia, seconda solo alla Vaticana e di questa oggi costituente un fondamentale nerbo,  uno dei personaggi pi importanti della cultura settecentesca ma vorrei dire della cultura italiana tutta; e sebbene sia studiato e celebrato non lo  abbastanza relativamente alla sua statura. Io di statura non ho quella che mi consenta di dedicarmi a scrivere una sua biografia; credo che ancora una sua biografia sia un vanto per la cultura italiana che vorrei sia conseguito da qualche grande scrittore. Non dico, perch l'hanno detto gli storici dell'arte, quel che fece oltre che per la musica per le arti figurative: Cesare de Seta mi ha ricordato che, committente di Filippo Juvarra, fu il primo a far lavorare Luigi Vanvitelli. Basti ancora pensare che fu il committente di Giuseppe Maria Crespi il quale realizz per lui il suo capolavoro pittorico, il ciclo dei Sette Sacramenti oggi a Dresda. Ancora il 4 di giugno trovandomi a Venezia ascolto una conferenza del dottissimo Giuseppe Maria Pilo, il quale, ripeto, ha pagato di tasca sua il restauro del testamento di Corelli depositato presso il romano Archivio di Stato, e apprendo che nel 1739 il Cardinale allest nel suo palazzo l'esecuzione dell'intero Estro poetico-armonico di Benedetto Marcello, ossia i cinquanta Salmi dal compositore parafrasati.

Da me interessato, Riccardo Muti ha diretto parecchie cose di Caldara, fra cui il rapinoso Stabat Mater. All'inaugurazione della Fenice ricostruita dopo l'incendio non fece nulla di Vivaldi bens il Te Deum di Caldara; ed  l'unico direttore d'orchestra autentico (cio non appartenente alla categoria dei cosiddetti barocchisti, dei quali non citer nessuno ma dei quali la stagione della Filarmonica della Scala non se ne fa sfuggire nemmeno uno) a mettere in programma opere di questo sommo compositore. Compositore che, se Alessandro Scarlatti , lo ripeto, musices instaurator maximus,  almeno musices instaurator magnus.

Sul pi grande Antonio della musica insieme con Webern voglio dire ancora due cose. La prima  solo il ricordare un'ovvia primazia storica: da quando, nel 1730, Metastasio divenne a Vienna il poeta cesareo, Caldara, mi ripeto, si trov a essere il primo che music Drammi per musica che avrebbero poi occupato decine di compositori. E, dal momento che conosciamo i gusti del grande poeta, che preferiva Hasse, coi suoi bassi statici e le sue simmetrie e ripetizioni e l'assenza di ogni Figuralismo (parlo, ben vero, di sue creazioni meno riuscite, come per la sua opera di maggior successo, l'Artaserse; ma dello stesso 1730  l'Arminio del quale fa parte almeno la stupenda Aria di Tusnelda, scritta per la moglie Faustina, Se col pianto e coll'affanno; e non dico della musica sacra veneziana e prima ancora del meraviglioso Oratorio I pellegrini al sepolcro di Nostro Signore che Riccardo Muti, il quale sa sempre scegliere, esegu al festival di Pentecoste a Salisburgo quando ne era il responsabile artistico; adesso lo  Cecilia Bartoli: sine verbis!); lo preferiva, dico, Metastasio, a tutti, ci domandiamo se non dovesse sentirsi in qualche modo prevaricato dal severo ed elaborato stile di Caldara: almeno cos pare alla stregua di una successiva dichiarazione del poeta che lo vuole insigne contrappuntista ma poco interessato alla rappresentazione degli affetti, il che non  vero. In una lettera del 1776 ad Antonio Eximeno lo definisce infatti insigne Maestro di contrappunto; ma eccessivamente trascurato nell'espressione e nella cura del dilettevole. E qui ci troviamo di fronte a singolare cecit del poeta: per quanto lo concerne e concerne l'espressione che cosa avrebbe dovuto pensare, se cieco stato non fosse, de La Passione? Lo status viennese di Caldara si vede dal ritratto conservato a Bologna nella raccolta del padre Martini. Egli non reca in mano l'insegna della professione, il foglio di carta rigata, n ha sullo sfondo il frontespizio d'una delle sue partiture pi celebri.  in posa imponente, da gentiluomo: un mantello di porpora lo cinge nella parte bassa quasi fosse un duca.  riccamente vestito, e la fattura del dipinto mostra di essere d'un pittore evidentemente costoso.

 esattamente il caso del ritratto di Leonardo Leo custodito nel Conservatorio napoletano.  di un pittore importante e ritrattista di principi, Pompeo Batoni: Leo, bellissimo uomo,  in un ricco ed elegante abito da gentiluomo, con allure fiera di chi  qualcuno in societ, non di chi debba dipendere dall'altrui benevolenza e dagl'impresar. Egli  infatti il pi importante operista europeo, in quanto tale all'altezza di Hndel. Guardando il ritratto di Leo ho sempre pensato che con lui abbiamo in anticipo quell'emancipazione dallo status subalterno che siamo abituati a considerare avvenuta parzialmente con Mozart e in seguito con Beethoven. Se poi se ne ascolta la musica sacra, superiore a quella dello stesso Durante che per essa non coltiv il teatro, oltre la dottrina contrappuntistica e la toccante espressione, si resta sbalorditi per la potenza delle modulazioni e il trattamento delle dissonanze, protratte e frequenti, da ideale discepolo di Alessandro Scarlatti: e ci si interroga sull'ampiezza di vedute della societ napoletana, per la Real Cappella della quale Partenope tale musica era composta. Cos possiamo chiamarlo musices alter instaurator magnus, ossia: l'altro grande instauratore della musica. Dell'Andromaca ho parlato nel XII capitolo. Quanto a stile serio v' da ricordare la stupenda Serenata encomiastica (giusta il genere della Serenata) Diana amante; e l'altra, Le nozze di Iole ed Ercole. E non solo del sommo tragico va detto, anche del sommo autore di mezzo carattere: non a caso egli componendo La Frascatana mor. V' la stupenda Commedia Amor vuol sofferenza; Reinhard Strohm, nel libro pi innanzi citato, ne fa una trascinante analisi. Nella lettera spedita da Napoli il 24 novembre 1739 il presidente de Brosses ne dice: Nous avons eu quatre opras  la fois, sur quatre thtres diffrents. Aprs les avoir essays successivement, j'en quittai bientt trois pour ne plus manquer une seule reprsentation de la Frascatana, comdie en jargon, de Leo. (...) Quelle invention! quelle harmonie! quelle excellente plaisanterie musicale! Je porterai cet opra en France. (Abbiamo avuto quattro Opere simultaneamente in quattro differenti teatri. Dopo averle esperimentate l'una dopo l'altra, ne ho lasciate tre da banda per non perdere una sola recita della Frascatana, commedia in dialetto, di Leo. (...) Quale invenzione! quale armonia! Quale eccellente presa in giro musicale! Porter quest'opera in Francia). Si tratta della XXVI delle Lettres familires de l'Italie che cito dalla stupenda edizione 1858 di Poulet-Malasis et De Boise regalatami da Roberto Pagano.

E v' quell'Ambizione delusa che ascoltai a Martina Franca negli stessi giorni nei quali incominciavo, inconscio delle proporzioni che era per prendere, questo libro. E voglio ricordarla. Si tratta d'una Commedia pastorale su libretto elaboratissimo del leguleio, come la gran parte dei librettisti comici, Domenico Canic; ossia non d'un'Opera buffa ma di mezzo carattere, quel mezzo carattere inventato dai napoletani e poi inverato da Donizetti e dal Bellini della Sonnambula. Dura tre ore ed  una composizione d'una tenuta, d'un'envergure, d'una delicatezza psicologica, che lasciano senza fiato. Arie doviziose per estensione e vero e proprio sviluppo tematico, Arie solenni, Arie patetiche, languorose Siciliane in modo minore, Arie di finissima comicit, si alternano lungo la veramente divina partitura. Vi  un falso barone che si esprime in napoletano, in tedesco e in latino maccheronici il quale mi sembra uno dei personaggi pi caratteristici dell'intero teatro comico; va messo all'altezza di Falstaff. Ma, per caratteri osservati anche altrove, Leo  un compositore teatrale all'altezza dello stesso Verdi: rappresenta l'esatto suo contrappeso meridionale.

Presso la biblioteca del Conservatorio napoletano sono allogati sei Concerti per violoncello del Cigno di San Vito: fatti espressamente per il duca di Maddaloni. Si tratta di opere d'una qualit eccelsa: la tematica  altissima, la forma quasi classica, l'invenzione a tratti ritmicamente selvaggia ma sempre alla stregua d'una concezione contrappuntistica della scrittura, i movimenti in minore non di quella deliziosa melancolia popolaresca alla quale la Scuola napoletana ci abitua ma d'un'alta melancolia lirica, il virtuosismo ardito; e la melodia dei movimenti lenti  lunga tanto da parer anticipare Bellini; e approfitto del fatto di averlo nominato per esprimere l'idea che il Cigno di Catania aveva la potenzialit per esser un compositore grande quanto Verdi e comunque, giudiceWagner,  grandissimo; quel che ha inventato nella Norma, quell'Arioso pi pregnante dell'Aria,  insuperato. Anche Verdi la pensava cos. L'invenzione di Leo  cos prodigiosa da farti parere che la composizione, la quale poggia solo sopra se stessa, avvenga di continuo innanzi a te, procedendo senza alcuno schema precostituito. Lo stesso dicasi per il Concerto per quattro violini e orchestra.

Ci avviene nelle Sonate di Domenico Scarlatti, il quale mi sembra una delle pi stupefacenti immagini del genio allo stato puro che nella storia si diano. Non tutti i biografi danno l'adeguato peso alla celeberrima lettera di Alessandro a Ferdinando de' Medici (il quale, avendo altro a che pensare, coi suoi ragazzi stalloni, i suoi castrati e i compositori mediocri come il Perti che qualche anno dopo Alessandro vedr a lui preferiti, fa orecchie da mercante) del 30 maggio 1705. Non vorrei venisse presa per imbonimento familiare; in realt Alessandro dimostra di aver vista da lince. Altezza Reale, Domenico mio figlio si porta, col mio cuore, humilmente a' piedi di V.A.R., in attenzione del debito della mia e sua profonda osservanza ed humilissima servit. Io l'ho staccato a forza da Napoli, dove, bench avesse luogo il suo talento, non era talento per quel luogo. L'allontano anche da Roma, perch Roma non ha tetto per accoglier la musica, che ci vive mendica. Questo figlio ch' un'Aquila, cui son cresciute l'Ali, non deve star'oziosa nel nido, ed io non devo impedirle il volo. Verranno Lisbona e Madrid a dare cielo al volo dell'aquila; certo Alessandro si mostra anche grande scrittore; salvo l'esser a Roma la musica mendica:  una licenza poetica giustificata dal tentativo, che si riveler fallito, di muovere Ferdinando; a Roma c'era Pietro Ottoboni, ma non teatri per l'Opera.

Ho detto che Domenico rappresenta per me la stupefacente immagine del genio allo stato puro; vorrei in questo appaiarlo a Schubert giacch di Franz qualsiasi cosa scritta in et vorrei dire appena post-infantile  capolavoro assoluto. La precocit di Mozart  straordinaria; ma se la confrontiamo con quella di Schubert ci accorgiamo che questi scriveva capolavori assoluti quando Mozart, alla stessa et, era autore di opere graziose. Il ventenne Beethoven compone la Cantata per la morte di Giuseppe II e la Cantata per l'intronizzazione di Leopoldo II che sono anch'esse due capolavori assoluti; la seconda di esse raggiunge per valore La clemenza di Tito che Mozart scriver l'anno successivo quale estrema testimonianza del suo genio: ha la freschezza e la delicatezza che si convengono all'instaurazione di un novum saeculum; e il violento raggiare di un sole quasi insopportabile, il Do maggiore, qui del tutto episodico; il piano tonale trascorre da un La bemolle maggiore iniziale a un La maggiore a un Sol maggiore a un Re maggiore di chiusa. Ambo le cantate restarono ineseguite fino alla fine dell'Ottocento. Ma Alessandro sorprende anche sotto questo profilo dal momento che i suoi primi capolavori assoluti risalgono ai suoi diciannove anni, a quando era chiamato il Scarlattino. E siccome il destino si compiace a disseminare la storia di segni arcani, ecco che uno dei primi di Alessandro  dei suoi ventitr anni, l'Oratorio Agar e Ismaele esiliati; ebbene, il primo Lied in assoluto di Franz, datato 30 marzo 1811, dei suoi quattordici anni,  Hagars Klage (Il pianto di Agar).

Sono questi di Leo insieme con i Concerti Brandemburghesi, dei quali sono all'altezza, di gran lunga i pi bei Concerti solistici dei primi cinquant'anni del Settecento. Dei secondi cinquanta ovviamente il vertice sono quelli per pianoforte di Mozart; tuttavia v' una singola composizione in forma solo parzialmente concertistica che mi pare la pi bella dei secondi cinquant'anni, la Sinfonia concertante in Si bemolle maggiore per violino, violoncello, oboe, fagotto e orchestra, di Haydn.

 incredibile come nei Concerti di Leo il virtuosismo violoncellistico, peraltro in anticipo sull'epoca, si combini con superiore dottrina. Qualunque dei sei lo mostra ma mi piace prendere quello in Re maggiore che si termina con una Fuga tanto geniale quanto sofisticata. In antiporta Leo scrive: Per il prtim.to dell'imitazione del 2do pensiero, o soggetto, mi son servito della risposta diminuzione. Prtim.to  termine scolastico (partimento) che significa parte della Fuga. Ci significa che il Controsoggetto  ricavato, per diminuzione e a ritroso, dalla testa della Risposta la quale, peraltro, contiene il tema al rovescio. Somma dottrina contrappuntistica trasposta in brillantissimo solismo! (Va rilevato che il revisore moderno, Mario Bolognani, equivoca affatto l'avvertenza di Leo. In luogo di partimenti legge portamenti - ma ha mai studiato contrappunto costui? - e in luogo di risposta diminuzione legge risposta d'imitazione. Sia fatta la volont di Dio!).

Or tale Fuga e, mi ripeto, quale Fuga, rappresenta una flagrante anticipazione della Sinfonia detta Jupiter di Mozart che con una straordinaria Fantasia fugata si termina: impressionante il fatto che il Soggetto di Leo sia in valori lunghi e di quattro note, come quello di Mozart. (In parentesi dico che secondo me i capolavori sinfonici di Wolfgang non sono tanto le ultime Sinfonie quanto quella in giovanile Sol minore con quattro corni e la Serenata detta Haffner).

 interessantissimo che Leo adoperi le stesse dovizie tecniche non solo nell'Opera seria ma persino nella buffa. Nella grande Aria in Mi bemolle maggiore di Fazio in Amor vuol sofferenza Io non so eccole adoperate e divengono anche materia di ampio Figuralismo.

 noto che Francesco Durante, ottimo compositore ma certo non all'altezza di uno dei sommi della storia quale  Leo, si rodeva che un celebre operista fosse anche un contrappuntista ineguagliabile quando lui per la fama di contrappuntista aveva rinunciato a scriver per il teatro, e faceva continue critiche al Cigno di San Vito. Qualche anno fa sognai che Leo, infastidito dei continui rosecamienti del maestro di Fratta, pubblicasse un opuscolo sugli errori di contrappunto di Durante; sogno pleonastico giacch la musica di Leonardo, e in particolare quella sacra,  uno dei pi bei trattati di contrappunto mai scritti.

I Brandemburghesi non sono, come vogliono i pi, Concerti grossi, sibbene Concerti solistici: la qualificazione deriva dalla forma, la quale  del Concerto solistico anche nel Terzo, che solisti non prevede. Invece dopo Corelli v' stata una stagione del Concerto grosso di impronta corelliana. Gli autori che a tale impronta si attengono sono Hndel, Locatelli (che pare il pi corellianamente ortodosso di tutti e invece nei Concerti per violino inventa uno stile paganiniano ante litteram!) e Benedetto Marcello (nei Concerti a cinque, che non sono solistici a onta della disposizione e che, insieme con quelli di Locatelli, Hndel e di Muffat, sono i pi bei Concerti grossi settecenteschi: dico settecenteschi giacch quelli di Corelli, pubblicati bens nel Settecento, risalgono agli anni Ottanta del Seicento). Meravigliosi sono anche, ma di stile assai pi moderno, quelli di Evaristo Felice Dall'Abaco e belli quelli di Francesco Antonio Bonporti, mentre sapienti e gradevoli insieme quelli di Francesco Durante. L'Olanda, nella quale si stabil Locatelli, d un notevole apporto al Concerto grosso settecentesco. Un ottimo compositore  Willem de Fesch (1687-1761), del quale l'op. VI si denomina Il Tempio Armonico; e un altro grande rappresenta un autentico caso. Circolavano gi nell'Ottocento dei Concertini pubblicati nel 1740 siccome Concerti Armonici, che vennero scioccamente attribuiti a Pergolesi; poi un'attribuzione pi probabile li mise in capo a un certo Carlo Ricciotti detto Baciccia, stabilitosi all'Aja; si fece anche il nome del Birckenstock; ma lo studioso di Locatelli Albert Dunning, trovatone il manoscritto, effettivamente di mano del Baciccia, scopr che l'autore ne  il diplomatico conte Unico Wilhelm van Wassenaer (1692-1766).

Quanto a Concerti violoncellistici settecenteschi, splendidi sono pure quelli, in stile galante, del forlivese Giovan Battista Cirri (1724-1808): ma certo non possono raggiungere l'altezza di quelli di Leo. Popolarissimi sono stati i Concerti di Luigi Boccherini, in particolare quello in Si bemolle maggiore; di quest'autore lucchese io prediligo i Quintetti con e senza chitarra: incantato  quello descrivente La ritirata notturna di Madrid e irresistibili quelli nei quali Boccherini, all'uso spagnuolo, adopera anche le nacchere. Tuttavia, sol che se ne percorra la biografia, appare lampante essere Boccherini un terribile jettatore sibi suisque.

Da ragazzo il primo Oratorio di Caldara che conobbi, dopo il grandioso Re del dolore che avevo ascoltato e registrato perch trasmesso dal benemerito Terzo programma della radio (io compravo il Radiocorriere e mi segnavo a matita rossa le cose della settimana da ascoltare e blu da registrare), fu La Passione di Nostro Signore Ges su quel testo di Metastasio poeta a Leopardi e a Carducci sommamente caro, onorato da decine di compositori (ho citato Paisiello: ricorder almeno Jommelli e Salieri, dei quali ambedue l'Oratorio  un capolavoro). Venne eseguita nel romano Oratorio del Gonfalone: un organista, Gastone Tosato, aveva preso questo luogo e vi svolgeva un'attivit concertistica dedicata alla riscoperta di antichi capolavori (Monteverdi, Lalande, Vivaldi, Lotti, Galuppi oltre a Caldara) che venivano offerti sotto la sua direzione; l ho fatto tra le mie prime esperienze professionali. L'orchestra e il Coro polifonico romano erano pieni di buona volont, e Tosato non lesinava sulle spese per i cantanti solisti: ricordo l'illustre Magda Laszlo, la giovane Elena Zilio, il bravissimo tenore Lajos Kozma, purtroppo scomparso, un caro amico che poi il maestro Siciliani avrebbe lanciato nella grande carriera; tra i solisti strumentali, la clavicembalista Mariolina De Robertis e l'organista Wijnand Van de Pol. Poi la Santa Francesca Romana, purtroppo nell'esecuzione del suo revisore Claudio Gallico che aveva la non innocente pervicacia di fare il direttore d'orchestra; e con un organo elettrico che gi allora mi parve una fisarmonica Farfisa (mi raccont un direttore vero che costui gli aveva detto: Come mai quando alzo il braccio non mi vengono dietro, e poi non mantengono il tempo che do, vanno sempre pi accelerando?). Gallico, che pure s'era diplomato in composizione sotto la guida del maestro Dionisi, nun accanosceva 'o scuorno (non sapeva che sia la vergogna). Si tratta, la Santa Francesca, di un'opera scritta per i Ruspoli in uno stile che, in modo raffinatissimo e sempre, per dir cos, dall'alto, s'avvicina a un incipiente Rococ arcadico. Ma c' un Oratorio datato 1700, Maddalena ai piedi di Cristo, scritto per Venezia o forse per Ferdinando Carlo di Mantova, che chiunque lo ascoltasse senza conoscerne la paternit attribuirebbe a Hndel a Roma o ai tempi del Rinaldo: ma forse con maggior introspezione nei brani di alta melancolia lirica. Esistono fuor di dubbio rapporti tra questo Caldara non ancor giunto a Roma e Alessandro Scarlatti, ed  palese se si conoscono le stupende Cantate del veneziano: tema che sarebbe bello venisse affrontato da qualche storico musicale capace. Ho trovato navigando un sito (che sembra essere stato eletto apposta per me: si chiama La sala del cembalo del Caro Sassone: il Caro Sassone  Hndel al quale cos s'indirizz Corelli quando, provandosi Il trionfo del Tempo e del Disinganno da Corelli diretto, a un'osservazione dell'autore il romagnolo disse: Ma, mio caro Sassone, questo  stile francese, di che io non m'intendo!) sul quale c'era un saggio di Isabella Chiappara sulla Maddalena, saggio di grande profondit iconologica, prima, storico-musicale, poi. Forse questa studiosa, che ho scoperto in un modo per me nuovo e insueto, potrebb'esser atta al fine.

La Maddalena  in un sontuosissimo stile del Tardo Barocco, sempre con una concezione polifonica della scrittura e bassi di una potenza eccezionale nella loro mobilit. I recitativi sono d'una qualit incredibilmente superiore alla media del tempo. Le Arie nelle quali, eccettuati i Ritornelli strumentali, la voce  accompagnata dal basso continuo, non soffrono di alcuna deminutio capitis musicale, come accade presso compositori di minor altezza. Gi la Sinfonia s'allontana da ogni stile corelliano per andare verso il virtuosismo che vedremo nella Resurrezione e che riscontriamo nelle Sinfonie di Concerto Grosso di Alessandro Scarlatti (un'opera dubbia, perch pubblicata a Londra fra il 1735 e il 1740, ma di altissima qualit, sono i Concertos in seven parts, che mi sembrano possedere un ductus autenticamente alessandrino). V' un'Aria per soprano, violoncello solo e basso continuo, Pompe inutili, con la quale mi piace pensare il secolo princip in musica; e si tratta di una delle pi belle Arie del Settecento e di una delle pi belle cose che al violoncello siano state donate insieme con i sei Concerti di Leo, e l'Aria Il dio guerriero dalla Diana amante (1717) del medesimo Maestro; ma va rilevato ad abundandum che nell'Aria In te solo o sommo Nume appartenente al San Casimiro Re di Polonia (1705) di Alessandro Scarlatti l'accompagnamento del basso continuo, con un magnifico tema, ha un ductus schiettamente violoncellistico. Poi verranno le supreme, il Sesto dei Concerti Brandemburghesi e le Suites di Bach e il Largo del Concerto in La maggiore Wq 172 di Carlo Filippo Emanuele. Pare incredibile l'apprendere che i concerti violoncellistici di questo Maestro sarebbero trascrizioni di opere pianistiche, tanto idiomatici ex uno essi sono. Forse Hndel si esprime nello stesso modo in Alma del gran Pompeo del Giulio Cesare: che per non  un'Aria ma un potentissimo Recitativo accompagnato o Arioso che dir si voglia.

Su Il Re del dolore in Ges Cristo Signor Nostro coronato di spine e mostrato col nome d'uomo ai giudei, che ascoltai nella revisione di Vito Frazzi, debbo dire che si tratta d'una meditazione sui simboli della Passione e sulla loro personificazione in barocche antitesi (il bellissimo testo  di Pietro Pariati) che giunge all'altezza di Bach: i personaggi sono Un'Anima penitente, La Divina Giustizia, L'Amor Divino, L'Angelo Gabriele e Il sacro testo della Passione di Cristo. Impressionanti sono i recitativi, vertici espressivi in uno stile suo proprio che nulla ha da fare col recitativo operistico abituale.  la nostra Passione e se penso a un recitativo dell'Anima Penitente, Mio Redentor, mio Dio, posto in fine della prima parte, dico che occorre arrivare al Bach di Cantate come Mein Herze schwimmt im Blut (Il mio cuore nuota nel sangue) per aver qualcosa di pari valore. I due cori finali, della I e della II parte, che tecnicamente si definirebbero Madrigali, sono quanto di pi simile (Telemann a parte, autore che purtroppo sconosco pur se ricordo che in un Oratorio sul Giorno del Giudizio, Der Tag des Gerichts, un'Aria dello Scettico  la risata che anticipa Auber e la celebre canzone napoletana di Cantalamessa; la tradizione della risata  inverata nell'Ottetto detto Lachenensemble di Capriccio di Strauss) ai Mottetti di Bach che io sappia. Un'altra cosa accomuna Caldara a Bach: l'Oratorio  del 1722 e dimostra il fiero disprezzo dell'autore per lo Stile galante allora pienamente affermatosi. Dal terzo volume dei Bach-Dokumente apprendiamo che Carl Philipp Emanuel nel 1775 rispose a una domanda del Forkel col dire che i due compositori preferiti del padre erano Caldara e Fux.

Torno al concetto del Rococ arcadico giacch il confronto fra due Orator del periodo romano, La conversione di Clovis e l'Oratorio di Santo Stefano Primo Re dell'Ungheria (del quale il duetto Prestagli bella palma anticipa il motivo di L ci darem la mano del Don Giovanni di Mozart) forse assevera l'argomento. Si tratta di musica meravigliosa, ben vero, ma evoluente verso uno stile pi emancipato dalla severit che non sia la Maddalena. La conoscenza degli Orator viennesi, a cominciare dal Cristo condannato e da La caduta di Gerico, ci mostra un Caldara che compone con dovizia melodica insieme e rigore; la sublime Passione lo dimostra, e ci consente un'osservazione ulteriore. Qui (siamo nel 1730) possiamo notare anche una anticipazione da parte del magnus di elementi del futuro Stile classico: ma non con la sicurezza di Leo, che se non fosse prematuramente scomparso lo avrebbe realizzato appieno, e Pergolesi, bens con un'aristocratica riserva, un ribadire che la concezione dell'arte compositiva parte sempre e sempre dal contrappunto (ben vero, per Leo  la stessa cosa: ma lo stile  differentissimo). Maggiormente ci si nota,  ovvio, nel Teatro musicale. Quanto al Figuralismo della Passione voglio citare un sol caso: e non  quello di una delle pi superbe Arie di tempesta della storia, ma quello dell'Aria di Maddalena il testo della quale dice: Vorrei dirti il mio dolore / ma dal labbro i mesti accenti / mi ritornano sul core / pi dolenti a risonar. Caldara, dal momento ch'ella non pu esprimersi per la piena del dolore, ricorre alla figura rettorica della prolepsi (o anticipazione): ella incomincia a cantare ex abrupto, senza introduzione orchestrale, dice le prime parole, poi non pu proseguire e allora l'orchestra fa un ritornello d'ineguagliabile pathos e solo dopo ella pu cantare l'Aria; ma anche in questa s'attende con la voce accompagnata dai violini fino a che non entri il basso a stabilire l'equilibrio.

Antonio si esprime pure nel genere comico. Possediamo una Cantata scenica del 1734 intitolata Il giuoco del Quadriglio ove quattro dame, intente a questa sorta di tressette o bridge, espongono ciascuna la propria vicenda, dicono le arcane simiglianze delle carte, e alla fine il giuoco ne sorte quale emblema della vita. Lo stile  a modo suo leggero ma non rinuncia alla matrice contrappuntistica che contraddistingue il compositore; la sua suprema eleganza mozartiana precorre il ductus melodico del Classico. Si tratta d'un'opera cos deliziosa da battere la Cantata del caff di Bach sul suo terreno, e venne interpretata da quattro arciduchesse. Nel disco che contiene il Quadriglio da me posseduto v' anche una Cantata, Lungi dall'idol mio, che contiene l'Aria Ahim, sento il mio cuore: al violoncello  dedicata ancora una pagina meravigliosa, e non parliamo della Sinfonia per violoncello e basso continuo. Per intorno a Caldara summa laus va portata all'imperatore Carlo VI, che Antonio aveva gi servito a Barcellona in quanto Carlo III: se questi non avesse avuto un gusto purgatissimo per lo stile contrappuntistico, disprezzando quello Galante, Caldara avrebbe avuto pi difficolt a essere se stesso. L'imperatore aveva una preparazione musicale professionistica e amava tanto la musica di Antonio da dirigere dal cembalo nel 1724 la prima esecuzione del suo Euristeo.

Caldara va ricordato anche per una piccola primazia storica. Il virtuoso tedesco Pantaleon Hebenstreit (1667-1756) ebbe la geniale idea di trasformare il cimbalon, strumento contadino diatonico, in uno strumento cromatico a corde pizzicate atto a eseguire musica colta; ond'esso venne detto Pantaleon. Il virtuoso Maximilian Hellmann divenne Kayserliche Cimbalist a Vienna dal 1724 e Antonio, che ovviamente chiama l'istrumento coll'aulico nome di salterio,  il primo a scrivere cantate con Salterio obbligato.

Mi  caro ricordare che la conoscenza novecentesca di Caldara si deve al musicista Eusebius Mandyczewski, nato in una zona che oggi  Ucraina e che allora era Impero austriaco, vissuto a Vienna, ove fu intimo amico di Brahms, e morto nel 1929. Egli fu il curatore degli opera omnia di Schubert e di Haydn, i quali secondi non riusc a terminare per la morte sopraggiunta. Di Caldara ha edito opere sacre. Subito dopo essa cognizione si avvale dell'opera (riedita in inglese, e ampliata, dal fiorentino Olschki) gi ricordata, di Ursula Kirkendale, alla quale dobbiamo esser grati anche per le scoperte sul periodo romano di Hndel. Ella, nata nel 1932,  scomparsa all'inizio del 2013; l'Institutio oratoria di Quintiliano, ella ch'era conoscitrice del mondo antico e della storia dell'arte non meno che musicologa, le serv per aiutarci a comprendere il Sacrificium musicale di Bach; che il presente opellum contribuisca al suo ricordo, il quale di certo lo trascende.

Faccio una digressione pergolesiana. Gi in Alessandro Scarlatti, mi ripeto, si vedono caratteri dello Stile classico: basta ascoltare la Missa sanctae Ceciliae; quello che pi fortemente l'afferma  Leonardo Leo. Solo che Leo  talmente grande e tale  la sua matrice scarlattiana da esser capace di scrivere, musica sacra a parte, in un solenne stile barocco di matrice contrappuntistica non meno di Caldara. Per constatarlo basta ascoltare il duetto Che guardi? / Che miri? della Diana amante o l'Aria di Endimione Se piagommi un tuo bel guardo che chiunque prenderebbe per mano del miglior Hndel. Il successivo quartetto Io parto. / Io resto, oh Dio! / Trionfo! / Io rido,  addirittura di l dalla portata dello stesso Hndel: si basa sopra una poliritmia nelle figurazioni di ciascuna voce che anticipa in modo flagrante il quartetto del Rigoletto.

Figure ritmiche differenti per ciascuna voce, e quindi anticipazione del Quartetto del Rigoletto, si trovano anche nel pezzo d'assieme Di quanta pena  frutto nella prima parte de Sant'Elena al Calvario. Quest'Oratorio, che ascoltai ragazzino al Conservatorio diretto da Franco Caracciolo nella revisione di Emilia Gubitosi, possiede Arie d'incredibile veemenza strumentale che anticipa quella delle Sinfonie di Carlo Filippo Emanuele; e anche un paio di Arie severe come la sublime Nel mirar quel sasso amato.

Se Pergolesi non fosse stato rapito alla vita a meno di ventisei anni avremmo avuto quest'affermazione dello Stile classico potentissimamente da parte sua; in una con lo stile grandioso, eroico e sublime. Giacch il vero Pergolesi non  quello delle graziette della Serva padrona, pur destinato a farne il pi famoso compositore d'Europa, ma dell'eroico e patetico della grandiosa Messa in due cori detta Missa Romana: ove v' un uso dell'accordo di Alessandro Scarlatti, la sesta aumentata, che anticipa l'impiego fattone da Gluck nei cori dell'Orfeo e Euridice. Sullo stesso testo di Ranieri Calzabigi esiste anche la musica di Ferdinando Bertoni (Vienna, 1776), magnifica e commovente, che mi venne rivelata ragazzo da Remo Giazotto. Al Cantore Liszt ha dedicato anche il pi breve e pi bello dei suoi Poemi sinfonici (1853-1854), il preferito di Wagner, originariamente scritto per sostituire all'Opera di Gluck l'insignificante Ouverture originale. Naturalmente va ricordato fra i pi bei Melodrammi dedicati al Cantore quello di Luigi Rossi che il cardinale Mazarino impose alla Corte francese.

Per il primo precursore del nuovo stile, e che in questo senso potrebbe considerarsi il vero anti-Caldara,  Leonardo Vinci, al quale la morte precoce, avvenuta nel 1730, imped di esercitare in pieno il ruolo. Metastasio l'ebbe consentaneo; ed ecco cosa scrive, a Vinci morto, a seguito del successo dell'Artaserse, a Marianna Benti Bulgarelli da Vienna il 7 luglio 1731: Povero Vinci! Adesso se ne conosce il merito, e vivente si lacerava. Vedete, se  miserabile la condizione degli uomini. La gloria  il solo bene, che pu renderci felici; ma  tale che bisogna morire per conseguirla, o se non morire, essere cos miserabili per altra parte, che l'invidia abbia dove compiacersi. Il talento melodico di Vinci  eccezionale tanto nell'Opera buffa ove attinge in profondo alla musica popolare quanto nell'Opera seria. Il presidente de Brosses lo chiama le vrai dieu de la musique. Debbo la conoscenza di Vinci ad Antonio Florio che ha inciso Li Zite 'ngalera ed esemplarmente il capolavoro serio La Partenope del 1724-1725. Antonio Florio mi ha procurato anche l'amicizia di Dinko Fabris, un musicologo autore del libro su Francesco Provenzale, che collabora con lui in tutte le iniziative oltre a lavorare in proprio, e ch' tanto dotto quanto deliziosa persona. Altro anti-Caldara potrebb'essere Francesco Mancini, nato nel 1672 e morto nel 1737. Di lui si conosce anche il severo impianto contrappuntistico, come si vede dal duetto Riguardami. Non miro! di Colombina e Pernicone nel quale il contrappunto  volto a effetto comico; per  incredibile e vergognoso che di un compositore cos importante si trovino in commercio solo un po' di musica strumentale e Colombina e Pernicone. In questo v' un'Aria, Il pesciolino scherza nell'onde, che anticipa il Se vuol ballare delle Nozze di Figaro di Mozart.

Allora oso dire che i risultati storico-musicali di questo libro sono due. Il primo  il riconoscer che Alessandro Scarlatti  il pi grande compositore del cosiddetto Barocco e il padre della musica classica; nonch uno dei pi grandi compositori mai vissuti. Il secondo  il riconoscer che la presenza di Caldara e Leo ci obbliga a ricostruire in modo completamente diverso da come fin qui  stato fatto il profilo dei primi cinquant'anni del Settecento: essi non sono l'epoca di Bach e Hndel, sono l'epoca di Bach, Hndel, Caldara, Leo e Domenico Scarlatti.

Credo dal libro non si evinca colla debita forza la mia convinzione che la statura di Paisiello  immensa, ancor superiore a quella del genio Cimarosa.  sommo operista comico ma anche tragico, compositore sacro, compositore strumentale. Dopo Haydn, Mozart e Beethoven  il pi grande musicista del secondo Settecento. 

In realt non  il modesto Talbot il grande scrittore di argomento vivaldiano, ma Gianfrancesco Malipiero, che reper una copia annotata dell'epoca del Teatro alla moda di Benedetto Marcello ove venivano esplicati siccome antivivaldiani relativamente all'attivit operistica del sacerdote i simboli della copertina; Remo Giazotto, cui si debbono fondamentali scoperte d'archivio; e Walter Kolneder, l'opera del quale pubblicai in italiano nella collana Rusconi. Quest'ultimo ha avuto la genialit d'individuare esattamente la forma del Concerto strumentale barocco, indicando il solo e vero criterio per classificare il Concerto grosso in quel che lo distingue dal Concerto solistico. Ha scritto anche una grande opera su Webern che allora non potetti far tradurre: adesso l'editoria non consente pi escano grandi testi di storia musicale; tutto si  ridotto e immeschinito.

A Vivaldi si  dedicato moltissimo Reinhard Strohm, musicologo eminente e avvincente scrittore: la nostra Marsilio pubblic nel 1991 il suo volume L'opera italiana del Settecento, che purtroppo si spinge fino al 1775 e ci priva del contributo su Paisiello e Cimarosa che sarebbe stato bellissimo leggere; io ritengo tuttavia che di Vivaldi questo grande storico faccia una supervalutazione.

Faccio una parentesi per dichiarare che Benedetto Marcello  una delle grandi inadempienze della mia vita: poich ragazzino avevo un culto fanatico per Vivaldi (scrissi a sedici anni un saggio sulla Juditha triumphans!) ho sempre escluso Marcello dai miei interessi e ho poi portato con me il pregiudizio esser egli un arido. Ma Gabriele d'Annunzio diversamente la pensava: nel Fuoco fa una meravigliosa parafrasi dell'Arianna del nobile veneziano e, dopo il manoscritto della Norma di Bellini, la pubblic. Coi Salmi (l'Estro poetico-armonico) e i Concerti, m'attende.

Di un altro lavoro sarei, pi che sono, particolarmente fiero, e spiego perch dico sarei: lo sono per la sua forma originale, non per quella nella quale  stato stampato. Ci fu un congresso a Siena su Johann Adolf Hasse: io presentai un lavoro sui suoi Salve Regina. Avevo campeggiato in un'interpretazione degli elementi figuralisti costanti nella storia del Salve Regina in musica (e allora non conoscevo una delle sublimi tra le versioni musicali del testo, quella di Caldara; l'Eja ergo  addirittura un Concerto per voce, organo e orchestra, quasi a dire che Hndel non ha inventato nulla! E dimenticavo quello di Marc-Antoine Charpentier a undici voci). Non parlo di quelli sublimi di Alessandro Scarlatti e Leonardo Leo; Riccardo Muti ama assai quello di Porpora, molto bello ma non paragonabile a questi, da lui sovente eseguito. Uno dei tre di Leo  in Fa maggiore: possiede un'ineguagliabile intensit di melos, al suspiramus ha meraviglioso Figuralismo pausando la melodia e fa del Jesum ostende un grandioso recitativo in stile teatrale.

Gli organizzatori del congresso, i musicologi Friedrich Lippmann e Wolfgang Witzenmann (costui puzzava come una capra), mi corressero e censurarono il lavoro sostenendo che ci fosse per il mio bene: e io fui tanto allocco da lasciarglielo fare. Parlavo di Monteverdi e di Alessandro Scarlatti in termini di moderna tonalit, e questo ponderatamente giacch credo di conoscere l'Armonia un tantino meglio di loro; e costoro tolsero i nomi delle tonalit per sostituirli coi Modi Frigio, Misolidio, etc., quasi fossimo nell'Alto Medio Evo! Un'altra cosa indegna costoro mi fecero, mi espunsero del tutto (perch? forse perch l'essere questo uno sconvolgente capolavoro disturbava la loro natura di musicologi) il discorso sul Salve Regina in Sol minore di Haydn. Premetto che Haydn  una delle mie passioni totali: lo metto appena al di sotto di Wagner; e al mio cuore  pi vicino dello stesso Mozart. Cos ripristino qui almeno una delle considerazioni che facevo. L'opera  durchkomponiert, vale a dire che non  divisa in numeri: si svolge ininterrotta dal principio alla fine. Incomincia con un'introduzione orchestrale superpatetica nella quale un organo solista espone un tema che anticipa quello, un tono sotto, dell'Appassionata di Beethoven; giunti agli accordi armonicamente conclusivi, elabora una bella cadenza sull'armonia dell'accordo di sottodominante con sesta aumentata, accordo che nel Settecento, e non solo,  il vero e proprio marchio del pathos. Ebbene, qui il coro entra dicendo Salve Regina. Ossia, entra sulla sottodominante, in anticipo rispetto a quando lo dovrebbe, ch dovrebbe entrare non sulla chiusa del ritornello, dopo di esso, come effettualmente poi avviene col riprenderlo. Questa prolepsi, anticipazione,  causata dall'urgenza espressiva, dal debordante pathos. Che simbolo del genio!

Non viene abbastanza messo in rilievo, n il recente bicentenario della morte  valso ad asseverarlo, che Haydn  anche uno dei pi grandi operisti della storia. Onore ad Antal Dorati che ha inciso tutti i suoi Melodrammi e quindi va messo d'imperio tra i Mammasantissima della mia vita. Ebbene, si pensi all'Orlando paladino, alla Vera costanza, all'Infedelt delusa, al Mondo della luna (superiore persino a quello di Paisiello!), all'Isola disabitata (gi wagneriana!), all'Armida (incisa da Dorati con Jessye Norman), per comprendere l'elementare verit. Il Poema sinfonico non  stato inventato da Vivaldi, da Berlioz o da Liszt, bens da Haydn nella sconvolgente Vorstellung des Chaos (Rappresentazione del Caos), con che s'apre La Creazione! Inoltre il pi bel Te Deum esistente non  certo quello di Verdi e nemmeno quello, sublime, di Berlioz, ma quello, che chiamerei, se il linguaggio potesse violarsi, sublimissimo, di Haydn.

Esso ha influenzato quello, ottocentesco, meraviglioso, del boemo divenuto parigino Anton Reicha; quando ero ragazzo lo ascoltai alla Sagra Musicale Umbra e alla prova generale il direttore Vaclav Smetacek incominci a inveire in ceco contro l'organista Ladislav Vachulka, il quale non potendolo vedere perch dietro una colonna, era sempre in ritardo e gli rispondeva per le rime. (Ricordo che allora questi soggetti al comunismo erano cos poveri che Vachulka, il quale lavoricchiava per il maestro Siciliani recandogli microfilm di partiture, arrivava da Praga in pullman e portava seco un arrosto avvolto in asciugamani per nutrirsi in viaggio). Ve n' poi un altro ottocentesco e meraviglioso di Mendelssohn in uno stile contrappuntistico neo-bachiano. Occorre dire che nel Seicento ve ne sono altri sublimi, a partire da quello della (mi ripeto) somma gloria italiana Jean-Baptiste Lully, coi suoi squarci scenografici e la sua geniale declamazione corale: quello di Marc-Antoine Charpentier e quello di Michel Delalande; ma v' quello del milanese Francesco Antonio Urio (circa 1631-circa 1719) che venne plagiato da Hndel; poi quello settecentesco di Andr Campra. Ma il pi bello fra i settecenteschi  quello di Johann Gottlieb Naumann (1741-1801), grande compositore dresdense stato anch'egli allievo a Bologna del padre Martini.

Hndel  una delle stelle polari della mia vita, ma sono giunto a quest'et senza aver dedicato nulla d'impegnativo ad Alessandro, il che mi prefiggo per il mio futuro. Ricordiamo che il Caro Sassone  uno dei pi grandi operisti italiani della storia (quattro fra i sommi sono tedeschi: con lui, Gluck, Haydn e Mozart); e che gi le sue composizioni napoletane (Aci, Galatea e Polifemo) e romane (La Resurrezione) sono opera del genio. Nei cosiddetti Orator drammatici, come Acis and Galathea, egli ha gi chiaro l'intento di rifare la Tragedia greca: intento ricorrente nella storia della musica a partire dalle prime Euridici rinascimentali, fino a Wagner e Orff. In Acis and Galathea, il quale secondo me rappresenta l'inizio del suo piedistallo artistico, ch fin l Caldara gli  superiore, il coro apostrofa i protagonisti quale spettatore ideale annunciando loro la sventura: con un Madrigale, Wretched lovers, ch' anch'esso uno dei capolavori della polifonia. Ercole, Semele, sono pure Drammi antichi: c'era da parte di Hndel anche quella che oggi noi orribilmente chiameremmo una consapevolezza culturale del progetto drammatico. Il Samson tratta un personaggio biblico siccome un eroe classico; e del pari Orator quali Susanna, Deborah, Solomon, coi suoi sontuosi dopp cori, Jephta, e soprattutto Saul, sono storia biblica rivissuta siccome Tragedia greca: non a caso Orator egli non li chiamava ma Musical Dramas. Oratorio  certamente il Messia, il quale adopera i mezzi pi patetici (He was despised: una delle Arie sublimi di tutta la musica) o terribili di un idealizzato Teatro musicale per raccontare la Passione o meditare su di essa.

Al Sassone avevo dedicato, prima, un altro lavoro del quale vado fiero.  sull'Oratorio, ma veramente dovrebbe dirsi Ode, su testo di John Dryden, un grandissimo poeta (cattolico e traduttore di Lucrezio, Orazio, Ovidio: vedi il saggetto di Eliot su di lui del 1921) la gloria del quale  aduggiata dal giudizio di stanchi letterati esser egli un cortigiano e un accademico, The Alexander's Feast or the Power of Music (Il convito di Alessandro o il Potere della Musica). Si tratta dell'Ode da eseguirsi il giorno di Santa Cecilia, patrona della musica, e ha per tema il potere della musica, il potere etagogico, ossia quello di provocare o modificare gli ethe, plurale di ethos, sentimento. Il maestro Siciliani una volta lo fece eseguire a Santa Cecilia nell'orchestrazione di Mozart: non ho ancora scritto, ma  buon luogo questo, che le orchestrazioni hndeliane di Mozart sono interessantissime ma non attingono il valore di quella fatta da Paisiello dello Stabat Mater di Pergolesi (nel disco a esso dedicato, diretto da Giuseppe Camerlingo che in anni lontani fu mio allievo, vi sono tre Tantum ergo d'indicibile soavit). E lo diede da dirigere a Gennadij Rodestvenskij: solo il maestro Siciliani poteva fare una cosa simile; figuriamoci il direttore moscovita quanto se ne fotteva di ottenere il suono barocco! C' un'indegna incisione del Messia nell'orchestrazione Mozart diretta da uno che altrimenti  un buon direttore, Charles Mackerras, nella quale costui si preoccupa appunto del suono d'epoca, evidentemente per attaccare il ciuccio dove vuole il padrone discografico. Vergogna, maestro Mackerras!

V' un punto ch' un vertice della poesia e poi lo diviene della musica. Dryden descrive il musico Timoteo che intende, durante il festino di Alessandro e Taide a Babilonia, far cessare la smodata gioia e portare il giovane re alla meditazione sulla Morte e sul Fato. He chose a mournful Muse. / Soft Pity to infuse. E canta di Darius great and good il quale by too severe a Fate viene ferito a morte e cade, e caduto giacente e rivoltolantesi nel suo sangue, welt'ring in his blood (che viene direttamente da moriensque suo se in vulnere versat dell'undecimo dell'Eneide: e morendo si rotola nella ferita), muore, with not a friend to close his eyes, senza un amico che gli chiuda gli occhi. Il soprano solista con accenti patetici canta questi versi; attenzione, qui abbiamo una caratteristica del Classico e vediamo che Hndel, secondo dice Friedrich Blume, non appartiene pi al Barocco, come non vi appartiene Bach. Infatti il brano non  in una tonalit minore,  nel glorioso, sfolgorante di oro vecchio, Mi bemolle maggiore. Lentissima introduzione orchestrale con accordo spezzato, poi entra il soprano. Ma quando il soprano ha finito, e a noi sembra che il pathos abbia raggiunto il culmine, ci accorgiamo che il culmine deve ancora arrivare. Il coro arcanamente avvisa Behold!. E gli stessi versi vengono ricantati dal coro, con accordi e modulazioni che, diceva Schubert, possono venire solo in sogno. Il coro con quattro enunciazioni, Fall'n, Caduto, caduto, caduto, caduto!, occupa tutto lo spazio sonoro a dipinger la caduta; ma non abbiamo ancor colto l'immagine che gi un'enunciazione fugata con un tema serpentino dipinge l'affannoso rivoltarsi nel sangue. E si spegne, la voce del coro, dicendo e ridicendo senza un amico che gli chiuda gli occhi, la voce per l'emozione spezzata da pause. La piet verso il nemico sconfitto! Cosa c' di pi sublime! E di pi virgiliano! Infatti i versi vengono direttamente dal compianto di Enea per il giovinetto Lauso da lui ucciso nel decimo dell'Eneide, un passo che non pu leggersi senza commozione. Hndel, partendo dai meravigliosi versi di Dryden, ha toccato un vertice della musica e dell'umanit, intendo quella parte di noi nella quale ci vorremmo riconoscere. Che peccato che Manzoni non abbia potuto ascoltare questo capolavoro: lui s che l'avrebbe capito. In fondo non ci voleva molto: il barone Swieten aveva fatto trascrivere l'opera da Mozart e tradurre in tedesco per farla eseguire nel suo palazzo viennese; Milano era sotto il dominio austriaco.

La Patrona della musica  stata potentissima suscitatrice d'arte e abbiamo citato alcune delle somme opere a lei dedicate. Non somma ma di buona fattura  la Messa per la Santa di Gounod che ragazzino ascoltai al San Carlo diretta da Franco Capuana: allora l'ottimo, e dico poco, maestro del coro, era Michele Lauro, che dal cognome penso fosse nolano. Un Vespro  anche dello sconosciutissimo compositore lucchese Francesco Maria Stiava (1640-1702), inciso dal musicologo e direttore Federico Bardazzi. Se passiamo alla pittura v' il supremo dipinto di Raffaello e quello delicatissimo del Guercino. Ma la pi bella opera musicale dedicata alla Santa, oltre la Messa e le Vesperae di Alessandro,  la Messa di Haydn, del 1769. Non appartiene al gruppo delle grandi cinque ultime Messe essendo ancora nella forma della Cantata, ossia con elaborate Arie solistiche: il suo rievocare in qualche modo lo stile del Barocco  di una delicatezza incomparabile;  tra le opere della musica che amo di pi. In essa si manifesta l'influenza su Haydn di Nicola Porpora. Questo musicista napoletano gli fu a Vienna maestro di composizione: Haydn gli faceva quasi da domestico per pagarsi le lezioni che non poteva permettersi; Porpora  ricordato come autore di musica vocale cos atta alla voce dei castrati da esser quasi coperta da una profluvie di ornamentazione e da esser di poco contenuto musicale; ma non sempre  cos: per esempio nel Polifemo (Londra, 1735) la cura della declamazione espressiva  nelle Arie somma; un temperamento fra l'esigenza di appagar la voce e appagar la composizione  nel celeberrimo Salve Regina; ma Porpora  anche un grande contrappuntista.

Nella basilica romana alla Santa dedicata v' la bellissima statua realizzata da Stefano Maderno. Ma voglio ricordare una cosa importante: nella nostra liturgia per la festa della Santa, il 22 novembre, si eseguono appunto le Vesperae delle quali fa parte l'Antifona Cantantibus organis. Il testo intero  Cantantibus organis Caecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens fiat Domine cor meum et corpus meum immaculatum ut non confundar (Al suono degli strumenti musicali la vergine Cecilia in cuor suo cantava solo in onore del Signore dicendo: Siano, o Signore, immacolati il mio cuore e il mio corpo affinch io non venga destinata all'Inferno). Il cantantibus organis, che potrebbe designare anche il suono degli strumenti profani dal quale la Santa si distoglie, ha fatto s che le sue immagini la mostrino sempre con un organo portativo a fianco, ma la filologia testuale ha svelato che il testo autentico dell'Antifona reca candentibus organis e cio gl'infocati strumenti di tortura (organa) sotto i quali la Santa lodava il Signore.

Mann  autore anche di un celebre saggio intitolato Dolore e grandezza di Richard Wagner che molto deve alle odiose pagine contro Wagner di Federico Nietzsche. Curt von Westernhagen nel volume su Wagner che pubblicai nella collana Mondadori col titolo Wagner. L'uomo e il creatore (la meravigliosa biografia era uscita in una risibile traduzione per le edizioni Accademia), accolto in Italia dal totale silenzio, gi smonta tutto il Nietzsche contra Wagner mostrando anche il plagio fatto da Federico degli Essais de psychologie contemporaine di Paul Bourget; viene poi il fondamentale volume di Giorgio Locchi Wagner, Nietzsche e il mito sovrumanista che riuscii a far pubblicare nel 1982 presso una piccola casa editrice, la Akropolis, e che  penetrato sotterraneamente nella cultura. Il discorso commemorativo del 1933 onde esso Dolore e grandezza di Mann scaturisce, suscit le proteste di artisti come Hans Pfitzner, sul Palestrina del quale nelle Betrachtungen Mann aveva scritto pagine appassionate, Richard Strauss e altri, fra i quali Siegmund von Hausegger, che misero capo a un manifesto intitolato Monaco citt wagneriana. E questo porta ancora una volta a interrogarci sull'odio contro Wagner della cultura moderna.

Adesso quest'odio s' allargato: si estende nelle rege teatrali a Mozart e a Verdi, onde ne ho ricavato l'idea che siamo di fronte a quello che Federico Nietzsche chiama la rivolta degli schiavi, la rivolta verso tutto quel che v' di grande e nobile.

Questo tema  per me fondamentale, specie per ci che attiene a Wagner. La visione teleologica della storia  da respingersi e ne discende che da respingersi  anche la visione teleologica della storia dell'arte e quindi della storia della musica. Ci io affermo in senso teoretico; e tuttavia in cuor mio non riesco a distaccarmi dall'idea che Wagner rappresenti il compimento di tutta l'arte, non la musica, europea, quasi che tutto porti a lui. Questa concezione viene provata e contrariis dalla seguente considerazione: dopo Wagner nella musica, ma, ripeto, nell'arte, giacch ogni arte  stata potentemente riplasmata da quella di Wagner, abbiamo raggiungimenti sommi ma che possono esser contemplati solo in relazione a lui. Nulla  concepibile a prescindere da lui.

Allora provo a ricordare le cose pi sublimi nell'ambito del Sublime e vedo che la mia prospettiva  divisa con gente di conseguenza.  chiaro che lo  il secondo atto del Lohengrin come lo  il finale della Valchiria come lo  l'accorato lamento di re Marco alla fine del secondo atto quando scopre d'essere stato tradito da Tristano, il suo pi fido, e il Liebestod (Morte d'amore), onde si chiude il Tristano e Isolda. Oso esporre la mia prospettiva. Il sublime nell'ambito del Sublime sono: il secondo atto del Tannhuser; l'annunzio di morte fatto da Brunilde a Siegmund nel secondo atto della Valchiria, con la presenza del Motivo del Destino; I Maestri cantori, tutti: il Dramma musicale ove, secondo me, il sistema tematico (quello dei cosiddetti Leit-Motive, Temi conduttori o Temi-guida) giunge alla somma perfezione; l'inizio del terzo atto del Siegfried, quando Wagner riprende dopo tanti anni la composizione della Tetralogia, con l'ordito motivico e poi il dialogo di Wotan con la Wala, contesto sul Motivo dell'eredit del mondo; il secondo atto del Crepuscolo degli Dei; il terzo atto del Parsifal; e l'Idillio dal Siegfried, ch' forse il pi meraviglioso tempo in forma di Sonata mai scritto (prima ho citato delle cose che possono essergli accostate, ma accostate con giudizio e per cos dire). Nel secondo atto del Tannhuser v' il pi bel Concertato, e il pi grandioso, che mai sia stato scritto; e insieme colla Baruffa finale del secondo atto (una Fuga, o per meglio dire una Fantasia fugata), il Quintetto dei Maestri cantori (s, Wagner torna quando vuole alle vecchie, ripudiate forme), il pi bel pezzo d'insieme mai scritto. I Maestri cantori sono sic et simpliciter la pi sublime rappresentazione del mondo che mai sia stata fatta: ove l'eroismo, la riflessione, la rinuncia, l'arte, l'odio per l'arte, l'arte del popolo, che non  l'arte per il popolo, l'arte creata dallo spirito di una comunit, sono definitivamente trasfigurati.

Cito il secondo atto del Crepuscolo e non la trasfigurazione del terzo solo perch nel secondo abbiamo le pagine pi atroci mai scritte da Wagner, la misteriosa introduzione in Si bemolle minore con sovrapposizioni ritmiche disperanti per l'interprete e il dialogo fra l'ombra di Alberico e Hagen immerso in un sonno catalettico. Si tratta della pi terribile personificazione del Male che mai l'arte abbia ottenuta ( preceduta forse dal Bacio di Giuda di Giotto); persino il Klingsor del Parsifal impallidisce a paragone; e allora oserei dire che la grandiosit del personaggio di Hagen quasi mette in ombra il sublime dell'Interludio sinfonico del terzo atto chiamato Marcia funebre di Sigfrido, che Marcia funebre non  perch  il ritratto sintetico dell'eroe attraverso il racconto tematico, col culmine nell'esplosione del sublime Do maggiore. Questo punto  preceduto dall'Intermezzo del primo atto, la veglia di Hagen, con la pronuncia della prima delle di lui maledizioni, costruito sul motivo dell'annientamento.

In realt anche il Parsifal  sublime tutto. Il racconto di Gurnemanz al primo atto, che bisogna saper afferrare esattamente come il lungo racconto di Isolda al primo atto: quelle narrazioni dei precedenti e prodromi nelle quali nessuno raggiunge Wagner; il corteo che conduce Amfortas al bagno nel lago; la terribile invettiva di Amfortas durante il sacrificio, l'Agape, e l'atroce obbiettivit del padre Titurel il quale, gi nella tomba, vive, e gl'ingiunge di compiere, in quanto re, quel rito donde le rinnovate sue sofferenze; e i cori delle cupole. E poi nel secondo atto il momento nel quale Parsifal sta per cedere alle lusinghe di Kundry e acuto sente il dolore della piaga di Amfortas, e lo grida, giacch egli sente quel dolore durch Mitleid, per via della compassione che lo rende sapiente. Ma nel terzo v' il Preludio in Mi bemolle minore che i cretini hanno voluto vedere quale fondazione dell'Avanguardia pel carattere terribilmente dissonante e l'ondivagit tonale: la sola cosa accostabile a quello del secondo atto del Crepuscolo; qui non v' la raffigurazione del Male ma quella del pi profondo dolore, l'erranza di Parsifal con la lancia che non adopera perch non pu adoperare una sacra reliquia contro tutte le insidie, Parsifal che ha smarrito la strada menante al Graal e il suo racconto di questo errare, che trasfigura quello di ciascuno di noi. Nella poesia troviamo qualcosa che dal terzo atto deriva:  il Poemetto The waste land (La terra desolata) di Eliot. Nelle leggende medioevali che narrano di Parsifal si parla della Gaste Terre, la terra che diviene desolata e sterile perch le Roi pcheur, il Re pescatore e, con gioco di parole, peccatore (colui che diverr Amfortas) non pi la feconda. Eliot vi narra l'orrore del moderno e dell'Europa dopo l'inutile strage della Prima guerra mondiale. L'accumulazione di metafore (Eliot  il pi grande poeta metaforico, insieme con Gngora, dopo Shakespeare) e di immagini, con trapassi abrupti dall'una all'altra e contrapposizioni che vanno da Virgilio alla chiromante, sono rapinose.

Come ho gi detto La virt dell'elefante  stato incominciato in uno dei miei luoghi del cuore, Martina Franca, e continuato a Bayreuth. Luogo del cuore Bayreuth, la citt che Wagner elesse a luogo del suo culto col teatro all'uopo costruito sulla collina bavara, come la chiama Gabriele d'Annunzio, dovrebb'essere e non ; essendo diventato il centro dell'odio contro Wagner, che si manifesta soprattutto con gli allestimenti scenici qui scelti per i suoi Drammi musicali. Bayreuth dovrebb'essere il luogo onde si diparte verso il mondo il modello esecutivo dell'opera di Wagner, e cos a lungo  stato. Oggi, e questo oggi data almeno dal 1976, il primo anno che ci sono stato,  esattamente il contrario. Quos deus perdere vult amentat, dicono gli Antichi apud Sofoclem: coloro che il dio vuol perdere li acceca. La follia degli allestimenti creativi che rappresenta la rivolta degli schiavi si unisce all'odio specifico che la civilizzazione globalizzata e dominata dal grande capitale ha contro Wagner. Ne nascono regie che avviliscono e ridicolizzano il testo, anche solo per la necessit dei registi di giustificare l'esistenza loro a buon prezzo; ch assai difficile sarebbe riuscire a far recitare i cantanti in uno spazio vuoto, creato solo dalle luci, come voleva il pi grande regista wagneriano della storia, che non  Wagner ma Adolphe Appia e come ha fatto Wieland Wagner. Nel 1976, il centenario di Bayreuth, Wolfgang Wagner concentr l'odio verso il Maestro: la regia venne fatta da Patrice Chreau, contro, e sul podio arrancava Pierre Boulez, che con la sua incredibile supponenza francese faceva a Bayreuth nel centenario l'Anello per la prima volta, lui che direttore non  ma solo un maestrino di solfeggio. Credeva di essere Karajan, che appunto debutt col Ring intero proprio a Bayreuth. Vieppi emerge la supponenza di Boulez se si pensa che in quello stesso festival un rapinoso Tristano venne diretto da Carlos Kleiber.

A Bayreuth ho assistito a un vergognoso Olandese volante, per la regia di un Jan Philipp Gloger, e a una schifosa Tetralogia per la regia di un Frank Castorf. Lo schifo del Prologo dell'Anello  indicibile, superiore persino a quello del Lohengrin che ha inaugurato la stagione della Scala. Quello che sul Corriere per decenza non posso scrivere lo scrivo qui, che il pubblico mondiale oggi  formato da zombies e cani morti i quali applaudono a tutto. Ma sulla collina bavara alle regie i dissensi sono stati fortissimi.

Faccio una parentesi per dire che i componenti dell'orchestra della Scala applaudivano a scena aperta alla, diciamo cos, cantante da camera Cecilia Bartoli; e hanno applaudito a un direttore modesto dopo un'esecuzione mediocrissima di Feste romane di Respighi (essendo il pezzo di maggior organico orchestrale dell'intera letteratura sinfonica ma orchestrato sublimemente in modo calibratissimo dovrebb'essere una tela aracnea e invece fu di un volgarissimo eccesso di peso); e quei cani morti del pubblico hanno bens espresso al Ballo in maschera dissensi verso il regista Michieletto ma hanno applaudito all'incredibilmente pessimo direttore Rustioni. E sulla Bartoli, che il soprintendente di Salisburgo ora nominato alla Scala Pereira mette in cartellone colla Norma di Bellini, debbo aggiungere che nel 2013 ha inciso quest'Opera affrontando la parte della protagonista in maniera che farebbe ridere da morire se non facesse piangere: diciamo che questa interpretazione sta alla Norma come un travestito (brasiliano, per, non napoletano) sta a una donna. Su Rustioni, invece, che considero un suo degno compare, debbo aggiungere che all'inizio del 2014 mi  capitato di trovare in rete un documento unico al mondo: questi dirige l'Intermezzo della Cavalleria rusticana e viene inquadrato in primo piano per tutta la sua durata. Non  una caricatura,  la grossolana caricatura di una caricatura; che fa sorgere ser interrogativi non tanto sulla capacit d'intendere e di volere quanto sull'etica di coloro che lo scritturano e sui responsabili delle Pagine Spettacoli dei quotidiani, dei quali  un cocco. Quanto a costoro, i capo-redattore Spettacoli dei quotidiani, io sono convinto che la gran parte sia corrotta dai principali fenomeni mass-mediali: almeno nel campo della musica classica, ma figuriamoci per quella leggera e per il cinema. Non si spiegherebbe altrimenti la massiccia presenza di fenomeni affatto inconcludenti sulle loro pagine con interviste, articoli, biografie, anticipazioni. E per quanto concerne la musica classica, li compri con una cena; o addirittura con la soddisfazione al loro bovarismo sottoproletario (non offendendo il bovarismo) di trattare con gli agenti o gli addetti stampa e commissionare interviste a tali fenomeni inconcludenti. Adesso si sono ridotti a fare il pronto soccorso al povero (povero in senso artistico, non economico) direttore d'orchestra Daniele Gatti... Se costoro fossero materialmente corrotti sarebbe, per un solo apparente paradosso, meno grave.

Ci avviene colla connivenza dei direttori dei giornali i quali lasciano fare per ragioni che vanno dal bovarismo sottoproletario, pur da loro vissuto, ancorch locupletatissimi sotto il profilo economico siano, al desiderio nascente da vilt di non aver oppositori interni.

Su Pereira debbo per fare un'aggiunta (in data 15 maggio) che non avrei mai creduto di fare. Le cose sono andate di l dalle pi fosche previsioni: costui s' impegnato col festival di Salisburgo, del quale  direttore artistico, ad acquistare per la Scala, nella qualit di soprintendente designato, quattro spettacoli, fra i quali degli efferati Maestri cantori diretti da Daniele Gatti, pi probabilmente altri tre: il costo dei quattro spettacoli  di 690.000 euro i quali vanno a ripianare il bilancio del festival da lui diretto. Dunque un arravuoglio, un raggiro. A seguito di ci sono nate proteste enormi; lo scandalo della Scala rappresenta un enorme danno all'immagine internazionale della nostra Italia. Ma l'insipienza di Pisapia fa s che in data 15 maggio il consiglio di amministrazione delibera di assumere Pereira egualmente, solo imponendogli la condizione di esprimere dimissioni irrevocabili entro il 31 dicembre 2015: dunque se Pereira ha sbagliato perch viene assunto? E se non ha sbagliato perch lo si vessa? Pisapia (il quale si  comportato nel modo pi vile e, ci che  pi grave, cretino, possibile, da me incontrato nella vita. Se fossi Vittorio Feltri a una ristampa del libro ne farei un profilo e come voto gli metterei zero) e il consiglio sono dei menomati. Anche il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, il quale non ha preso posizione in ordine alla mia espulsione dalla Scala s' tenuto vilmente.

Intanto il 17 giugno viene presentata la stagione della Scala dovuta a questo Pereira. Vi sono cose buone come l'omaggio a Georges Prtre per i novant'anni; e l'allestimento di alcune Opere contemporanee, di Kurtag, di Zimmerman e del nostro bravo Giorgio Battistelli; anche il cartellone ballettistico  buono e vede tra l'altro il ritorno del Ballo Excelsior. Ma l'ossatura della stagione  pessima, anzi vergognosa. Andiamo dall'apertura: un Fidelio affidato a Daniel Baremboim il quale  gi un cattivo direttore ma alla Scala, completamente fottendosene perch il suo cuore batte a Berlino, d il peggio di s. Poi abbiamo di nuovo il pessimo Harding; e addirittura (col Falstaff!) Daniele Gatti il quale, dopo la Traviata del 7 dicembre 2013, dovrebbe stare alcuni secoli lontano dalla Scala. E ancora: vediamo la presenza sul podio scaligero di certi direttorini e direttorucci d'agenzia i quali nemmeno a Magenta (absit iniuria a Magenta) potrebbero dirigere. John Eliot Gardiner capeggia l'Otello: e sia pure,  quello di Rossini, cionondimeno la cosa farebbe ridere se non facesse piangere. Caramella finale, si fa la Turandot col finale di Luciano Berio: il che fa sorgere ser dubb intorno alla capacit d'intendere e di volere, in senso artistico, del direttore Chailly che l'ha scelta. Tali dubb cadono il giorno successivo quando i giornali ospitano la dichiarazione del sullodato: La migliore stagione degli ultimi cinquant'anni!. Inutile dire che tutti i commentatori si segnalano per incredibile cupiditas serviendi nei confronti della Scala e di Pereira, che gi servono da molti mesi dopo aver servito Lissner.

Se non che nei giorni immediatamente successivi accade qualcosa che mi fa ritenere eufemistico il giudizio test espresso su questo Pisapia. La Civica Scuola di Musica  un gloriosissimo istituto milanese esistente dal 1862: e nemmeno sotto il fascismo qualcuno ha osato cambiargli nome. Ebbene, il 21 giugno una cerimonia alla presenza di tutta la nomenklatura, compresa Ilaria Borletti Buitoni ridicola, con quella sorta di terrazza fiorita che porta in testa, intitola la Scuola a Claudio Abbado! (In via del tutto incidentale segnalo che se il sacrilegio di cambiare nome alla Scuola si doveva fare, esistono quelli dei compositori Bruno Maderna e Camillo Togni, sommi, e anche del grande compositore Franco Donatoni che alla Civica  stato Maestro).

E torniamo a Bayreuth che mostra di non esser meglio di Milano; quanto a rege almeno, come si vedr.

Nella Valchiria durante il sorgere della confessione d'amore tra Siegmund e Sieglinde il regista proiettava un video dove si vedeva una puttana mangiante una torta alla panna, poi soldati della rivoluzione russa e il profilo di Lenin col berretto, quello di Mao e quello di Stalin, immense statue scavate nella montagna come i presidenti degli Stati Uniti. La cavalcata delle Valchirie veniva rappresentata come una allucinazione di alcune pazze di un manicomio: una era vestita col velo bianco da sposa, un'altra da Napoleone. Ho visto in sala un coglione al quale anni fa, nel foyer della Fenice a Venezia dissi: Lei  un cretino, si informi!, che portava in giro come se nulla fosse stato la sua faccia da minus habens: costui  uno di quelli che dicono: Io voglio capire. Ma che c' da capire? Il Tannhuser nella regia di un Sebastian Baumgarten vede Elisabetta partorire un bimbo che viene cresciuto da Venere, la quale in jeans assiste alla disfida dei Cantori. Bayreuth  retto da due cugine Wagner che si odiano in tutto ma convengono solo nel malfare, come i ladri di Pisa. Ero stato collocato nel lebbrosario della critica musicale, ove in tutti gli altri teatri non seggo, e a Bayreuth non torner mai pi; e attorno a me dei cretini zelatori m'infastidivano al minimo sbadiglio, che data l'ora postprandiale delle rappresentazioni  per me incoercibile e se mi grattavo la testa; e s'indignavano come pazzi per le manifestazioni di dissenso alla regia. Come soffrivano!

Questi registi, a cominciare da un Claus Guth che ha messo in scena alla Scala il Lohengrin con Baremboim, mi hanno fatto coniare una nuova categoria critica, il mocciosismo: perch fanno percorrere la scena da mocciosi che forse rievocano psicoanaliticamente l'infanzia dei protagonisti. Uno Stefano Poda nel Tristan und Isolde faceva scorrazzare per la scena un moccioso al La bemolle maggiore di O sink hernieder Nacht del Liebe, l ove Isolda e Tristano hanno da essere affatto soli, con Brangne che dalla torre invano li avvisa del pericolo. Senonch adesso mi vien fatto d'inventarne un'altra, il minoratismo. Zubin Mehta, per inaugurare il nuovo teatro fiorentino, ha eseguito il IV atto dell'Otello, il I della Tosca e due balletti. Si vanta tanto d'aver studiato a Vienna e non sa che le sale si aprono con un programma fisso e obbligatorio, l'Ouverture di Beethoven Per l'inaugurazione del teatro, una delle pi belle, e la Nona Sinfonia. Potrei ammettere una deroga in favore di Cherubini, fiorentino: in luogo della Nona una delle sue Messes du Sacre. Il programma di Mehta, simile a quelle fantasie bandistiche che ancora sulle piazze potevano udirsi negli anni Sessanta, e che avevano un senso e persino una funzione di cultura in quel contesto,  per minorati; senza offendere questa categoria. E cos quello di un Stphane Denve che a Santa Cecilia esegue lo Stabat di Poulenc e una selezione dai Dialoghi delle Carmelitane. Ma un concerto che nel maggio 2014 Antonio Pappano porta in tourne in Inghilterra lo  ancor pi. Egli lo vuole dedicato alla Libert; e vi esegue l'Aria del Fidelio Gott! Welch Dunkel hier!, Il prigioniero di Dallapiccola e III e IV movimento della Nona Sinfonia. Ci manca solo la Danza delle ore! Chi crede il proprio pubblico fatto di minorati  egli s minorato.

Se non che, da Bayreuth avevo deciso di andarmene, tanto l'indulgente Ferruccio de Bortoli avrebbe capito anche questa volta: ma andarmene non voglio pi, sfido i trentotto gradi all'ombra e i (presumibili) quarantadue, se non quarantacinque, in sala, dove mi sento svenire, perch un miracolo  accaduto. Sul podio dell'Anello c' una delle rivelazioni della mia vita, un ragazzo eccezionale che si chiama Kirill Petrenko, nato in Russia e formatosi a Vienna. Petrenko dirige con una trasparenza, una nitidezza, un piglio drammatico, un'incisivit, un'intelligenza, una perizia, una delicatezza, un timbro, che mi piace pensare l'Anello di Marinuzzi dovesse essere cos. Marinuzzi a parte, dopo Clemens Krauss, Joseph Keilberth e Herbert von Karajan, non c' che Petrenko. Era dai tempi di Karajan e Muti a parte, che non sentivo un'orchestra cos intonata, e a questo ci siamo cos disabituati che la sensazione  quasi dolorosa. Pi precisamente,  quella non della Natura, come dovrebb'essere, ma del supremo artificio che si fa Natura: proprio come il tappeto erboso e fiorito della Primavera di Botticelli.

Ma poi assisto al Tannhuser e trovo un altro ragazzo a dirigere l'orchestra al quale si possono applicare le stesse identiche affermazioni d'ammirata sorpresa che ho fatte per Petrenko, Axel Kober: con l'aggiunta per che il Tannhuser , di tutti i Drammi musicali di Wagner, di gran lunga il pi difficile per il direttore d'orchestra, e un Tannhuser cos miracoloso non si sentiva dai tempi di Keilberth e Karajan. Per a Bayreuth non torner mai pi; Petrenko e Kober li ascolter altrove.

Su Wagner oso una parola conclusiva. La prospettiva onde viene generalmente contemplato  errata. Lo si considera il compositore romantico; non parliamo delle infamie di chi, alla stregua di Nietzsche, lo vede un decadente: Thomas Mann afferma che la sua opera possiede lo stesso ductus di quella di Hans Makart, un pittore austriaco, formatosi a Monaco, del secondo Ottocento, specialista in pannelli storici di gusto efferato. Dal punto di vista della periodizzazione egli  il pi alto esponente, con Haydn, Mozart, Beethoven e Schubert, ma un gradino ancora al di sopra, dell'epoca classico-romantica, fare distinzioni, se non di semplici fasi, all'interno della quale,  abusivo: non esiste un Romanticismo che succeda a un Classico. Ma dal punto di vista del ductus Wagner , con Virgilio e Alessandro Scarlatti (il quale cronologicamente fa parte del cosiddetto Barocco ma, come peraltro Bach e Hndel, se ne distacca alquanto sotto il profilo stilistico), il pi grande classico della storia. Non a caso Thomas Stearns Eliot, che con Friedrich Hlderlin, Giacomo Leopardi, Giovanni Pascoli e Gottfried Benn  anche il pi grande poeta doctus moderno, dissemina l'opera poetica sua di citazioni wagneriane: egli che ha scritto il grande saggio su Virgilio, gi citato, Che cos' un classico?
...
.
...
CAPITOLO 22.
...
.
...
Il mio futuro, sempre che sia per averne uno. Arnold Schnberg: anch'egli Classico. La Seconda Scuola di Vienna. I cantautori, sola vera Avanguardia d'oggi. Il mio schifo per la musica attuale. Il mio certificato di seppellimento dopo l'inumazione. Le suore trappiste di Vitorchiano e Valserena. Il protestantesimo. Bach controriformista. L'immagine della perfetta felicit.
.
Questo libro, giunto alfine a conclusione (Non senza fatica si giunge al fine dice Girolamo Frescobaldi della sua Toccata Nona per organo; io mi auguro che l'opellum almeno fatica non dia),  stato rifiutato da sei editori prima che la Marsilio l'accettasse. Voglio perci dire del mio futuro, se me ne verr concesso: la mia vita  cos bella che non desidero lasciarla e certo non vorrei che Ciampa, il quale tanto conta per me, restasse senza di me; ma applico il precetto evangelico dell'estote parati, sicch sono sempre pronto a partire.  possibile che al compimento dei sessantacinque anni mi mettano in pensione dal Corriere: il Corriere  stato tutta la mia vita, tuttavia l'ipotesi di una quiescenza forzosa  da me considerata nec spe nec metu. Di fronte mi trovo propositi e doveri. I secondi incombono affinch un giorno non debba giustificarmi per aver sprecato del tutto la mia stazione terrena. Ho debiti verso Rossini: non conoscevo, quando ho scritto il libro, o non avevo capito, ch' peggio, la sua meravigliosa personalit giovanile siccome si manifesta nel rapporto colla madre, alla quale racconta persino, e con sommo spirito, delle sue malattie veneree, n fino in fondo il suo genio comico, ossessionato com'ero dalla sua, peraltro innegabile se venga circoscritta, e gi abbiamo un Sommo, grandezza come autore tragico; ma temo che, avendo deciso d'anteporre altri e pi urgenti debiti, un giorno Lui mi perdoner sorridendo e casser tale debito. Debbo pagare quelli verso Gabriele d'Annunzio e da lui farmi perdonare: e cos riscrivere Il ventriloquo di Dio con correzioni quanto a Mann e l'aggiunta di un equivalente se non superiore numero di pagine per Ariel musicus. Poi vorrei poter fare un libro sulle quattro sublimi versioni della Passione di Metastasio: quella di Caldara, quella di Jommelli, quella di Paisiello e quella di Salieri, e sempre che non ne scopra qualche altra valevole; ve ne sono tre che non conosco, quella del boemo Myslivecek, buon esponente della scuola pan-napoletana, quella di Gian Francesco (Ciccio) Di Maio che sar di certo meravigliosa e, leggo, persino una di Spontini risalente al 1788; con un excursus sui terreni circonvicini cattolici che parta, com' giusto, dal Re del dolore e dal Cristo condannato di Caldara e giunga al Golgotha di Frank Martin e oltre. Non mi basteranno le forze ( questione di forze, non di tempo) a fare un'opera su Wagner, quand'anche le mie siano pur sempre meno esigue di quelle dei tedeschi che su di lui pubblicano monumentali sciocchezze. Ho per un proposito ambiziosissimo e solo San Gennaro mi potr consentire di realizzarlo: scrivere un libro su Alessandro Scarlatti. I suoi manoscritti delle partiture sono capolavori di calligrafia paragonabili solo a quelli di Wagner e di Orff: il quale prima di vergare la partitura del Parsifal da quella preparatoria su quattro pentagrammi tracci l'intera sbarratura delle battute perch possedeva l'orchestrazione a memoria fin negl'infimi particolari! Il teatro musicale di Alessandro  ancora non abbastanza sviscerato e richiederebbe uno studio in profondit; ma conosco abbastanza il suo teatro ideale, l'Oratorio, per affermare ch'egli possiede la sublime obbiettivit della contemplazione dall'alto quasi occhio di Dio, ch' di Virgilio e condivide, oltre che con Wagner, con Mozart e Verdi. Il suo pathos resta insuperato pur se la musica dopo di lui abbia conquistato tanti ulteriori mezzi espressivi. E poi a me pare posseder egli un ductus virgiliano e nell'altissimo sentire religioso e da un punto di vista stilistico e descrittivo. Se penso alle colorature del basso cantante su torrente in De torrente in via bibet e poi su exaltabit di Propterea exaltabit caput del Dixit Dominus delle Vesperae per Santa Cecilia, eccoci di fronte ai paesaggi georgici e al Latium vetus dell'Eneide.

Ora mi resta da dire un'ultima cosa. Debbo esprimere il significato del mio atteggiamento verso la musica contemporanea.  nota la mia chiusura nei suoi confronti, che viene addebitata a pura e semplice miopia, anche per il fatto che mi sono formato nell'antiquata Napoli: ben vero, dopo Renato Parodi, a Milano ho studiato Composizione con l'angelico Renato Dionisi, e mi sono ispirato a un altro grande compositore oggi quasi dimenticato, Franco Donatoni. Ora, io sono stato veramente miope, lo dico a mia vergogna per l'ennesima volta, perch da ragazzo ho escluso dal mio orizzonte Mahler e la cosiddetta Seconda Scuola di Vienna, Schnberg, Berg e Webern: anche se non oggi ma decenn fa l'ho capita. Questa  la cosa imperdonabile. Ma la Seconda Scuola di Vienna, per quanto di un'originalit linguistica e stilistica senza pari (e qui non va considerato solo il linguaggio, come scioccamente si fa, ma per esempio l'orchestrazione, che parte da Wagner per giungere a enorme originalit), a me pare, e torno sul tema, vada ricompresa nella grande stagione della musica classico-romantica (giusta la periodizzazione di Friedrich Blume che, solitario, adotto), come sua estrema ma non decadente propaggine. Ben vero, Schnberg di rivoluzionario aveva i propositi, come mostra l'invenzione da parte sua della tecnica di composizione seriale (vulgo detta dodecafonica); ma egli  troppo grande compositore per non essere profondamente un classico. Tutta la sua opera va contemplata con immensa ammirazione ma io, forse in modo un po' fazioso, adoro quella parte di essa che ancora non adotta la tecnica seriale, quindi il pi grandioso Poema sinfonico (in realt, Sinfonia) della storia, Pelleas und Melisande, i Gurre-Lieder (ho detto che l'interpretazione insuperabile  quella, per fortuna registrata, della prima americana, avutasi nel 1932 a Filadelfia sotto la direzione di Leopold Stokowski? Si tratta di una delle pi sconvolgenti esperienze della mia vita), il Pierrot lunaire, Erwartung, e la prima Sinfonia da camera.

Quanto a Berg e Webern, che aggiungere? Quale minor figura fa lo stesso Stravinskij a paragone delle loro partiture orchestrali, le pi grandi del Novecento insieme con le Metamorphosen di Richard Strauss e l'Ottava Sinfonia di ostakovic, il gi nominato Pelleas und Melisande, la Suite dalla Lulu di Berg e la Passacaglia di Webern! A fianco della Passacaglia occorre mettere l'orchestrazione della Fuga Ricercata dal Sacrificium musicale (vulgo Offerta musicale) di Bach; cos come di Schnberg vanno ricordate le straordinarie orchestrazioni di Prelud corali bachiani e quella del Quartetto in Sol minore con pianoforte di Brahms, che James Levine mise nel programma del suo primo concerto italiano; mentre di Berg la Suite lirica e di Webern... tutto!

Io ho pur avuto nella vita il privilegio di assistere a tre prime esecuzioni assolute ch'erano capolavori del pari assoluti. Ma nessuna delle tre opere era di musica d'Avanguardia. La prima  stata quella a San Francisco nel 1998 di Un tram che si chiama Desiderio di Andr Previn. La seconda al festival di Salisburgo nel 2003 de L'Upupa di Hans Werner Henze, su testo suo proprio. La terza, nell'estate del 2013 a Martina Franca, di una sorta di Oratorio scenico (ch i personaggi de quibus agitur non appaiono in scena) di Francesco d'Avalos intitolato Maria d'Avalos: partitura, questa, che mescola rapinosamente un linguaggio musicale d'una modernit insieme e classicit originalissime e citazioni classiche da vero poeta doctus: anche in questo caso il testo poetico  dell'autore.

In fondo la sola musica d'Avanguardia nel Novecento, oltre al jazz, che non conosco quasi ma che negli ultimi anni mi  incominciato a piacere assai,  la cosiddetta musica leggera. Da Cesare Andrea Bixio, l'autore di Mamma e d'altre innumerevoli e superbe canzoni, ai Beatles, dei veri piccoli Schubert, ai Rolling Stones, a Jacques Brel, a Charles Aznavour, si mostra un'autentica vitalit contrapposta all'inane esser chiusa in se stessa (i colti oggi la chiamano autoreferenzialit) dell'Avanguardia.

Ma veniamo alla musica post-weberniana, quella che dagli anni Cinquanta viene ricompresa sotto l'ambigua etichetta di Avanguardia. Innanzitutto  abbietta la sua prospettiva ideologica, esservi un indefinito progresso e del linguaggio e dell'arte stessa, onde un Nuovo Rinascimento  alle porte, dagli anni Cinquanta appunto sempre annunciato. Il Progresso, anche a non essere splengleriani, e io spengleriano non sono,  una concezione rudimentale e demagogica che la filosofia ha in ogni epoca disprezzata. Ad atto pratico in musica il Progresso si manifesta, secondo i suoi turiferar, come una, appunto progressiva, occupazione dello spazio tonale, prima, sonoro, poi, dalla dissonanza e, esaurita la dissonanza stessa accettata quale consonanza, dall'aggregazione sonora indifferenziata. Tralascio altri aspetti che mettono capo a risultati addirittura risibili. Ora, il nocciolo della questione, secondo me, non sta nel senso che gli aggregati sonori pi violentemente eterogenei, come i cosiddetti clusters, hanno in se stessi, se l'hanno: la cosa non , non dico sindacabile, nemmeno afferrabile dal nostro sistema percettivo, e peraltro da un punto di vista filosofico questo si riallaccia al problema dei problemi secondo Kant, la cosa in s.  nel senso che il nostro sistema percettivo, prima, elaborativo, poi, attribuisce a tali fenomeni. Esso sistema ha limiti ben precisi: riesce ad attribuire un senso a una porzione infinitesimale dello spazio sonoro, e lo mostra la storia dell'armonia, la quale armonia per duemila anni  rimasta ferma ai suoi sistemi pentafonici e, in Occidente, esafonici e modali-gregoriani; poi  acceduta alla Tonalit, la quale a me sembra tra l'altro un portato della musica delle plebi agricole europee: si veda il meraviglioso Canone inglese Sumer is icumen in, attribuito, a seconda delle scuole musicologiche, al tredicesimo o al dodicesimo secolo. Vengono poi le melodie monodiche meravigliosamente fresche del nostro Laudario di Cortona, sempre del Duecento. Quel che esula dal senso appartiene al campo della sensazione. Nessuno nega che la musica d'Avanguardia, una volta abbandonato il suo aspetto terroristico-punitivo, che sopravvive presso certi disgraziati insegnanti di Conservatorio, possa produrre qualcosa che approdi a sensazioni al massimo piacevoli: ma il punto  che, non per colpa dell'Avanguardia ma del nostro sistema percettivo-elaborativo, sensazione non  senso. E il senso finisce con la Seconda Scuola di Vienna. Che l'argomentazione valga a farmi considerare il protagonista di Vieni avanti, cretino!  un'altra storia: ma ci avviene sempre meno; tra poco anche i personaggi ridicoli della mass-medialit accederanno alla mia teoria e allora questo non sar il mio certificato di morte: sar il certificato di seppellimento dopo l'inumazione.

Intanto Riccardo Muti, Alessio Vlad, Orazio Mula, Francesco Nicolosi, Antonio Florio, Francesco Libetta, Massimo Biscardi, Nazzareno Carusi, Ciro Visco e io abbiamo deciso di proibire a chiunque di chiamarci Maestro visto che cos si fanno appellare il baritono Bruson, il tenore Cura, un direttore artistico imposto da Nastasi e detto la donna calva, il direttore artistico della Fenice che ha studiato il trombone e il femmenella ex loggionista che ora fa l'agente. (L'intelligentissimo Leo Nucci si ribella quando gli danno il titolo: dice che i cantanti vanno chiamati Commendatore). Antonio Guarnieri gi allora, vista l'inflazione del titolo, disse al cameriere della Taverna della Fenice di chiamarlo, piuttosto, Mona, ossia fica, insulto veneziano e noi, in suo onore, ci siamo costituiti in Cooperativa mona.

Il libro terminava qui, con la citazione degli ultimi due versi del Proemio al Canzoniere di Petrarca: e 'l conoscer chiaramente / che quanto piace al mondo  breve sogno. Ma negli ultimi giorni di gennaio m' venuto a mente qualcosa che sar una pi degna conclusione. Ho ricordato, ch a volte nella mia memoria s'inabissa per poi riemergere trionfale, l'immagine della pi perfetta felicit che mi  stato dato d'incontrare. E sto per dirla; ma, appunto, capita che a Venezia il giornalista Giampiero Beltotto, adesso direttore del marketing della Fenice, mi doni un suo libro pubblicato nella stessa collana della Marsilio che ospita il presente. Si chiama Silenzio amico (titolo virgiliano) e reca il sottotitolo La bellezza della clausura al tempo di internet.  dedicato Alla memoria dei Padri Trappisti trucidati in Algeria, testimoni di quella fede appassionata a Ges e alla Chiesa Cattolica cui ogni cristiano aspira. Ed  composto di belle rievocazioni autobiografiche le quali sono solo intercalari al dialogo con suore di clausura dei monasteri di Vitorchiano e Valserena.

Or questi dialoghi sono qualcosa di sublime e il libro  di quelli che ti cambiano la vita; non a me, ch il privilegio l'ho gi ottenuto, ma a chiunque altro non sia stato come me felice. Si affrontano i grandi temi della vita e della religione e tutte le affermazioni danno una chiave di lettura della vita e del mondo che chiamerei insostituibile per profondit e scavo scritturale ed esperienza pratica a un tempo. Da un punto toccato io prendo argomento per fare l'ultima affermazione che mi sta a cuore.

Molti dei nostri Maestri ci hanno insegnato che la jattura per l'Italia  stata di non aver avuto una Riforma protestante la quale avrebbe ammodernato il Paese rendendolo atto, dicono, ad affrontare le sfide della modernit. Ovviamente si appoggiano sul testo del grande Max Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo. Laddove, dicono, noi abbiamo avuto la disgrazia dell'oscurantista Controriforma. Ecco, io sin da ragazzo non la pensavo cos, e credevo, come credo, che il protestantesimo sia un'angusta e tormentatrice religione, ovvero sia una religione aperta inevitabilmente al relativismo, che non posso n voglio accettare. La Controriforma  stata una delle epoche della storia umana pi dedite al culto del Bello, alla glorificazione della Natura e dell'uomo: mai l'arte  stata pi promossa e coltivata. La scelta tra Lutero (non parliamo dell'odioso Calvino!) e Bernini  obbligata.

Qui giunge un corollario indispensabile. Bach viene dipinto quale cantore della Riforma: singolare errore! Lo vogliono addirittura pietista; io non credo sia il cantore del Luteranesimo, senza che questo sminuisca ovviamente la sua profonda fede: ma fede a titolo personale, non artistico. Pel protestantesimo l'arte  esornativa e funzionale al culto; Bach ha creato un'arte affatto opposta con le Cantate e Passioni che i fedeli tendevano a rifiutare trovandole affette da spirito teatrale. In realt Bach s'impossessa dei testi e li rappresenta con un Figuralismo cos estremo, ovvero li annulla in una tale rete di astratta bellezza, da costituire uno dei massimi esempi di volont di potenza mai datisi nell'arte. Lo stesso vale per la gigantesca Messa che erroneamente viene definita in Si minore (H-moll-Messe) laddove l'impianto tonale  il Re maggiore: incomincia alla relativa minore come avviene anche in Sinfonie di Haydn. Ma quest'opera enorme ed eteroclita andrebbe chiamata, per la centrale presenza del Credo, Missa Symbolum Nicenum. Tenuto conto di tutto ci non deve sembrare un paradosso quest'affermazione: l'opera di Bach  controriformista e corrisponde a quella di Bernini e Borromini.

Qui un corollario s'impone. Tutti i dischi di musica di Bach, e particolarmente delle Passioni, recano in copertina un Drer; o, peggio, pittori gotici, Robert Campin se non addirittura dei fondo-oro. Non ci si rende conto che Bach vuole Guido Reni o Caravaggio, anzi tutt'e due, essendone in musica la fusione, dunque una coincidentia oppositorum. Altro esempio clamoroso. L'Oratorio Il giardino di rose di Alessandro Scarlatti, meraviglioso, esiste in una cattiva incisione diretta dal mediocrissimo Alan Curtis (che nell'aprile del 2011 venne protestato dall'orchestra del San Carlo alla prima prova di lettura: bast semplicemente che alzasse il braccio! Costui aveva osato tentar di dirigere Cos fan tutte!): ebbene, in copertina v' una splendida Vergine di Stephan Lochner, trionfo del Gotico, invece che, per esempio, una Madonna di Carlo Dolci, per citare uno dei quadri prediletti di Wagner. Meglio ancora il discorso fila con pittori napoletani o a Napoli attivi che ornano la Certosa di San Martino, uno dei miei luoghi del cuore: Pacecco De Rosa colla sua Deposizione, Battistello Caracciolo col suo San Gennaro che esce dalla fornace, colla sua toccante Deposizione e la sua Madonna col Bambino e San Giovannino, Giuseppe Ribera colla sua Piet e la sua Comunione degli Apostoli, Luca Giordano col suo Trionfo di Giuditta (e quale dipinto pi appropriato ad Alessandro?), volta della Cappella; a non parlare dello scultore Pietro Bernini, padre di Gian Lorenzo, che l vede esposti la sua Madonna col Bambino e il suo San Martino che divide il mantello col povero, il Cavalier d'Arpino colla sua Crocifissione, Massimo Stanzione colla sua Deposizione.

Il silenzio amico tratta anche della felicit che la clausura e il rapporto con Dio danno. Qui giungo, come ho detto, a quella che per me  l'immagine della perfetta felicit. Quando ero ragazzo, nell'antro della stazione della Funicolare Centrale, a via Roma, illuminato perpetuamente al neon, c'era una suora clarissa: corpulenta, trascorreva tuttavia l'intera giornata all'impiedi, tenendo in mano la cassettina per le offerte e continuamente l'agitava, facendo sentire il rumore dei pochi spiccioli che conteneva; e diceva a chiunque vi depositasse una vrenzola, una briciolina, Paace! Paaaace! Paace e saluute!. Una volta con me si allarg: Paace, saluute e ffelicit!. Ella era del tutto beata e nessun pensiero la turbava; colla forza della mente vinceva le proprie sofferenze; e l'ho vista almeno per vent'anni. Un'altra esile, uno scricciolo, novantenne, appoggiata a un bastoncino, agostiniana, trascorreva a sua volta l'intera giornata al Molo Beverello presso la biglietteria degli aliscafi con qualunque tempo e appoggiandosi con la sinistra al legnetto, con la destra sbatteva il piccolo salvadanaio ligneo della questua. Il sorriso che la illuminava tutta illuminava tutto il Porto, tutta Napoli: ed ella mi disse di essere perfettamente felice. Il Dottore delle Orecchie aveva una suora infermiera che faceva la capo-sala: in mano a lei tutto funzionava come un orologio svizzero; non si fermava di giorno n di notte. Quando mor i suoi soli beni, non il saio, ch apparteneva all'Ordine, furono i sandali, un orologino di plastica e una radiolina a transistor tenuta insieme coll'elastico.

Finis. Laus Deo. Neapoli, a.d. III Non. Sept., 3 settembre, San Gregorio Magno, instauratore della musica sacra. Neapoli, a.d. V Kal. Nov., 28 ottobre, a nniversario della Marcia su Roma. Neapoli, a.d. VIII Kal. Ian., 25 dicembre, die Nativitatis. Neapoli, a.d. IV non. Feb., 2 febbraio, San Biagio, che protegge i cantori. Pulverarae (Polverara) de Patavio (Padova, la citt di Antenore e di Livio, di Sant'Antonio e di Giotto), La citt degli Asini, a.d. VII Kal. Apr., 26 marzo. Neapoli. A.d. VIII id. Maias, 8 maggio, Supplica alla Madonna di Pompei. Neapoli, a.d. XVI Kal. Quint., 16 giugno, San Quirico, arriva il manoscritto dei Carmina Burana.
...
FINE.
...
.
...
Ringraziamenti.
.
Debbo per questo libro ringraziare tutti gli amici (Omnes amici mei derelinquerunt me, dice il Responsorio del Venerd Santo; io, che sono fortunatissimo, posso dire Omnes amici mei animo meo solacium dederunt) che sono stati disposti a esaminarlo e sono stati prodighi di consigli, giudiz, correzioni. Citer solo Giuseppe Galasso, che ha voluto approfondirlo, incoraggiarmi, consigliarmi; Massimo Krogh, che l'ha benevolmente letto e, non richiesto, mi ha dato un parere legale (giacch i sei primar editori che l'hanno rifiutato accampavano anche, a indorar la pillola, argomenti d'impubblicabilit dovuta alla congerie di querele per diffamazione che il libro susciterebbe; ma citer come tipico della buona fede il giudizio di Antonio Sellerio, il quale ha detto a un mio intimo amico aver io scritto l'opera per togliermi delle pietre dalla scarpa: come se alla mia et e per centinaia di pagine a ci mi dedicassi); Sara Zurletti, che mi ha scritto una meravigliosa lettera di consenso dopo averlo letto; Ortensio Zecchino, idem; Paolo Macry, idem; Maria Grazia Porcelli (Maruzzella) idem; Giangiorgio Satragni, che mi ha fatto utili correzioni; mmanuel Vuillaume la lettera me l'ha fatta oralmente quando noi, nel novembre 2013, eravamo seduti a tavola a Venezia nell'imminenza della prima dell'Africana di Meyerbeer; Bruno Vespa, Bruno Piantedosi, Francesco Durante, Roberto Zavaglia, Roberto Giussani e soprattutto Flavia Soprani, che mi ha iniziato ai segreti dell'architettura napoletana. Anche Dinko Fabris mi ha scritto una bella lettera ma soprattutto, a cena dopo la recita di Crispino e la Comare a Martina Franca (quindi qualche giorno prima della Madonna del Carmine 2013, data d'inizio del lavoro, se lavoro pu chiamarsi un divertimento lietissimo), ascoltato uno dei miei racconti, mi ha suggerito di metterli per iscritto; e cos Ruggero Cappuccio dopo l'aneddoto del conte Galletti. Sergio Prozzillo mi ha regalato le foto che corredano e migliorano l'opera. Orazio Mula da mio allievo  diventato mio Maestro e sul latino e il greco ha avuto da dire la sua. Nicola De Blasi (l'autore della straordinaria Storia linguistica di Napoli) e Roberto D'Ajello mi hanno corretto la grafia del napoletano, ch' una lingua e non un dialetto e che io scrivevo alla carlona, giusta pronuncia invece che filologia: perch tale lingua io ho appreso dalla strada e studier solo adesso che il libro  finito. Davide Tortorella mi ha soccorso anche nella scelta del titolo. Girolamo Imbruglia mi ha consigliato col suo brusco affetto e mi ha trovato Il libro di Didone di Corso Buscaroli. Gleb Franzese mi ha insegnato a usare il computer e mi ha trovato tantissima musica che mi era necessaria cercandola in rete: l'esperienza del computer e della rete fatta a sessantatr anni! Gratitudine va ad Annalisa Longega (forse parente del grande Baldassarre Longhena?) per la cura editoriale e i buoni consigli.

La lista dei ringraziamenti non finisce qui. Debbo esser grato anche, non dir ai nemici, ma a chi amico non mi  stato e, a quel che sembra, non mi : essendo anch'egli stato mosso dalla mano di San Gennaro nel fare il mio bene. Un editore un tempo mio amico mi ha detto (riporto testualmente il suo sermo, mi si vorr scusare): Ho letto solo due capitoli di questa immensa cacata e ho sfogliato il resto: non intendo andare avanti. Il tuo libro non  che non lo possiamo pubblicare, non lo vogliamo pubblicare perch offende la Cultura!. Ci significa che ancora qualche anno fa involontariamente riuscivo a darla a bere, nel senso che non mi si riconosceva come un Nemico della Cultura. Adesso la maschera  caduta e rivelazione di me stesso pi bella non poteva essere fatta: io, e questo libro, offendiamo la Cultura.

Una delle case editrici che mi hanno chiuso la porta in faccia, ma colla tecnica della resistenza passiva, cercando di prendermi per stanchezza affinch ritirassi l'offerta del libro, lo ha fatto tra settembre e ottobre del 2013: dunque quando l'opera era esattamente la met dell'attuale; se l'avesse accettato forse essa non avrebbe raggiunto, non dir la dimensione, mi auguro poter dire il peso attuale. Per mi piace ripetere gli argomenti. La testa d'uovo che ha un ruolo quasi di vertice in codesta casa editrice mi ha detto: Noi il libro glielo pubblicheremo pure perch Lei  una firma importante, ma non ci  piaciuto. Alla mia domanda sul che cosa fosse spiaciuto, l'intellettuale mi ha risposto: Vede, noi da Lei ci aspettavamo dei saggi musicali alati, alla Montaigne [nemmeno a San Gennaro sarebbe dato compiere un miracolo siffatto]: Lei invece ci fa dei racconti osceni sulla vita notturna della Galleria a Napoli negli anni Sessanta; a chi vuole che interessino?. Voil: sono proprio curioso di vedere se trover qualcuno al quale tali racconti interessano: perch, voglio fare il bassissimo imbonitore di me medesimo, io credo che prendano sapore da Scarlatti padre e figlio, e Caldara e Leo e Bach e Hndel, e Haydn e Mozart e Beethoven e Schuberth e Mendelssohn, e Wagner e Verdi, e Brahms, e Musorgskij e Cajkovskij, e Strauss e Mahler e Ravel e Schnberg e Webern e Berg e ostakovic (potessi aggiungere Martucci e Alfano senza esser tacciato di snobismo napoletano!); e a propria volta sapore afferiscano loro. E salute a tutti!
...
FINE.